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Bisogna pur mangiare, di Leonardo Mendolicchio

Bisogna pur mangiare. Nuove esperienze di cura e testimonianze inedite su anoressia, bulimia e obesità, edito da Lindau (2017), è un saggio che si pone l’ambizioso obiettivo di raccontare i disturbi del comportamento alimentare, dal punto di vista di chi quotidianamente è a contatto con la dura realtà di chi ne soffre, tenendosi alla larga dai ridondanti luoghi comuni che siamo abituati ad ascoltare.  L’autore è Leonardo Mendolicchio, direttore sanitario di Villa Miralago, una struttura residenziale per la cura dei DCA situata in provincia di Varese, e grazie alla sua esperienza professionale riesce ad accompagnare passo dopo passo i lettori in questo viaggio alla scoperta di una realtà drammatica, di cui si parla ancorandosi troppo spesso a definizioni categoriali ed idee stereotipate, senza avere il coraggio di “guardarla in faccia”.

Per consentire a chi legge di esaminare da vicino queste realtà allora, l’autore utilizza come lente di ingrandimento diverse discipline: in primis la psicoanalisi, la psichiatria e numerosi riferimenti storici e filosofici. Ciò che affascina di più è però l’attenta analisi di alcune opere d’arte, che raccontano l’enigma dei disturbi del comportamento alimentare attraverso un canale inusuale e di grande impatto emotivo. Emblematica è infatti l’immagine scelta per la copertina: un particolare del quadro di Hieronymus Bosch Trittico delle tentazioni di sant’Antonio, opera misteriosa e suggestiva, ricca di riferimenti al legame tra il cibo e l’umanità. Il quadro scelto occupa un posto all’interno di questo saggio come “allegoria della coesistenza degli estremi” e rappresenta Sant’Antonio durante il suo eremitaggio nel deserto, esposto alla tentazione demoniaca. Si può riconoscere quindi un parallelismo tra il santo, che sceglie la passione del Cristo crocifisso alla tentazione, rappresentata dal banchetto, e il soggetto affetto dal sintomo alimentare, che compie una scelta di isolamento e sacrificio, preferendo un corpo sofferente alla possibilità incombente di cadere nel peccato.

Molteplici sono le suggestioni con cui l’autore aiuta chi legge a raggiungere una comprensione più profonda di questi fenomeni. Ad esempio lo stesso titolo, preso in prestito da uno scritto del filosofo francese Derrida, ‘Il faut bien manger’, richiama l’idea che l’atto del nutrirsi sia strettamente connesso ad alcuni degli aspetti costitutivi della soggettività: è l’atto attraverso cui, realmente e simbolicamente, il rapporto tra il soggetto e l’Altro si orienta verso l’interiorizzazione. L’esperienza del mangiare, che il filosofo francese definisce “metonimia dell’introiezione”, è un’esperienza di assimilazione dell’Altro, un modo per consentire al mondo esterno di entrare dentro di sé. Ecco che mangiare diviene dunque una questione etica: l’atto del nutrirsi rende possibile l’interiorizzazione delle qualità del mondo esterno, i sapori, gli odori. Per questo la condizione anoressica è intrisa, secondo l’autore, di un doppio rifiuto: il primo è quello verso questa tendenza naturale all’assimilazione del mondo esterno, il secondo è una scelta di rinuncia al rapporto con l’Altro. Il mangiare come metonimia dell’introiezione dovrebbe essere quindi, secondo Mendolicchio, il punto di partenza fondamentale per qualsiasi riflessione sui disturbi del comportamento alimentare.

Questa idea è appunto solo il punto di partenza, che dà il via ad una trattazione ampia ed esaustiva delle questioni che la teoria psicoanalitica, ed in particolare il modello lacaniano, ha portato alla luce in merito alla genesi dei DCA. Emerge in queste pagine l’idea che il rifiuto del cibo, così come la compulsività nel nutrirsi, siano aspetti sintomatici strettamente connessi ai moti pulsionali ed ai vissuti di angoscia e impotenza che essi generano.  Dunque ecco che la formazione sintomatica, di freudiana memoria, ha una sua «utilità» di fronte ad alterazioni della relazione oggettuale, come le situazioni traumatiche, i lutti e le perdite, che molto frequentemente si ritrovano nella storia di chi soffre di DCA. L’angoscia assume la funzione di segnale, rimanendo ancorata ad un sintomo che, sia esso depressione, panico, rifiuto del cibo o abbuffata, consente al paziente di distogliere l’attenzione da un piano soggettivo e profondo per concentrarsi su un piano più superficiale di funzionamento fisico o psicofisico.

