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Gruppoanalisi e teoria dell’attaccamento, di Lucrezia Lorito e Franco Di Maria

Questo interessante testo, pur trattando specificamente di gruppoanalisi, si inserisce a buon diritto nei dibattiti – attuali e meno attuali e più o meno accesi – che agitano il mondo della psicoterapia, nel confronto  tra natura e cultura, tra cultura e pulsione, tra i diversi modelli che alla psicoanalisi si rifanno, tra psicoanalisi e psicologia cognitiva, e così via.
In questo testo prevale la scelta di percorrere la strada dell’integrazione piuttosto che della contrapposizione; come del resto non può essere altrimenti per chi, per propria formazione e pratica professionale, si presenti come gruppoanalista.
Rispetto al tema affrontato, possiamo osservare che, nel focalizzare l’attenzione sul modello dell’attaccamento, gli autori spostano il vertice osservativo dalle dinamiche inconsce individuali e gruppali agli aspetti procedurali e impliciti: con questo intendendo sia i processi che avvengono a livello di memoria procedurale che i processi impliciti che rimandano ai bioniani “pensieri non pensati”.
Possiamo osservare inoltre come nel considerare lo sviluppo della mente a livello di tali processi vi sia attenzione a una prospettiva filosofica, come all’esperienza dell’antropologia e alle teorie della psicologia sociale.
Il testo può essere suddiviso in due parti: in una prima parte (capitolo da uno a cinque) vi è una esauriente analisi del pensiero di quegli autori che hanno studiato l’attaccamento sia in ambito psicoanalitico che di altre discipline, mentre in una seconda parte (capitoli da sei a otto) si dà conto del pensiero dei diversi autori relativamente al tema dell’attaccamento e della gruppoanalisi.
Questa prima parte presenta una amplissima disamina degli studi sull’attaccamento, appoggiandosi alla ricerca empirica nell’intento di allontanarsi dalla speculazione astratta. Non manca inoltre qualche accenno alla ricerca neuroscientifica – ricerca sperimentale, distinta da quella empirica – campo di studi che al modello dell’attaccamento fornisce giustificazione biologica; per esempio negli gli accenni agli studi sui neuroni specchio del gruppo di Parma (di cui fa parte Gallese) o a quelli di Jaak Panksepp sui sistemi emozionali di base, con particolare rilievo al sistema detto del panico o dell’angoscia di abbandono.
Questo complesso tentativo di dare un quadro critico generale di questo gran numero di modelli si rivela particolarmente interessante per chi, mentre sicuramente conosce Bowlby o Fonagy e Target o Stern, per sua formazione non ha idea della ricchezza degli studi sull’attaccamento che questo testo ha il merito di far conoscere.
Segnaliamo come si chiarisca in modo efficace che il modello di attaccamento formatosi durante l’infanzia, che rimane stabile e influenza ogni successiva relazione, possa essere corretto e modificato attraverso l’esperienza correttiva della psicoterapia.
Nella seconda parte si mostra come, posto che la mente umana si forma da una matrice relazionale, il gruppo possa rappresentare una ” base sicura”. Verrebbe da commentare che questa impostazione – che promuove e propone il gruppo come possibilità di ricerca di una base sicura – permette ai partecipanti al gruppo, e al gruppo stesso, di sostare nel polo della posizione schizo-paranoide senza troppo timore, con questo permettendo lo sviluppo di una capacità riflessiva sia per l’individuo che per il gruppo.
In questo seconda parte si mette in evidenza come la psicoterapia gruppoanalitica, che si sviluppa in uno spazio intermedio tra il sé individuale e il sé gruppale, rappresenti un modello teorico che persegue il cambiamento come obiettivo primario, privilegiando quell’approccio psicoterapeutico che permetta di analizzare i vissuti non in termini di oggetti interni ma di relazioni oggettuali interne, di relazioni intersoggettive, affermando così il primato dell’analisi dei processi psichici in termini di inconscio gruppale o transpersonale.
L’approfondito esame degli studi sui gruppi non trascura il confronto con quei gruppi che non hanno obiettivo strettamente terapeutico, come i gruppi di auto-aiuto e di sostegno, mostrando quali siano le differenze in termini di interventi e di risultati e quale sia invece la specificità della gruppoanalisi.
Come è logico vengono esaminati i differenti fattori terapeutici e i diversi livelli di interazione all’interno di un gruppo, così come vengono esaurientemente illustrate quali, nella posizione dei diversi autori, siano le indicazioni alla gruppoanalisi o quali siano i criteri di esclusione.
Interessante inoltre l’attenzione alla costruzione e ricostruzione di narrazioni all’interno dei gruppi, con il dispiegarsi di trame narrative, cosa che consente all’individuo ma anche al gruppo la ristrutturazione di ciò che era avvenuto rendendolo presente nel “qui ed ora”, e favorendo inoltre lo stabilirsi di nuove relazioni e nuovi legami.
Infine a coronamento di tutto quanto esposto in precedenza il piacevole capitolo nove, “Una lettura del piccolo gruppo” in cui viene presentato il pensiero di noti psicoanalisti  – Kohut, Kernberg, Bion, Winnicott, oltre ovviamente a Fonagy e Target – esaminando in modo critico quanto le loro riflessioni sullo sviluppo mentale possano convergere con le teorie dell’attaccamento e intrecciarsi con il pensiero gruppoanalitico.

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