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Carte Poetiche, nascita di un progetto creativo in psichiatria. Da un progetto a cura di Laura Tonani e Fabrizio Pavone, con la collaborazione di Gaetano Fanelli.

di Veronica Palmieri

“Carte Poetiche” si apre al lettore come un diario di immagini e parole, di emozioni e persone che entrano in contatto e in relazione, attraverso le creazioni che nascono dal loro incontro.

Ma anche un dialogo tra psichiatria e psicanalisi come tra arte e terapia/cura, permesso dalla capacità delle immagini e della “materia artistica di anticipare il linguaggio verbale avvalendosi di un potenziale maieutico che introduce alla scoperta delle potenzialità espressive che ogni persona, in modo spesso inconsapevole ha dentro di sé” (E. Vidale). Le “creazioni”, le immagini prodotte, si configurano come lo spazio di relazione e condivisione sia tra gli operatori dei vari settori, psichiatria e arte, sia con i pazienti.

La tela appare come spazio possibile, setting, “spazio d’incontro testimoniato dall’evento stesso apparso sulla tela dove l’io-tu diventa un noi, per quell’attimo permesso dai possibili e rassicuranti confini della tela e del tempo impiegato per creare insieme, […] opere condivise che racchiudono ma non inglobano rispettando l’individualità di ognuno” (S. Baumgartner).

Luogo di incontro, relazione e condivisione tra cose e persone dove lo spazio dell’altro ha come presupposto il riconoscere il proprio e i propri confini.

Le immagini sembrano svolgere la funzione di voci narranti di una storia che nasce dall’incontro tra il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) del Policlinico S. Matteo Pavia e l’Accademia di Belle Arti di Brera.

Appare una sfida, non solo una sfida culturale, ma anche una sfida per gli operatori della salute mentale al presentificarsi dei fantasmi che in qualche modo appartengono a tutti loro: fantasmi di un passato conosciuto/sconosciuto come i manicomi, la chiusura dei manicomi e il contatto con la follia. Passato di cui spesso si parla e che allo stesso tempo nasconde vissuti e paure spesso tenute silenti.

Un passato spesso mitizzato che appartiene a tutti, siano essi operatori della salute mentale o meno. Il libro stimola nel lettore una riflessione rispetto alla relazione con la follia e le istituzioni della salute mentale deputate alla “cura” e al “contenimento” della follia stessa, sia in chi vive queste istituzioni dall’interno sia in chi le “guarda” dall’esterno, proprio come gli operatori dell’Accademia di Brera che accedono nel luogo del contenimento per eccellenza della crisi acuta (SPDC). Istituzioni, prima chiuse verso l’esterno nel contenimento al loro interno della follia, che nel processo di trasformazione, tuttora in corso, sembrano oggi attraversare un’area che potremmo definire transizionale il cui riconoscimento permetterebbe un dialogo e tra le diverse discipline e tra gli stessi operatori. Il rischio potrebbe essere quello di arroccarsi sulla scia di un’eredità culturale; di fatti le stesse istituzioni spesso oggi appaiono chiuse al loro interno, rinchiuse su se stesse, in una posizione difensiva rispetto all’esterno.

Il progetto avvia un dialogo sulla scia di un’eredità culturale dove l’arte nell’istituzionalizzazione, come affermano nel libro V. Berlincioni e F. Petrella, “offriva un nero mecenatismo protettivo per personalità mantenute nell’isolamento, nella disperazione e costrette ad attivare risorse espressive d’eccezione per la sopravvivenza psichica”.

Il progetto parte da un presupposto fondamentale: la creazione di uno spazio di incontro tra due discipline che possono lavorare insieme aprendosi l’una all’altra senza timore e ciò è reso possibile solo dall’apertura dei loro operatori, una apertura al dialogo, un mettersi in gioco.

Ciò ha permesso un incontro in uno spazio tempo necessariamente definito, una cornice, ma anche un contenitore, il gruppo per “contenere emozioni inconciliabili coi confini della nostra visione del mondo ma si aprirà al dialogo intersoggettivo e all’ascolto potrà trovare nell’espressione artistica una possibile alleanza terapeutica, una soglia dalla quale intravedere la vita emozionale del paziente” (L. Tonani).

Importante a tal proposito mi sembra la disponibilità di ognuno a mettersi in gioco. Da una parte gli operatori dell’Accademia che si riconoscono spaventati e confusi di fronte all’ondata di emozioni contrastanti, dense, intense, disarmanti, che mettono di fronte alle proprie personali paure con cui bisogna fare i conti; dall’altro operatori della psichiatria (SPDC) diffidenti rispetto a un progetto che implica non solo apertura all’esterno ma anche espressione emozionale nel luogo per eccellenza di contenimento della crisi acuta. Il gruppo viene così a configurarsi come “contenitore dell’angoscia che spesso vacilla ferito per poi riemergere come unica possibilità di difesa” (L. Tonani), permettendo al suo interno l’oscillazione onnipotenza e disagio, frustrazione e gratificazione, la turbolenza emotiva, dalla quiete all’uragano attraverso un processo di umanizzazione come afferma F. Petrella.

L’apertura permette di camminare insieme all’altro verso la trasformazione, camminando silenziosi accanto al paziente nella giusta vicinanza affinché l’incontro possa avvenire.

Si evidenzia un’oscillazione di emozioni che permettono la trasformazione, trasformazione che avviene grazie al gruppo – contenitore sia per i pazienti del Laboratorio che per gli operatori che si avvalgono di un gruppo di lavoro come luogo deputato al confronto. Dalla paura alla curiosità, dallo stupore alla gratitudine con consapevole discrezione nei confronti di persone segnate da una così enorme sofferenza e diffidenti inizialmente nella possibilità di esprimere liberamente il proprio mondo interno spesso non riconosciuto e vissuto come spaventoso dall’esterno.

La confusione e il caos si trasformano in “espressione artistica di un disagio che può divenire poesia o racconto” (S. Baumgartner).

In ciò è innegabile l’avvio di un processo di conoscenza, come afferma L. Tonani attraverso “la conoscenza che si interroga sul senso, annullando la contrapposizione tra oggetto e soggetto, possiamo recuperare la relazione intenzionale che intercorre tra l’essere umano e il suo mondo, aprendoci al nuovo spazio inesplorato che è abitato appunto dalla coscienza intenzionale che ha la capacità di creare il legame tra esperienza e senso”.

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