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I nuovi disagi della civiltà nell’epoca della crisi dei servizi pubblici (… come e se baciare il rospo, non sapendo se si trasformerà in principe)

“Ecco cosa serve il futuro: a costruire
il presente con veri progetti di vita!”
M. Barbery “L’eleganza del riccio”

Erano già alcuni anni che ascoltavo senza particolare attenzione la frase chiave della pubblicità di una famosa azienda di telefonia mobile: “Life is now!” e non ne capivo mai comunque il senso profondo. Chissà… forse perché attratto prima dalla avvenente modella australiana che ne era la testimonial fino a qualche tempo fa. Poi… forse perché preso dalle immagini di due famosi giocatori di calcio, imprevedibilmente simpatici nel prendere in giro se stessi e nel recitare copioni esili ma di indubbia efficacia umoristica.
Solo ultimamente, sull’onda delle letture preliminari per questo articolo, ho finalmente colto il senso profondo, illuminante e tragico insieme, del messaggio.“La vita è adesso”- come dire – goditela, vivila, sfruttala! Non c’è un passato a cui appellarsi, tanto tutto è cambiato. E (soprattutto) non c’è un futuro prevedibile, tanto tutto è incerto. Anche perché, nella migliore delle ipotesi, tutto cambia troppo velocemente e in modo del tutto non controllabile. Vivi adesso e soprattutto pensa soprattutto a te stesso più che agli altri. Tanto anche loro cambiano. E se uno di quegli altri che prima frequentavi non lo trovi più, non importa! Ne troverai subito altri dieci e poi altri dieci e così via!”
Nelle scene di quella pubblicità c’erano sempre molti giovani, tutti belli, allegri, entusiasti, in vacanza e uniti nell’urlo finale che inneggiava alla”vita adesso”.
Sembrava la versione allegra di un’era che si appellava alla novità incessante del momento per uscire dalla triste quotidianità della giornata. Mai avrei pensato che poteva essere la migliore rappresentazione possibile della filosofia di vita imperante nell’epoca post-moderna.

Premessa

Negli ultimi tempi il vissuto quotidiano di chi lavora nei cosiddetti “servizi di comunità” attraversa una condizione che potrei definire di spiacevole smarrimento.
Da una parte si continua ad accogliere, ascoltare e trattare la sofferenza psichica dei pazienti e delle loro famiglie, affinando sempre più la propria sensibilità alle vicende soggettive di cui si è testimoni. S‟insiste a prestare attenzione alla vita interiore delle emozioni, delle speranze, proprie ed altrui, riconoscendone la natura spesso internamente conflittuale e non di rado ambivalente. Ed infine non si smette certo di tenere conto del valore che hanno le attese dei pazienti anche nei confronti della figura dei curanti, ben sapendo che da esse spesso dipende l‟esito di qualsiasi processo terapeutico.
Nel corso del tempo, però, ci si è accorti di come le forme stesse della sofferenza sono in parte mutate e che contemporaneamente l‟affluenza delle richieste supera notevolmente la capacità di risposta di molte istituzioni di cura. La prima impressione è stata quella associata di una soggettiva inadeguatezza di fronte ad un crescente malessere che trovava un po‟ tutti impreparati sia per la sua ampiezza quantitativa ma soprattutto per il suo contenuto qualitativo. Epidemie di disturbi borderline di personalità, profonde disillusioni sulle possibilità istituzionali di programmare progetti riabilitativi per l‟utenza psicotica più tradizionale, estrema diffusione di disturbi emotivi comuni (disturbi di attacco di panico, depressioni reattive, crisi di ansie generalizzate), attitudini tossicofiliche sempre più invadenti, esperienze di solitudine individuale o di coppia sempre più accentuate per la minore stabilità delle relazioni familiari, sono gli esempi più diffusi di quella trasformazione delle forme di disagio.
Da un po‟ di tempo, però, sembra anche aggiungersi una destabilizzazione più generale che investe i pazienti e le loro famiglie insieme alle altre istituzioni che delegano ai servizi socio-sanitari soluzioni che appaiono troppo spesso “impossibili”. Tutti chiedono di essere aiutati per qualcosa che investe profondamente il senso della loro esistenza, presente e soprattutto futura.
