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“Donne nei gruppi terapeutici” di Giovanna Cantarella

Il lavoro di Giovanna Cantarella, “Donne nei gruppi terapeutici”, si inserisce nell’ambito della ricerca psicoanalitica dei gruppi, proponendo al lettore l’approfondimento di un tema articolato, di non facile inquadramento storico: il lavoro terapeutico omogeneo per genere. Viene raccontata l’ esperienza singolare riguardante la conduzione di gruppi terapeutici di donne, che l’autrice ha formato a partire dal 1982. La focalizzazione è sull’esplorazione del rapporto tra analista donna e analizzande, i cui pilastri sarebbero la creazione di un setting specificatamente “al femminile” e l’attenzione ad un’analisi del transfert centrata su dinamiche di identificazione e differenziazione tra uguali. L’uguale diventa quindi strumento per la conoscenza di una diversità che non emerge dal confronto con l’altro sesso ma dalla possibilità di un’unione simbiotica che rappresenta la matrice di un nuovo rapporto col proprio sé femminile. Tale percorso, secondo l’autrice, sarebbe la via privilegiata per scoperta, da parte della donna, della propria unicità. L’intescambiabilità, infatti, intesa come possibilità di essere visti e di vedersi con gli occhi delle altre donne, consentirebbe un rispecchiamento continuo che frustra cecità psichiche e fantasticherie astratte a favore di un nuovo rapporto con la realtà, strettamente collegato alla nascita di una nuova immagine di donna.
Diversamente dai gruppi misti, i gruppi omogenei per genere si distinguerebbero per una maggiore solidarietà e slancio, perché non rispecchiano la cultura esterna, caratterizzata, secondo l’autrice, dalla svalutazione marcata del bisogno di essere capiti e visti. La nuova strutturazione dei significati avviene nel continuo passaggio tra registri differenziati a registri meno indifferenziati, capacità interpretata come caratteristica centrale e specifica della psicologia femminile.
L’autrice racconta in modo vivo la storia dei gruppi, diversificando la raccolta dei casi clinici in due periodi storici, quello che va dal 1980 al 2000 e quello che va dal 2000 ai giorni nostri. In entrambe le raccolte, al centro dell’attenzione sono i vissuti delle analizzande, le loro storie personali e soprattutto i loro sogni. Il dolore psichico è il nodo comune su cui s’incontrano donne diverse per esperienze ed età, per motivazioni ed aspettative, che nella loro molteplicità riflettono tutte la confusione generata da una realtà storico-politica in profondo cambiamento, che veicola il doppio messaggio di una spinta all’individuazione priva di una ricerca sull’identità. Le storie cliniche che vanno dal 1980 al 2000 riflettono esattamente questi temi. Infatti, la spinta alla liberalizzazione delle proprie condizioni sociali ed emotive – che vede nel ’68 una storica bandiera – si caratterizza per un’ uguaglianza tra i sessi sulla carta che non corrisponde ad una realtà inconscia, permeata invece da contraddizioni vive, frutto di carenze intersoggettive stratificate negli anni. La collusione inconscia rispetto ai modelli operativi interni tramandati dalle generazioni, ha determinato conflitti di natura ingestibile in una società che pur proponendosi come nuova, ha riproposto sostanzialmente una realtà patriarcale meno manifesta ma più pericolosa, perché latente. Il rapporto uguale-diverso, proposto come paritario sul piano cosciente, ha continuato ad essere, nella realtà inconscia, distorto nell’asse superiore-inferiore.
Il materiale clinico presentato in questi anni riflette la sofferenza non elaborata delle donne su questi temi, la sensazione di invisibilità, la denuncia sociale, la ricerca di un’emancipazione che non rispecchi un modello maschile o  l’adesione ad un modello proposto, ingerito come carne cruda non pensata, ma che rifletta un’elaborazione psichica della propria storia personale e collettiva. Se la psicoanalisi classica ha, nel corso degli anni, spesso colluso con un inconscio collettivo centrato sulla disuguaglianza tra i sessi, la psicoanalisi femminista si è soffermata spesso sul tema dell’uguaglianza: ha colto la necessità di sviluppo di una nuova identità femminile separandola tuttavia, troppo spesso, in modo più o meno latente, dal rapporto con l’altro sesso. Il rischio è stato quello di riproporre l’asse superiore-inferiore invece che una ricerca sull’uguale-diverso e di colludere con quella stessa realtà umana castrante denunciata a livello cosciente.
Il materiale clinico che riguarda gli anni 2000 sino ad oggi, riflette una minore contrapposizione con l’universo maschile, la consapevolezza più calma della necessità di un incontro profondo e nuovo, in cui la trasformazione dell’uno non può prescindere dalla trasformazione dell’altro. L’uomo nuovo, infatti, in questa nuova epoca, vede cadere le basi razionali su cui ha poggiato la propria identità millenaria e inizia a cercare la sua nascita in un rapporto con la donna non fondato sulla ragione. Starà allora alla donna rispondere, non negando all’altro un bambino comune che, al di là dell’oggetto fisico, sarà soprattutto psichico.

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