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Il corpo in psicoanalisi e psicodramma analitico. Convegno internazionale. Roma 6 e 7 marzo 2010

Si è tenuto a Roma il 6 e 7 marzo 2010, presso l’Hotel Universo, a Roma, il convegno internazionale “Il corpo in psicoanalisi e psicodramma analitico” organizzato dalla S.I.Ps.A., la Società Italiana di Psicodramma Analitico.

Perché un Convegno di “professionisti della psiche” sul corpo?
In realtà il dualismo mente – corpo è una questione che nasce con l’uomo.
Dall’animismo delle popolazioni primitive, alla dicotomia cartesiana tra res cogitans e res extensa, passando per la concezione platonica del mondo delle idee contrapposto al mondo reale, o la meta ideale di Giovenale di una “mens sana in corpore sano” , il tema della relazione fra l’aspetto materiale e spirituale dell’uomo ha sempre provocato interrogativi.
La “nuova scienza” psicoanalitica, dai suoi pionieri come Messner e Janet, si trova subito ad affrontare lo scottante “tema”. Freud, sulla loro scia, inizia le sue riflessioni sulla psiche partendo dalle osservazioni dei sintomi fisici nelle donne isteriche.
Dopo Freud, molti psicoanalisti, quali Jung, Lacan, solo per citarne alcuni  più significativi, hanno affrontato  il tema delle possibili correlazioni tra la psiche ed il corpo.
Ma il tema del corpo si pone in maniera peculiare nello psicodramma analitico di Gennie e Paul Lemoine, con tutta la sua valenza nell’ambito delle psicoterapie di gruppo, della psicoterapia in genere, e in quello della formazione e supervisione:

Nello psicodramma analitico, il coinvolgimento della dimensione corporea è tale che le problematiche interenti il corpo traggono particolare beneficio da una cura così orientata, che ha l’obiettivo di rimettere in moto il desiderio soggettivo spesso occultato dalle dimensioni inerenti l’identità . Nello psicodramma, infatti, il gruppo rappresenta il contesto in cui lo sguardo agisce e consente di osservare se e come emerga il soggetto rispetto all’immagine individuale.: ognuno riceve dallo sguardo degli altri una immagine “frammentata” che alimenta il discorso del gruppo e porta gradualmente alla luce una nuova verità che consente la ricostituzione e la riunificazione di sé.
Vi è quindi in questo strumento terapeutico un valore clinico rappresentato dalla peculiarità che si riscontra nella funzione dello sguardo dell’altro, terapeuta e altro partecipante, dalla messa in campo del corpo, dalla scelta delle parole per raccontare fatti personali e questioni che, se vengono messi in atto attraverso il gioco – dispositivo connotante e determinante dello psicodramma – immediatamente squilibrano la posizione del soggetto. Lo costringono a mettersi in discussione, a prendersi la responsabilità delle parole.

Ecco perché gli psicoanalisti della SIPsA hanno pensato di incentrare il loro Convegno annuale sul tema del corpo: il corpo come entità immaginaria, il corpo come simbolo, il corpo che si ammala.

Per delineare meglio la funzione del gioco ed il suo valore terapeutico si è ritenuto importante, all’interno del convegno, dare uno spazio anche all’attività esperienziale.
A questo scopo è stato organizzato un gruppo ad acquario che ha permesso ai partecipanti ed agli osservatori di sperimentare, in una forma ovviamente debitamente adattata a quel particolare contesto, un approccio alla metodica dello psicodramma
Quindi un convegno che ha avuto, tra gli altri, il merito di evidenziare come la psicoanalisi e lo psicodramma, seppure con le loro peculiarità, possono essere strumenti di un ascolto atto a mettere in moto la possibilità di permettere al soggetto di far fare i conti con propri aspetti più o meno conosciuti e anche mettere al lavoro quel “sapere che non sappiamo di sapere”, cioè l’inconscio.
Lo psicodramma non equivale alla psicoanalisi, ma l’etica che vi soggiace è la stessa: l’individuo viene posto di fronte alle sue questioni nel tentativo di far sì che possa poi interrogarsi innanzitutto su quale sia il suo desiderio, magari assolutamente diverso da ciò che vuole o crede di volere, per poi cominciare a scoprire quale sia la sua quota di responsabilità in ciò che gli succede.
Nello psicodramma tutto questo avviene però anche attraverso l’ausilio del gruppo; infatti l’ascolto di “piccoli altri della realtà” attiva la catena significante e di conseguenza viene incrementata la circolarità del discorso, quindi un gruppo che svolge anche la funzione di cassa di risonanza e luogo in cui si può far emergere il proprio livello immaginario e proiettivo.
Dalle relazioni presentate al convegno si sono potuti ascoltare degli interessanti resoconti di casi clinici che hanno contribuito a far emergere quante e quali siano le problematiche legate al corpo e nello specifico, quanto lo strumento psicodrammatico si possa rivelare un valido strumento per affrontare, come dire, anche il corpo che fa le bizze, il corpo cioè che pone e ci pone di fronte anche alle sue varie espressioni patologiche.