Dopo un lungo periodo di sconcerto, di nostalgia per i tempi passati, di lamentele per la scarsità delle risorse disponibili, di attente valutazioni quantitative dei dati del fenomeno, sembra ora intravedersi anche l‟occasione di andare al di là delle pur importanti osservazioni impressionistiche e pare arrivato il momento di correlare queste forme di sofferenza con molte delle trasformazioni sociali a cui stiamo da anni assistendo.
Sembrerebbe così non più rinviabile la possibilità di comprendere la natura, l‟origine e le conseguenze dei nuovi problemi che le famiglie che ci consultano devono affrontare. E nello stesso tempo diventa sempre più necessario avviare un serio confronto tra quella incapacità di farsi carico di una angoscia così diffusa con il dubbio aggiuntivo di non riuscire proprio a considerarla di esclusiva competenza tecnica.
Il processo di globalizzazione, i cambiamenti sociali e il rapporto con le istituzioni di cura.
Sappiamo di come l‟organizzazione tecnico-sociale e culturale della società postmoderna è stata da tempo destabilizzata da profondi mutamenti strutturali. Tali cambiamenti hanno provocato irreversibili rotture tali da far confrontare dolorosamente parte dell’umanità con la fragilità dei quelle strutture sociali e culturali contemporanee su cui si basava la nostra civiltà e il suo permanere.
Numerosi studiosi di vari indirizzi scientifici e culturali (sociologi, etnologi, psichiatri, psicoanalisti, storici, economisti) hanno collegato i continui cambiamenti sociali che stiamo attualmente vivendo, a numerosi importanti eventi e soprattutto a quel processo storico iniziato intorno al 1989, a cui viene dato comunemente il nome di globalizzazione. E’ intorno a questo fenomeno che si è manifestata, tra l‟altro, una progressiva rivoluzione dell’organizzazione del lavoro, che ha poi coinciso col momento in cui a livello mondiale il mercato è diventato la legge che governa il mondo in maniera assoluta.
Nel campo della organizzazione del lavoro c‟è stato un significativo mutamento. Il classico capitalismo sociale, fondato su piramidi gerarchiche rigide che offrivano ai soggetti che le vivevano una relativa sicurezza esistenziale, è stato messo profondamente in discussione. Secondo il sociologo Richard Sennett, la dinamica sociale del “nuovo capitalismo” è da tempo andata producendo proprio un appiattimento di quelle stesse piramidi gerarchiche e se un tempo, in cambio della quotidiana osservanza delle proprie responsabilità sociali, veniva conferita alla vita individuale un assetto stabile e organizzato, ora stiamo via via assistendo ad “una decostruzione del principio di autorità, che a sua volta provoca la fine dell’etica sacrificale del lavoro che modifica il senso delle responsabilità familiari e istituzionali” ( R. Sennett, 2006).
Il fortunato e ormai diffusissimo temine coniato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman di “modernità liquida” si riferisce proprio a questa nuova condizione esistenziale che, non mantenendo nel tempo la medesima forma, produce un lavoro proprio per mantenersi uguale piuttosto che per modificarsi. Alla velocità con cui oggi appaiono e scompaiono le forme di vita, queste non hanno tempo di solidificarsi in modelli e strutture e tendono a far percepire la realtà come sempre più irregolare ed imprevedibile.
“Adesso che abbiamo scoperto quanto sia sottile, fragile, incerta questa “parvenza di civiltà”, quanto sia spaventosamente inadeguata la protezione che offre, tutto ciò diventa la fonte primaria delle nostre angosce, ansie e paure (…) e la sofferenza psichica più dolorosa che assale e tormenta uomini e donne nei tempi liquidi moderni è la paura dell‟inadeguatezza: l‟impotenza di adoperare la propria libertà nella maniera giusta” (Z. Bauman, 2006 )
Una volta le istituzioni „solide‟ (durature, stabili e prevedibili) vincolavano certamente gli agenti, ma li abilitavano, in quanto erano almeno istituzioni durature ( anche se spesso ingiuste, selettive e discriminanti) che strutturavano i processi vitali della società, ottimizzavano le routine quotidiane e dotavano di significati le azioni umane e i loro esiti ( comprese le lotte per trasformarle). A quel tempo era chiaro quello che bisognava fare per appropriarsi della vita, anche contrapponendosi all’ordine così stabilito della realtà in cui si viveva. Ora il futuro è diventato troppo spesso capriccioso, inaffidabile e talvolta impenetrabile per dare la possibilità a ciascuno di preoccuparsi in prospettiva del suo corso.
