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Esperienze cliniche di gruppo nei contesti psichiatrici istituzionali

In questo articolo diversi giovani colleghi, formati in un ambito psicoanalitico individuale e di gruppo, chiamati a sostenere in ambito psichiatrico delle attività altamente qualificate (psicoterapia di gruppo) con un implicito accordo “low cost” e di precariato, hanno provato a delineare alcuni tratti della loro esperienza di conduzione del gruppo nelle istituzioni psichiatriche. La loro posizione si colloca da un lato in una linea di continuità evolutiva con i loro formatori, dall’altro si manifesta come complessa e difficile per lo scarto fra la filosofia di lavoro dei servizi odierni (es. Evidence based medicine) e la formazione psicoterapica psicoanalitica, che prevede concezioni radicalmente differenti, come ad esempio la “sognabilità” dei processi di cura.
Il percorso proposto in questo lavoro vede diverse esperienze di gruppo psicoterapico, solitamente con pazienti gravi, che spesso sono l’unico spazio di psicoterapia nelle istituzioni di cura (notando quindi l’altro valore sociale del loro lavoro e la frequente povertà non solo economica delle istituzioni).
Sebbene forse i contributi possano risultare frammentati (si tratta di “istantanee” di ognuno su esperienze di gruppo complesse e ridotte al minimo in senso testuale, oltre alla differenza degli stili personali), va detto che essi raccolgono il problema del confine fra gruppi e psichiatria in diversi contesti, e cioè in SPDC (Viganoni), in Comunità pubbliche (Castelli), private (Gubetti), in servizi territoriali (Grasso), in comunità doppia diagnosi (Catullo e Tagliabue) o in ex ospedale psichiatrico (Della Cerra). La successione degli interventi è pensata a partire da possibili percorsi del paziente-tipo che può attraversare alcune o tutte queste esperienze.
Le difficoltà che essi incontrano sono pertanto, oltre che “normalmente” cliniche, proprio istituzionali, in modo da lasciare spesso il conduttore in una posizione di “solitudine del comandante”, fra il polo delle esigenze cliniche che lo spazio di gruppo aiuta a far emergere, e quello della marginalità del ruolo (tirocinante per lo più) o del maggior investimento delle istituzioni su programmi o progetti operativo\ cognitivi.
In questo senso la strutturazione di attività di analisi dell’istituzione non è scindibile dal lavoro clinico sensu strictu, ma anzi costituisce un elemento di interesse per l’organizzazione mentale dei contenitori istituzionali e di arricchimento reciproco fra psicoterapia di gruppo e psichiatria.
Un elemento che mi induce a favorire l’espressione di colleghi in istituzione è anche l’abitudine che essi hanno preso nello scrivere e nel comunicare i testi clinici delle sedute e pertanto a fornire un elemento di verità e di disponibilità a parlare di ciò che fanno coi gruppi.
Ciò non è scontato rispetto sia alla tendenza di alcuni formatori a perdere di vista i pazienti veri e propri, sia rispetto alla tendenza a slegare le teorie dal proprio coinvolgimento clinico, a differenza di quanto avviene da parte di maestri di ogni età. I colleghi che scrivono in questo lavoro presentano la loro personale posizione rispetto al compito di lavoro e rispetto all’istituzione, presentificando da subito le tematiche di desiderio personale terapeutico e di relazione con i contenitori mentali in cui sono ospitati. Nel loro lavoro si notano diverse assonanze rispetto a concetti di libertà delle espressioni emotive, individuali o del gruppo, di disponibilità alla self disclosure, e di messa in gioco a tutti i livelli della propria persona per un fine rappresentativo rispetto alla mente sofferente che lo necessita.

Viganoni presenta il coraggio per la pensabilità e la sognabilità (lavoro del sogno alfa) dei pensieri con pazienti in fase acuta o post-acuta, sottolineando l’importanza del sogno per le attività rappresentative nei pazienti gravi .

Grasso apre con le difficoltà istituzionali, con le diversità del codice di lavoro da attività usuali, assistenziali e ricreative, nella necessità di integrazione con la psicoanalisi di gruppo, giungendo a trasformazioni importanti del clima del gruppo e del lavoro mentale del terapeuta .

Castelli parte anch’egli dalla necessità di fare una saldatura fra ciò che c’era precedentemente e la sua esperienza di lavoro che si è trovato a dover ripensare, trovando e riflettendo sugli strumenti di disponibilità onirica della propria mente e in tal modo operando un lavoro di libertà interna parallelo a quello dei pazienti.

Gubetti esprime il senso della forza del modello terapeutico, con una grande possibilità di orientare emotivamente e gruppalmente pazienti gravissimi e spesso lasciati in balia di carenze genitoriali o di catastrofi mentali da un sistema di accudimento che volutamente ignora la dimensione psichica.

Catullo e Tagliabue si esprimono su patologie estremamente acute e gravi (i cosiddetti pazienti resistenti), caratterizzate da una difesa “pronto uso” tossicomanica rispetto a disagi psichici gravi: l’abbandono e la separazione repentina di molti di loro appare come un elemento di grande importanza che obbliga i gruppi ad un lavoro di significazione delle separatezze e in particolar modo del lutto come elemento della vita psichica essenziale.

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