Nella specifica sezione dedicata allo psicodramma analitico, il tema del corpo è statao trattato sotto diverse angolature.

La relazione di Renato Gerbaudo ha riproposto, in forma riveduta e corretta, alla luce della teoria di Lacan il celebre motto psiche in azione che fu il “manifesto” di Jacob Levi Moreno, padre fondatore dello psicodramma. Il relatore, infatti, dopo una premessa teorica in cui illustra la definizione di significante nel Lacan dell’ultimo periodo, significante impastato di godimento, argomenta la questione di come si possa trattare la dimensione del reale del corpo come godimento nello psicodramma analitico.
A tale scopo il relatore analizza gli elementi peculiari dello psicodramma, il gruppo ed il gioco, cogliendo in entrambi la crucialità del corpo inteso, seguendo il pensiero di Lacan, come effetto di godimento. Nel gruppo, infatti, il soggetto parlando gode del suo sintomo e lo fa con il corpo, mentre nel gioco il soggetto, con la sua enunciazione, è indotto a disvelare il proprio corpo parlante, effetto del godimento.
Nella parte finale della relazione viene poi riportata una citazione di Paul Lemoine sulla funzione anticipatoria dei movimenti del corpo che accompagnano il discorso. Gerbaudo, infatti, partendo dalla distinzione tra fenomeni di corpo (collegati ai fenomeni psicosomatici) ed eventi di corpo (i sintomi, intesi come immistione del significante nel corpo), invita a focalizzare l’attenzione sulla funzione dei movimenti del corpo nello psicodramma analitico che, secondo Lemoine, permettono di anticipare il ragionamento logico grazie ad un processo di induzione precipitante. L’animatore, accompagnando le parole e le scansioni del discorso e del corpo, fa nascere il discorso latente dei partecipanti sotto il discorso manifesto. Questa funzione di induzione discorsiva non potrebbe svolgersi senza l’uso di un corpo che favorisce questo disvelamento.
Il corpo dunque accompagna il discorso, rendendolo significante.
L’obiettivo è al tempo stesso il limite dello psicodramma analitico: fare spazio al corpo come Altro, per recuperare il godimento parziale ed aprirsi alla propria libertà desiderante. Possibilità di apertura all’analisi, iniziando dalla castrazione dell’Altro