Se sono stati i cambiamenti globali che hanno contribuito a creare, a tutti i livelli e in vari campi, nelle famiglie e nei singoli, un senso di grande insicurezza, da essi deriva anche il forte calo dei legami sociali a cui assistiamo giornalmente. La “vita propria è diventata una categoria sociologica importante, l‟orizzonte sul quale il mondo si frantuma” (Beck U., 2008 ) e a partire dal quale viene elaborato e giustificato un nuovo concetto di dimensione sociale non più centrato su un modo di intendere i legami in senso tradizionale.
Ecco infatti il senso difensivo del trionfo dell‟ individualismo e della scomparsa di quelle classiche categorie sociali a cui da sempre facevamo riferimento: i movimenti di base, le istituzioni, le agenzie di socializzazione e fra esse, in primo luogo, la scuola e la famiglia.
D‟altra parte che cosa chiedono oggi le persone? Sicurezza, benessere, armonia, riconoscimento sociale, una occupazione corrispondente alle proprie motivazioni. Il bisogno di sicurezza viene inteso anche come allontanare da sé tutto ciò che è estraneo. Ognuno crede di poter raggiungere la propria felicità nel proprio privato, nella propria cerchia, nell‟appartenenza particolaristica ad una comunità chiusa, a distanza ( e a volte tendenzialmente ostile) da chiunque crei problemi.
D‟altra parte la globalizzazione non è certo un processo che associa e riunifica anzi, eliminando in sostanza determinati interessi e mettendone in relazione di nuovi, genera sempre frammentazioni e diverse forme di disuguaglianze. Ognuno è soggetto di diritti, ma di diritti appunto individuali, magari di diritti di cittadinanza che però non si ottengono mai automaticamente.
Il singolo deve farsi valere, diventa interlocutore attivo e propositivo ma, a volte, anche contrappositivo e rivendicativo nei confronti di quelle istituzioni che non garantiscono più ciò che spesso solo teoricamente promettono.
Ed è così che nella nostra società contemporanea l‟insicurezza e la tensione diffusa rispetto ai propri diritti alla cura, all’assistenza, alla normalità di una vita qualitativamente accettabile, si traducono talvolta in una pressione molto forte nei confronti di tutti i cosiddetti servizi alla persona.
Nei servizi sanitari o sociali di comunità, ognuno cerca una risposta specialistica per ottenere soluzioni a difficoltà e a preoccupazioni che riguardano anche la cura della propria sanità mentale (e di quella dei propri figli e dei genitori anziani), l‟assistenza di persone con handicap e vari tipi di malattie croniche, il come intervenire con adolescenti e giovani che hanno comportamenti allarmanti. Sembrano tutte esigenze alla ricerca di risposte tecniche a problemi molto complessi, la cui risoluzione, anche se ci fosse, sarebbe poi addirittura inquietante di fronte al limite oggettivo del pur ampio mandato istituzionale dei servizi stessi.
E‟ un altro paradosso dell’epoca in cui viviamo. Vi ricordate di quando erano gli stessi servizi territoriali di salute mentale a produrre cambiamenti sociali significativi? Oggi sono quei medesimi servizi a subire dei cambiamenti da parte di una società sempre più fragile e in fibrillazione. Mutamenti sociali, non voluti e difficilmente governabili e governati, che sono all’origine delle nuove domande di aiuto della popolazione e che trovano anche nei rappresentanti privilegiati di questa società in crisi (amministratori locali, magistrati, forza pubblica, insegnanti…) dei nuovi richiedenti dalle attese sempre più pressanti.
Zygmunt Bauman (2006) usa per questo stato di cose l‟espressione di “crisi strumentale”: una crisi di quegli “strumenti di azione che abbiamo acquisito e imparato ad usare (e che) non sono più adatti a cogliere ed affrontare le nostre realtà, mentre i poteri che plasmano quelle realtà trascendono la loro portata e la loro influenza”. E, d‟accordo con questo autore, potremmo affermare che la società non sembra più un giardino: spesso sembra rinselvatichita, magari ad un altro livello terra di frontiera1, dove prima che siano adatte all‟insediamento bisogna ricavare e recintare le locazioni.