Si arriva a questo punto alla questione centrale: una lettura psicoanalitica, che si può considerare onnicomprensiva del fenomeno dei disturbi del comportamento alimentare, si scontra con la realtà di un trattamento psicoanalitico classico che non funziona sempre con i pazienti affetti da DCA. Questi pazienti sembrano infatti essere difesi di fronte alla relazione, al di fuori di meccanismi di manipolazione, e regrediti sul piano affettivo e narrativo, il che sembra rendere quasi impossibile un trattamento psicoanalitico classico. Dunque qual è la risposta che si può fornire di fronte al “richiamo arcaico del sintomo alimentare”, di fronte alla fame di riconoscimento da parte dall’Altro, che questi pazienti comunicano attraverso il corpo?

A questa domanda Leonardo Mendolicchio ha una risposta in “carne ed ossa”: Villa Miralago. La seconda parte del saggio, “Nuove esperienze di trattamento” è infatti dedicata all’esperienza di cura in questo contesto terapeutico comunitario, in cui il sintomo alimentare è riconosciuto come un tentativo di sfuggire all’angoscia legata al bisogno, che conduce chi ne soffre ad un circuito di dipendenza, al quale sembra impossibile sottrarsi. Capitolo dopo capitolo, il processo terapeutico e riabilitativo è raccontato da un coro di voci: quelle di chi ogni giorno è a contatto con questa realtà mortifera ed in questo processo si sente direttamente implicato. Scrivono allora gli psichiatri e gli psicoanalisti, gli educatori, i referenti nutrizionali e gli psicomotricisti. E più che quella di un coro, l’immagine che evocano queste pagine del saggio è quella di un’orchestra, in cui ognuno con il proprio strumento contribuisce ad eseguire la melodia che fa da sfondo al processo di cura. Non basta conoscere la tecnica e saper suonare le note: non si può suonare sempre allo stesso modo, poiché ogni paziente è un brano a sé e la sua conoscenza richiede attenzione e dedizione, oltre che una competenza tecnica ben consolidata. E racconta bene il Dott. Mendolicchio, direttore di questa orchestra, che ciò che fa la differenza è la partecipazione piena e attiva di tutti i membri dell’equipe alla vita di comunità, ognuno con il proprio contributo soggettivo tanto professionale quanto umano.

Allora è possibile dare una risposta soddisfacente a chi si chiede quale sia la chiave per curare i DCA? Mendolicchio suggerisce che è meglio allontanare l’illusione che esistano linee-guida indiscutibili o infallibili protocolli terapeutici. Forse il lavoro terapeutico passa innanzitutto per l’accettazione da parte dei curanti di non avere ricette magiche da fornire e di non essere dei “guaritori”, poiché non sempre si ottengono risultati da mostrare come trofei. Ciò che conta è quindi imparare a vivere il processo di cura giorno per giorno, ben lontani da aspettative proprie e altrui, così come è giusto che imparino a fare anche i pazienti, come suggerisce Michela Marzano nella sua prefazione. Dunque i pazienti possono riuscire ad abbandonare il sintomo, solo se aiutati a contenere l’angoscia che lo ha generato. In un’istituzione, come Villa Miralago, tutti i professionisti che compongono l’equipe lavorano “stando a fianco” degli ospiti della comunità nella loro vita quotidiana, offrendo loro quel riconoscimento, che hanno cercato di ottenere esclusivamente attraverso l’identificazione con il sintomo.

Bisogna pur mangiare è un testo completo e complesso, che consente di muovere i primi passi nell’enigma dei disturbi del comportamento alimentare, senza proporre risposte convincenti e preconfezionate, ma stimolando ulteriori domande. Lascia libero uno spazio per la soggettività di chi si occupa di DCA, di chi ne soffre e di chi semplicemente se ne interessa. È un testo che non resta quindi in superficie, che pone a confronto la teoria e la prassi, lasciandole dialogare tra loro attraverso un gioco di specchi, davanti agli occhi incuriositi del lettore.

Leonardo Mendolicchio, Bisogna pur mangiare, Torino: Lindau 2017

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