Nell’articolo di Moreno Blascovich viene raccontata l’esperienza di un gruppo di psicodramma analitico con pazienti psicotici. Sono presentati, in breve, tre casi clinici in cui il problema della corporeità, in vari modi, assume un posto centrale nella vita dei tre individui. Per Lorenzo il corpo è una macchina e lo tratta allo stesso modo della sua preziosa bicicletta; per Angelo il corpo è inesistente, degradato  ed annullato nella relazione con l’altro e con se stesso, per Isotta non c’è separazione tra parole e corpo.
In che modo lo psicodramma ha potuto aiutare dei pazienti così gravi?
Attraverso il gioco è stato possibile per loro iniziare a pensare che il godimento si possa, almeno parzialmente, “trattare”, per provare ad inscriversi, sempre parzialmente, in un legame sociale.
L’esperienza di Massimo Pietrasanta narra invece una storia di un paziente psicotico che si è sviluppata all’interno di un Centro di Salute Mentale. Ci si è trovati ad affrontare le difficoltà schizofreniche dell’istituzione curante e dei suoi operatori, oltre alla patologia di Luca, quarantenne che rappresenta una specie di eroe romantico, rifiutato già da altre strutture, che giunge in preda ad un delirio per cui si crede Batman. Nell’articolo viene messo in evidenza soprattutto il ruolo assai importante che, nel dispositivo psicodrammatico, hanno avuto per quest’uomo, gli Io ausiliari. È stato un tentativo di costruire un “inconscio terapeutico comune” (Benedetti) che ha dato la possibilità di avvicinare il delirio e che in qualche misura ha permesso al paziente di usare il gruppo come contenitore, tanto da arrivare a parlare del suo crollo psicotico. L’esperienza gruppale ed il gioco, in particolare, sono stati una cerniera tra spazio e tempo reale ed immaginario, il racconto personale presentato allo sguardo degli altri ha aperto uno spiraglio al simbolico, seppure in forma parziale.
Paola Cecchetti disserta sul concetto di “assenza” con considerazioni sulla filosofia e l’arte. È questo uno spunto per affrontare un doloroso discorso di un’esperienza condotta, attraverso lo psicodramma analitico, in una struttura per malati terminali di Aids. Viene raccontata una seduta, a partire dal sogno di una paziente, che viene messo in gioco. La donna riesce, attraverso il gioco, a “prefigurare in modo mitico la propria morte” e la morte viene, in questa situazione, considerata dall’autrice come passaggio all’assenza del corpo, un corpo che  “è ben altro che l’organismo biologico”.
Altra assenza significativa, nello psicodramma analitico presentato da Paola Cecchetti, è quello della “scomparsa” dell’analista e della situazione del gruppo di formazione in cui l’assenza dell’analista didatta apre a importanti questioni.
Il contributo di Roberto Pani e Cinzia Carnevali prende in considerazione il discorso del corpo in relazione alla ricerca di equilibrio tra il sentimento di sé come soggetto e il sentimento di sé come oggetto e l’importanza del ruolo dell’analista. Viene dato spazio anche al sogno e al discorso analitico dal punto di vista di varie teorie contemporanee. Viene poi presentato un caso clinico di una giovane donna che attraverso il lavoro nel gruppo di psicodramma è riuscita a trovare una sua identità femminile, a giungere ad una individuazione di sé. “Lo spazio del gruppo diviene un oggetto trasformativo e di possibile rappresentazione” e favorisce quei processi interpersonali che necessitano di una continua interazione corpo-mente.
L’ultimo dei contributi degli psicodrammatisti è quello di Antonia Guarini che narra di una sua esperienza svolta in un gruppo di psicodramma a termine, cioè con un numero di sedute prefissato, in consultorio.
Si tratta di un gruppo di donne che hanno chiesto aiuto per via degli attacchi di panico.
Secondo l’Autrice si possono distinguere tre fasi nella cura: una prima fase in cui il corpo urla, attraverso sintomi che hanno una rilevanza esclusivamente organica: “il soggetto non c’è più, completamente annientato da un corpo impazzito”; le persone hanno bisogno, nella realtà, di un accompagnatore che può essere “sostituito” dal terapeuta. Una seconda fase è quella in cui la persona è occupata da sé e dai propri bisogni, ma, allo stesso tempo il discorso prova ad articolarsi, “si istericizza” e si inizia a cogliere la propria divisione soggettiva. Nell’ultima fase ci si può interrogare sulla propria posizione rispetto all’Altro e “si coglie un Altro mancante, barrato ed è forse proprio da qui che ciascuno può avvicinarsi alla propria mancanza strutturale e cominciare a darsi parola”.
Spiegazione, questa, che coglie uno dei nodi fondamentali che fa assurgere lo psicodramma analitico a strumento terapeutico, strumento che usa le stesse mosse della psicoanalisi.
Un contributo significativo è stato poi portato da Fabiola Fortuna , che da molti anni si occupa di pazienti affetti anche da gravi patologie organiche.  Un corpo che si ammala è un corpo che chiede aiuto

La dott.ssa Fortuna porta il caso di Giovanna, una paziente di cinquant’anni affetta da tumore al polmone. La lunga esperienza clinica ha affinato l’ascolto della dott.ssa Fortuna, così da proporre un caso che, trascendendo dalla situazione specifica della paziente, si palesa come “prototipo” del paziente affetto da una grave malattia somatica. In Giovanna ritroviamo infatti la storia di “tante Giovanne” che si rivolgono al terapeuta con una confusa richiesta di aiuto che, supportata da un paziente e metodico ascolto, può evolvere in una domanda di recupero della propria dimensione desiderante.