I nuovi disagi della civiltà e la crisi dei garanti metapsichici
Lo psicoanalista René Kaes sottolinea il valore regolatore dei garanti metasociali e metapsichici proprio in relazione alla funzione che essi svolgono nello sviluppo del funzionamento psichico, tanto a livello individuale che a livello sociale. Anche a suo parere i nuovi disagi della civiltà si ritrovano inglobati nella crisi di quelle istituzioni per la diminuzione di quel effetto contenitore che regola gli scambi intersoggettivi che, se in generale rendono possibili le funzioni di mediazione psico-sociale, appaiono proprio ora più fragili.
“Le leggi e gli interdetti che regolano i rapporti sociali ed interpersonali sono diventati fluidi, contraddittori, paradossali e inefficaci e questo sgretolamento generatore d‟incertezza, riguarda le grandi strutture di inquadramento e di regolazione delle formazioni e del processo sociale, i garanti metasociali appunto, quali i miti e le ideologie, le credenze e la religione, i riti e le istituzioni, i garanti del senso della autorità e della gerarchia”( Kaes, 2006).
Questi sconvolgimenti mettono, a suo parere, seriamente in causa l‟identità dei gruppi e delle collettività, come anche i processi di socializzazione degli individui senza che la società sia più in grado di assumere ed integrarne le differenze.
E’ la vita mentale stessa ad essere sempre più minacciata per l‟instabilità dei questi suoi fondamenti, proprio per la rottura dei “garanti metapsichici” che inquadrano e sostengono i processi del suo sviluppo. Ed è probabilmente per tali motivi che l‟autodeterminazione individuale è diventata col tempo un valore assoluto insieme alla perdita delle solidarietà organiche e delle stabilità sociali. Non a caso, infatti, abbiamo già notato come le caratteristiche della sofferenza della vita psichica nelle nostre società postmoderne sono soprattutto il caos identitario, la mancanza di simbolizzazione e la difficoltà di soggettivazione.
M. Benasayag e G.Schmit, autori di un libro molto interessante intitolato “L‟epoca delle passioni tristi”, sostengono che di questi tempi “la persona che soffre è in una situazione che assomiglia a quella di una barca che, lasciato il porto, si ritrova in mezzo alla burrasca. Il clinico deve a quel punto aiutare l‟imbarcazione a riguadagnare le acque calme e a rientrare in porto, ( ma ) oggi la maggior parte delle persone sembra convinta che una volta superata la tempesta, il porto di arrivo non esista o, piuttosto, non esista più. Questo significa che ci troviamo nella situazione imbarazzante in cui il nostro aiuto sembra non poter più accompagnare fino al “ porto di arrivo” le persone che attraversano la crisi, come se ci dovessimo accontentare di stabilizzarle nella crisi”.
Questi stessi autori affermano che oggi la sconfitta dell’ottimismo lascia le persone non solo senza le promesse future ma peggio ancora con il sentimento che perfino “evitare l‟infelicità” sia un compito troppo arduo.
Se col temine di “passioni tristi”, Spinoza si riferiva all’impotenza e alla disgregazione, l‟epidemia di disturbi narcisistici a cui si assiste, dentro e fuori delle istituzioni di cura, dimostra che divenuti instabili e iperflessibili i contenitori organizzativi, anche i contenuti psichici hanno perso molto della loro consistenza interna e della loro intrinseca struttura.
I pazienti, soprattutto le giovani generazioni e le loro famiglie, insieme ai loro specifici problemi psicopatologici, sembrano esprimere tutti una sensazione prevalente ( che anche noi stessi a volte riconosciamo come nostra, anche se ad un diverso livello di drammaticità): “un senso di mancanza,
1 E‟ il tema del film di Ethan e Joel Coen, intenso drammatico, anche se a tratti squisitamente ironico, dal significativo titolo “ Non è un paese per vecchi”, dove sembra essere sconfitta ogni speranza e dove l‟umanità descritta vede svanire nel suo futuro ogni immagine di futuro, come anche ogni immagine di passato.
di non finitezza, un non conseguimento, insomma una sensazione continua e straziante di qualcosa che non abbiamo, o che abbiamo perso lungo un cammino, che si snoda davanti, ma che rifiuta ostinatamente di abbreviarsi e che è fastidiosamente imprescrutabile, tanto meno promette di raggiungere la sua destinazione” (Z. Bauman, 2006). E’ questo senso di mancanza così intenso ( o così intensamente provato) che fa anche di tutti noi dei “cercatori compulsivi e ossessivi di identità”, intesa come la capacità di riconoscere e di essere riconosciuti.
E allora, se è vero che la vita psichica si sviluppa nella iscrizione della psiche nei legami intersoggettivi primari e nei legami sociali e se è a quel livello che oggi si incrina sempre di più anche la vita psichica individuale, il nostro lavoro di psicoterapeuti si deve soprattutto rivolgere alla natura dei legami di gruppo.
Proprio dal lavoro con i gruppi abbiamo infatti appreso che lo spazio plurisoggettivo, i legami che vi si stringono, i processi che vi si sviluppano sono specificati da quelle formazioni della realtà psichica che prendono il nome di “alleanze inconsce” ( R. Kaes, 2007). Alcune di queste alleanze sono strutturanti, altre strutturanti e difensive, altre offensive, altre hanno effetti patogeni, ma sono tutte il cemento della materia psichica che ci lega gli uni agli altri. Sono lo spazio mentale comune condiviso dai membri di una famiglia, di una coppia ,di un gruppo o di una istituzione. Funzionano come garanti appunto, in quanto sensibili alle strutture profonde della vita sociale e culturale e la loro funzione metapsichica si scopre soprattutto quando sono messe in crisi o vengono meno.
Sappiamo riconoscere, da tempo e dolorosamente, quanto sia venuto meno però quel alone di legittimità in forza del quale si stringono quei legami fondamentali che insieme vincolano e tutelano, che limitano ma che consentono anche di crescere. Causa ed insieme effetto, la violenza di gruppo ed individuale, l‟esclusione, le condotte devianti, la marginalità diventano così agli occhi di tanti operatori dei servizi pubblici, le espressioni manifeste della crisi di quei garanti metasociali che si palesa appunto anche nella mancanza di progetti condivisibili a livello istituzionale.
Cogliere le novità della nostra epoca partendo dalle condizioni extrapsichiche che influenzano la formazione dell’apparato psichico, per poi collegarle alle forme di soggettività che ne derivano e alle sofferenze che generano, diventa quindi essenziale per distinguere meglio le ragioni del malessere in cui vivono le istituzioni di cura insieme ai pazienti e alle loro famiglie
Ecco quindi i motivi per cui il compito degli psicoterapeuti oggi è diventato ancora più complesso, soprattutto nel trovare il modo di mantenere il loro compito trasformativo, senza però assumersi la funzione di gestire il disagio a nome e per conto della società.
Occorre rischiare, provare e, per usare una immagine cara al famoso sociologo Nicklas Luhmann, “baciare il rospo pur non sapendo se esso si tramuterà o meno in principe”!
“L’umanità non è in rovina ma è in cantiere” ( M. Augè, 2007) … e così anche i servizi
E‟ evidente che una crisi di tale portata investe con la sua particolare forza d‟urto non solo le persone che si rivolgono ai servizi, ma anche gli operatori e lo stesso impianto organizzativo che dovrebbe sostenere le loro attività quotidiane.
“La frequente pervasiva instabilità delle attuali strutture organizzative alla base delle istituzioni di cura, che ha prodotto una angosciosa fluidificazione della esperienza” (A. Bassetti e altri, 2008) degli operatori e un loro indiscutibile disagio, può essere affrontata con una ridefinizione delle variabili e degli elementi comuni (condivisibili e strutturanti) che costituiscono il contesto relazionale in cui si sviluppa il processo di cura. Sarebbe opportuna una “rinegoziazione del clima terapeutico” (Gabbard e Western, 2003) sia tra gli operatori e gli utenti, ma anche tra gli operatori all’interno delle stesse istituzioni in cui lavorano.
Intanto è necessario una riflessione storica del modello organizzativo dei servizi di comunità e valutarne periodicamente la loro attuale efficacia e qualità.
In questi ultimi anni i servizi pubblici sono stati molto presi dalle difficoltà e dalle sofferenze che il modello organizzativo preesistente ha portato nel suo entrare in crisi e nel suo indebolirsi. Si è spesso pensato che il problema fosse legato alla sproporzione tra domanda e offerta, senza dare troppa importanza ai limiti che quella particolare soluzione organizzativa portava con sé con il succedersi degli anni e con i tanti cambiamenti avvenuti nel corso del tempo.