Infatti, già nelle premesse, l’Autrice invita a riflettere sul fatto che nei suoi pazienti ammalati di tumore, ricorrono analogie significative. A cominciare dalla domanda che generalmente le/si rivolgono: “Ma perché il cancro è venuto proprio a me?”.
Una incredulità che deriva dalla sorpresa di questo male che va a incrinare una quadro esistenziale apparentemente liscio, senza zone d’ombra. In tutti i pazienti, in realtà, emerge gradualmente la medesima modalità di affrontare le situazioni di vita,  contraddistinta da una irriducibile volontà di auto-punizione, di rinuncia ad esistere a favore di un altro, che pur concretizzandosi in figure diverse, un marito, una madre, un padre.., rappresentano comunque un Altro con la A maiuscola, il grande Altro di Lacan, a favore del quale ci si immola.
Seguendo gli insegnamenti teorici, ahimè non fissati sulla carta, e l’esperienza clinica del compianto maestro Claudio Modigliani, grande psicoanalista scomparso tre anni fa,fondatore del Gruppo di Psicosomatica Clinica, di cui questo contributo vuol essere un omaggio, la dott.ssa Fortuna inquadra il caso di Giovanna, o, potremmo dire, di “tutte le Giovanne” che ha incontrato, in una dimensione di regressione arcaica in cui non c’è spazio nemmeno per la infelicità. Modigliani infatti si riferisce, molto efficacemente, ad una “felicità inconscia”, per cui prevale una irriducibile volontà di autodistruzione, disperato tentativo di uscire dalla morsa di una condizione così penosa da non poter essere nemmeno pensata: tali persone infatti vivono in “una mortifera perfezione assoluta” (Fortuna). Afferma Modigliani: La negazione e la rimozione sono dei meccanismi di difesa, cioè meccanismi di rifugio e di fuga dalla sofferenza che, però, lasciano del tutto insolute le situazioni conflittuali inconsce che sono quelle che poi possono dar luogo a volte, a  malattie psicosomatiche gravi, comprese quelle mortali.

Va da sé, che, partendo da queste considerazioni cliniche, l’ascolto di tali pazienti richiede non solo tanta pazienza (sono persone che rifiutano, di fatto, l’idea di un pur minimo cambiamento nella propria esistenza), ma anche la capacità di orientare l’ascolto del paziente verso se stesso; il dipanarsi del racconto del caso di Giovanna evidenzia il dipanarsi del racconto del caso di Giovanna rivela una vita sopraffatta dagli eventi ed incastrata, da sempre, in relazioni frustranti. Fin dalla sua infanzia Giovanna si è trovata ad occuparsi degli altri, a rispondere alle loro richieste ed esigenze, senza mai provare a dire la sua, a prendere una posizione:  anche stavolta – direbbe Modigliani – il Super-io avrebbe emesso la sua sentenza di morte.

Ed anche nel momento in cui poi la patologia si manifesta nel corpo, l’usuale atteggiamento non sembra scalfirsi: nemmeno di fronte al pericolo imminente sembra esserci spazio per un dubbio.
Il terapeuta ha quindi il delicato compito di smantellare gradualmente questa situazione apparentemente perfetta, ed offrire al paziente l’opportunità di confrontarsi finalmente con il mondo esterno ed interno.

In simili situazioni , rileva la dott.ssa Fortuna, l’inserimento in un gruppo di psicodramma analitico può essere più che mai opportuno. Viene infatti offerta la opportunità di sperimentare ruoli e posizioni diverse, sotto lo sguardo degli altri e, soprattutto, di se stessa. Proprio nel gruppo, all’apparenza così minaccioso, Giovanna ha la possibilità di riconoscersi come soggetto desiderante e non solo come emanazione del desiderio altrui.
Il lavoro che Giovanna porta avanti non è facile, ma le sue condizioni fisiche migliorano: con grande meraviglia del suo oncologo, Giovanna è in breve tempo in grado di sottoporsi ad una operazione fino ad allora ritenuta improponibile, stante le sue precarie situazioni di salute. Ciò le ha quindi consentito di completare i cicli di cure, che stanno producendo effetti insperati.