Il modello che nasceva trent‟anni fa si era sviluppato contro una organizzazione centrale ( il manicomio o le grandi istituzioni di ricovero) e fondava la sua riuscita sull’impegno fondamentale di grandi figure carismatiche nello strutturare l‟assetto territoriale dell’assistenza e della cura. Un modello che, laddove si sono create le suddette condizioni favorevoli, ha per lo più funzionato, ma che oggi possiamo riconoscere come molto particolare ( “primitivo” lo definisce la Olivetti Manouchian), forse garantito allora proprio dalla presenza di un leader circondato da collaboratori fedeli, appassionati e ideologizzati, pieni di ammirazione nei suoi confronti e nei confronti delle idee di cui era il portatore.
Un altro elemento su cui riflettere riguarda il lavoro di equipe che, nell’essere l’elemento cardine di quella particolare organizzazione, hanno cominciato da molti anni a perdere di vitalità, soprattutto per la moltiplicazione delle suddivisioni sia tra le diverse figure professionali sia all‟interno delle stesse. Si sono create specializzazioni, compartimentazioni tra metodi e tra professioni, e si è andata infiltrando una situazione di autoreferenzialità che non ha mai accennato a diminuire, caratterizzata, come nella crisi più ampia della società, da una identificazione molto più centrata sulla appartenenza professionale, che sul confronto tra i diversi saperi.
Se la scienza sembrava essere destinata a dissipare le tenebre dell‟incertezza, lo sviluppo della conoscenza non ci ha collocato in un universo di sapere tale da consentirci di dominare la natura e il divenire, ma ha gettato gli uomini a dare valore all‟incertezza, che non è sempre sinonimo di fallimento, ma rende prima o poi conto a tutti che il futuro resta più che mai imprevedibile.
Bisogna quindi, come ci ricorda la Olivetti Manoukian (2007) “ridare consistenza, chiarezza e senso all‟oggetto di lavoro, riformulandolo e ripensando alle diverse funzioni di chi lavora nei servizi di comunità”. L‟oggetto di lavoro è qualcosa che va ridefinito alla luce della specificità del contesto, tenendo conto dei mandati istituzionali, dei dati generali, ma anche dei dati specifici che nei servizi non vengono sempre adeguatamente utilizzati. I pazienti non sono tutti uguali e non possono essere trattati allo stesso modo dal punto di vista di ciò che va realizzato per loro e con loro. Per poter individuare dei processi terapeutici corrispondenti ai loro particolari bisogni vanno definite delle costanti e delle differenze. Occorre prevedere ed attivare priorità diverse e diversi modi e tempi per operare.
Di fronte ad un contesto esterno che chiama necessariamente anche i servizi a ricollocarsi e a ridefinirsi, l‟organizzazione interna deve allora entrare in contatto col contesto stesso e deve porre la dovuta attenzione alle esigenze dei diversi interlocutori, istituzionali e non, che si attivano in essa e che, con le loro differenti specificità, generano attese per lo più complesse, spesso anche tra loro contraddittorie.
La situazione dei servizi sembra troppo caratterizzata dalla disorganizzazione delle relazioni tra inadeguati contenitori (carenza di un apparato per pensare a livello istituzionale, mancata ridefinizione e sperimentazione di modalità organizzative a seconda della tipologie dei pazienti, difficoltà alla utilizzazione di nuovi modelli di incontro con i pazienti e le loro famiglie) e contenuti troppo pervasivi e ripetitivi ( pensieri inquietanti ed emozioni gravose derivanti dalle intense e convolgenti relazioni cliniche, sottovalutazione del valore effettivo del legame tra terapeuta e paziente, tra paziente e i suoi familiari, tra gli operatori tra loro).
Emerge anche a questo livello, la necessità quindi di assolvere ad una funzione di contenimento, dando particolare attenzione a “sviluppare il contenitore anziché solo inseguire e decifrare i contenuti” (A. Bassetti e altri, 2008), occupandosi di impostare soprattutto quel livello di interazione di base terapeutica e organizzativa (e a volte anche sociale) che una volta interiorizzata consente di affrontare i contenuti più problematici del pensiero e della affettività.
Tra questi sono sicuramente da prendere in considerazione quelli che comunemente vengono definiti gli “attacchi al legame” e che sono proprio indicativi, nei diversi ambiti in cui si lavora, di una incapacità di elaborare il pensiero che consenta di uscire dalla crisi e dal suo corollario che è quello di evitare di vivere la vita in un continuo stato di emergenza.

Per avviare un processo del genere occorre quindi fare i conti con una ferita narcisistica il cui nucleo è in quei cambiamenti sociali, in quelle rotture di continuità che fanno sperimentare la precarietà degli ideali sui quali si è fondata la propria fiducia in se stessi
Credo che sarebbe importante, come proposto da A. Bassetti e altri (2008) fondare ai diversi livelli dell‟operatività dei servizi, un nuovo “patto di legalità”. Bisogna sperimentare dei “dispositivi terapeutici ed istituzionali, creare e far funzionare ( a livello intrapsichico ed extra psichico) agenzie di secondo grado, autoriflessive, che permettano di monitorare e mantenere la necessaria stabilità del contenitore-setting-istituzione evitando l‟irrigidimento ossessivo e ritualistico delle forme tramandate per tradizione” (A. Bassetti e altri, 2008).
L‟organizzazione dei servizi potrebbe allora basarsi sulla definizione di linee di attività cliniche e gestionali, diversificate e coordinate da singoli professionisti, con obiettivi specifici da raggiungere e da valutarsi annualmente e che sarebbero governate complessivamente dal responsabile del servizio che avrebbe il compito di scegliere periodicamente le priorità essenziali.
I servizi dovrebbero comunque diventare, oltre che imprese specialistiche in cui erogare prestazioni, anche luoghi in cui si possano continuare ad elaborare conoscenze, a sperimentare un più articolato sistema di responsabilità e di verifica delle stesse, in cui si possano finalmente integrare le risorse personali e interpersonali per contribuire a contrastare quei fenomeni di disagio relazionale iscritto nelle dinamiche di convivenza.
Puntando ad organizzazioni più flessibili, sempre più ordinate da norme certe e condivise, la tensione interna delle identità a confronto può continuare ad essere certamente un problema da risolvere, una tematica da affrontare continuamente, ma può forse diventare nello stesso tempo anche una sfida da fronteggiare.
Occorre rilanciare il tentativo di far comprendere che questa vera e propria sfida della complessità, “richiede pazienza, cultura, rifiuto di formule facili, consapevolezza degli aspetti incerti di una disciplina che richiede molteplicità di strumenti ma anche precisione di idee, concetti chiari, poche concessioni alle semplificazioni” (G. Jervis, 2007) e nessuna indulgenza ad ingenui empirismi o a disperati pessimismi.

BIBLIOGRAFIA

1. Bassetti A., Civitarese G., Foresti G., Panizza S., Rotella M. (2008), “Waterword: lo spettro della liquidità, crisi dei contenitori istituzionali e i nuovi disagi della civiltà”, Relazione al XIV Congresso della SPI Giornate Italiane, Roma 23-25 maggio 2008.
2. Bauman Z. (2004), La vita liquida, Laterza, Bari.
3. Bauman Z. (2006), “I disagi delle civiltà. La moderna liquidità”, Intervista a cura di Andrea Baldassarro in Psiche Vol.I, Il Saggiatore, Milano.
4. Benasayag M. Schmit G. (2003), L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano.
5. Beck U. (2008), Costruire la propria vita, Il Mulino, Roma.
6. Gabbard e Western (2003), “Ripensare l‟azione terapeutica” in L‟Annata Psicoanalitica internazionale Borla, Roma, 2005.
7. Jervis G. (2007), “Complessità e ricerca in cinquant‟anni di psichiatria in Italia”, in Epidemiologia e Psichiatria Sociale, Il Pensiero Scientifico Editore, Milano.
8. Kaes R. (2005), “Il disagio del mondo moderno e la sofferenza del nostro tempo”, Psiche 2005, 2, Il Saggiatore, Milano.
9. Kaes R. (2007), Un singolare plurale, Borla, Roma.)
10. Olivetti Manoukian F. (2007), “Modelli organizzativi dei servizi di salute mentale”, Relazione al III Seminario Nazionale del Ministero della Salute.
11. Sennett R (2006) La cultura del nuovo capitalismo Il Mulino Bologna

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