Tutto ciò lascia ipotizzare che l’apertura all’ascolto di sé e un po’ di fiducia nel lavoro analitico individuale e di gruppo, non solo possono aprire ad una posizione soggettiva più forte rispetto all’Altro, ma abbiano significative ricadute anche sulle condizioni fisiche, coinvolgendo non solo gli aspetti psichici ma anche il corpo malato.
Nelle conclusioni, la dott.ssa Fortuna, pur sottolineando il favorevole decorso delle condizioni di Giovanna, pone in guardia di fronte a facili e pericolose banalizzazioni: le gravi malattie organiche vanno affrontate con tutti gli strumenti che la scienza offre, ma, e questo sembra essere il significativo messaggio che la dott.ssa Fortuna ci porta, tale strategia può avere un importante alleato terapeutico nell’utilizzo di strumenti diversi, come la psicoterapia, che ne possono amplificare gli effetti e il caso di Giovanna ne è un chiaro esempio.
Un’ultima notazione teorica ci sembra essere interessante. La dott.ssa Fortuna, infatti, partendo dal caso di Giovanna propone una interessante assonanza tra il pensiero dei suoi principali riferimenti teorici, Claudio Modigliani e Jacques Lacan, apparentemente molto lontani fra loro.
L’autrice sottolinea che tra il significato del fenomeno psicosomatico in Lacan, inteso come esito del congelamento della catena significante, dovuto al disconoscimento  dell’alterità e la concezione di Modigliani della malattia psicosomatica come risultato di una profonda conflittualità inconscia, annientata da un Super Io implacabile, che egli colloca in una fase regressiva arcaica, possono cogliersi degli interessanti punti di contatto che il caso clinico aiuta a far emergere. La malattia organica grave infatti potrebbe configurarsi come esito di stati psichici profondamente arcaici, caratterizzati dalla fuga dalla conflittualità.
Ancora una volta si dimostra come la pratica clinica e la teoria siano così legate da arricchirsi reciprocamente di nuovi spunti di riflessione e di pensiero.

Questo evento ha voluto anche essere un’occasione di scambio per teorie ed opinioni diverse. A tale scopo sono stati invitati esperti illustri anche di altre correnti e teorie.

Il primo di contributo è stato presentato dal professor Mahmoud Sami-Alì, emerito dell’università Parigi VII e fondatore del Centro Internazionale di Psicosomatica di Parigi. Sami-Alì, egiziano trapiantato da moltissimi anni in Francia, ha costruito un suo impianto teorico-clinico, da lui definito psicosomatica relazionale, che vuole distanziarsi sia dalla medicina che dalla psicoanalisi. Sia il fisico che lo psichico sono infatti per Sami Alì relazionali, e la relazione, da non confondere con la relazione d’oggetto freudiana, si sviluppa dal momento del concepimento, ed è al centro del costrutto teorico,  in quanto su di essa e sugli scambi e le interazioni spaziali e temporali si organizza la strutturazione della realtà da parte di un individuo. Il passaggio dal somatico allo psichico non può essere spiegato, come ha affermato l’autore, utilizzando un discorso di causalità lineare, ma facendo riferimento alla causalità circolare. Sami Alì infatti, per spiegare le cause delle patologie organiche, assume un punto di vista che implica un radicale cambiamento di posizione rispetto alla classica teoria freudiana, per la quale la patologia somatica è “espressione di una mancanza di qualcosa”.
Alla base delle malattie funzionali ed organiche c’è sempre una situazione conflittuale, che può prendere forma di una alternativa semplice (A e non-A) oppure in situazioni di compromesso. Questa seconda situazione è correlata alle psicopatologie e all’interno di essa si situa, rileva Sami-Alì, la psicopatologia freudiana. Si può però creare anche un conflitto insolubile che porta ad una situazione di impasse che rende possibile l’affacciarsi di patologie organiche. L’impasse è dunque una situazione di insolubilità di un problema ed il lavoro terapeutico consiste proprio nel mettere in relazione il piano relazionale con quello biologico per permettere alla persona di recuperare le energie intrappolate nel conflitto: se l’impasse viene vista come oggetto, al di fuori di sé, non è più una trappola ma un modo per fare legame con il passato e può essere, considerando che non è mai possibile trovare la soluzione, sciolta. Tutto il lavoro terapeutico, in questa particolare visione di Sami-Alì, è fondato sul sogno che, pensato come dato naturale del pensiero notturno e non realizzazione di desiderio, permette di ridare un senso alla relazione e quindi aiutare a sciogliere l’impasse. Alla fine di questa relazione sono stati proposti, alla luce dell’epistemologia presentata, due vignette cliniche relative a due donne malate di cancro che hanno avuto modo, attraverso il lavoro sul sogno, di avvicinare e snodare l’impasse che aveva in qualche modo impedito loro di stabilire una capacità relazionale atta a vivere.

La seconda relazione è stata quella del professor Luigi Aversa, dal titolo “Corpo, coscienza, racconto”.

Una relazione interessante e singolare, che si dipana lungo una serie di interrogativi, in quanto l’Autore sottolinea che “la psicologia del profondo abbia veramente un futuro se ricorda la sua base di partenza: l’interrogarsi”
Un piccolo viaggio, dunque, su cosa evochi nella coscienza lo spazio dell’interrogarsi. Si inizia da Platone, i cui dialoghi erano contraddistinti dalla domanda “cos’è una cosa?” Per poi chiedersi: quando qualcosa diventa psichico, e cos’è la psiche.  Psichico come valenza rappresentativa delle cose.
Ancora, seguendo il pensiero di Sartre, secondo cui se c’è un oggetto per eccellenza psichico questo è il corpo, cos’è il corpo? Bisogna quindi interrogarsi su cosa è il corpo per accedere a quella valenza rappresentativa che lo rende psichico. La psicopatologia tedesca coglie i due aspetti del corpo utilizzando termini diversi: Korper, il corpo anatomico, e Leib, il corpo vissuto. Un aspetto diverso viene colto da Merleu Ponty, secondo cui il corpo è una soglia d’ombra dove transita la luminosità della coscienza. Quindi per capire il corpo bisogna capire la coscienza.
Il prof. Aversa va oltre: un domanda richiama un’altra domanda, per rilevare la stretta connessione tra corpo, coscienza e racconto che, riconducendo all’uomo come animale simbolico (simbolo, unione di due registri) implica la esistenza delle rispettive antinomie, biologico, inconscio e linguaggio. Il funzionamento psichico si può quindi cogliere attraverso questi registri antinomici. In tutti questi aspetti risulta cruciale il concetto di soglia, proposto dalla psicopatologia: soglia come limite sopra il quale le situazioni vengono strutturate in significati. La terapia consiste quindi nel cogliere l’oscillazione attraverso questa soglia. Da qui risulta il motivo della importanza attribuita da Bion al “qui e ora”: terapia come percezione del momento presente. Concetto che il relatore, con arguzia, associa alla frase di un film per ragazzi: “L’oggi è un dono per questo si chiama presente”.

Altro importante contributo è stato quello del professor Luigi Solano dal titolo “la psicosomatica oggi”. L’autore passa in rassegna le principali posizioni rispetto alla questione della  relazione mente /corpo che hanno contraddistinto il pensiero occidentale nel corso dei secoli. Particolare attenzione viene dedicata al monismo riduzionista nella seconda metà dell’800 e sulle ricadute negative sul  progresso del pensiero e della ricerca. A questa corrente di pensiero si è contrapposta la psicosomatica, con il rischio però di confermare un dualismo che non sembra essere sostenibile, se inteso come influenza della mente sul corpo. L’autore propone una posizione, definita di monismo non riduzionista unito ad un dualismo conoscitivo, in cui corpo e mente si configurano come due categorie aventi a che fare essenzialmente con il vertice da cui si pone l’osservatore, e non come entità dotate di una qualche tipo di esistenza intrinseca: per chiarire questo concetto viene proposta la metafora chiarificatrice del lampo e del tuono, che seppure apparentemente fenomeni diversi e distanziati nel tempo, sono in realtà la concretizzazione di un unico fenomeno fisico, una scarica elettrica.
Il relatore propone di sostituire alla dialettica corpo/mente, una dialettica tra sistemi simbolici e non simbolici, come teorizzato sia da Wilma Bucci che, in termini più generici, da molti autori psicoanalitici. Ogni sistema può essere osservato e definito da un versante somatico o da un versante mentale e la malattia somatica viene vista non come dovuta ad un influsso della mente sul corpo, ma ad una disconnessione tra sistemi. Al tempo stesso l’emergenza di un sintomo somatico, pur testimoniando questa disconnessione, può altresì rappresentare al contempo un primo tentativo di (ri)connessione, che può andare a buon fine in presenza di un contenitore adeguato. Un simile aspetto del sintomo organico viene esemplificato con un breve cenno alla vicenda clinica di un paziente, Dino, il cui sintomo fisico si connota come movimento evolutivo.

Si è partiti dal presupposto di provare a mettere in discussione il discorso di una psicosomatica che intende le cause psichiche delle malattie come fenomeno di tipo consequenziale, rispetto ad un disagio, e al tempo stesso si è data importanza all’emersione ed all’analisi di istanze psichiche che possono farsi “vedere” solo attraverso malattie e o manifestazioni somatiche a vario livello.
Il Convegno è stato un interessante campo di confronto di idee. Non si è tratta, ovviamente, alcuna soluzione definitiva ma lo scambio delle diverse posizioni e la valutazione dello psicodramma analitico come strumento prezioso ed ancora abbastanza sconosciuto hanno permesso un contributo a nostro avviso importante a questo dibattito che sempre più coinvolge il campo psicoanalitico.

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