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Intervista con Robert D. Hinshelwood: II parte.

di Sabrina Di Cioccio

Domanda. Dr. Hinshelwood prima di tutto, a distanza di diverse settimane dalla Conferenza tenutasi a Roma il 3 e 4 Ottobre 2014, come trova che sia stata la risposta al tema del suo libro “Ricerca nel Setting”? E che cosa pensa della lettura che ne hanno dato gli psicoanalisti Italiani intervenuti alla presentazione?

R.D. Hinshelwood. Questa è una domanda non semplice, perché è parecchio difficile riflettere sulle presentazioni nel corso di una conferenza e soprattutto quando è il mio lavoro al centro dell’interesse. Provo sentimenti differenti, di soddisfazione e al contempo disagio che insieme interferiscono con la mia capacità di rispondere pienamente a quanto è stato detto in quella occasione tenendo conto del tempo trascorso fino ad ora, e a dire la verità ne ho un ricordo parziale. Dunque, prima di tutto penso che non possa dare una risposta dettagliata e fare un’analisi di quanto è stato detto: ho solo delle impressioni generali, e queste non possono essere del tutto affidabili.
Le mie impressioni generali risultano, due: la prima, interessa il fatto che sia stato estremamente gentile da parte degli organizzatori della Conferenza e dei relatori che sono intervenuti a presentare il libro, di dedicare un giorno alla discussione del mio lavoro, e non si tratta soltanto del mio lavoro. Risulta un dato per me importante, che altre persone nel mondo psicoanalitico siano interessate allo studio comparativo delle idee psicoanalitiche ed è ad ogni modo doloroso sottoporre le proprie opinioni ad un esame minuzioso, secondo una modalità rigorosa e comparativa.
Dunque, sono grato agli organizzatori e ai relatori che hanno presentato il libro, e sicuramente a Stefania Marinelli per aver curato la traduzione Italiana e la pubblicazione di Ricerca nel Setting. Sono incoraggiato dal fatto che ci siano altre persone che vogliano occuparsi della necessità di una ricerca clinica che sia migliore, e questo è di speranza per il futuro della psicoanalisi in generale.
Sarebbe una buona cosa se il mio libro creasse interesse in molti altri paesi, non necessariamente nella forma di un accordo con la mia argomentazione ma per sviluppare più interesse rispetto al come poter fare ricerca in modo più rigoroso.
L’altra cosa che penso, è che non sia così semplice iniziare a concepire la possibilità di fare ricerca nel setting clinico.
Non vorrei risultare critico perché comprendo tale difficoltà: pensare alla questione problematica che il mio libro affronta, ha richiesto più di dieci anni, prima che potesse essere scritto, revisionato e pubblicato, dunque concordo nel pensare che il riflettere su queste tematiche richieda molto tempo. E solitamente riflettendo ancora, gli psicoanalisti tendono a vivere come una questione problematica, il criticismo nei confronti delle proprie visioni.
Naturalmente non piace a nessuno che le proprie idee possano venire esaminate in modo critico, ma siamo anche abituati a fare i conti con il criticismo all’interno della situazione clinica in cui tendiamo a pensare alla motivazione di un’altra persona- alla motivazione del paziente nel transfert. Spesso ciò fa ingresso nel nostro mondo professionale ed in modo automatico cominciamo a pensare ai nostri critici, anche se si tratta di colleghi, nei termini di quella che è la loro motivazione inconscia a criticare. Sto risultando fazioso?
Ritengo ci sia molta reazione contro i colleghi psicoanalisti di questo tipo, che valutano i moventi dei loro colleghi piuttosto che le proprie argomentazioni. C’è meno discriminazione tra il comprendere quello che i colleghi dicono, e che cosa i pazienti dicano, e dovremmo essere più chiari in merito alle discussioni che intratteniamo sulla ricerca, sulle questioni relative alla professione, e su quelle che interessano le motivazioni inconsce di qualcuno. Mi sembra che ciò intralci ed ostruisca un buon dibattito professionale, e ci richieda un lungo tempo affinché possiamo essere capaci di operare quella distinzione, ed occuparci della questione della ricerca in un modo che non sia contaminato dal dedicarci a questioni di motivazione. Dunque, esistono delle problematicità per i relatori che svolgono la funzione di presentanti, all’interno del tipo di setting in cui la Conferenza è avvenuta. In particolare, c’è l’ansia rispetto al fatto che le proprie idee debbano poter essere esaminate, messe a confronto e sottoposte a ricerca, ed un’incomprensibile reazione al sentirsi esaminati come se si trattasse dell’esame di un paziente.
Bene, non so se questa sia stata una risposta utile alla domanda: sfortunatamente non si tratta di una replica dettagliata a ciascun relatore presentante ma mi auguro che il mio tentativo di riuscire a capire il perché un dibattito possa risultare difficile per me come anche per i relatori, forse potrebbe essere di interesse.

Domanda. Dr. Hinshelwood, in seguito al dibattito sviluppatosi nella Conferenza, potremmo dire che la modalità scientifica di fare ricerca in psicoanalisi, punta all’interpretazione come il solo strumento dell’analista, in grado di verificare l’ipotesi: un’interpretazione risulta veramente verificata, solo se c’è stata una risposta da parte dell’inconscio del paziente. Ho trovato che questo, fosse un punto cardinale della Sua presentazione e dovrebbe essere di riferimento nella pratica clinica quotidiana, di ciascun analista.
Mi piacerebbe dunque chiederle in merito a ciò, in che modo è possibile leggere l’importanza di tenere separati nel lavoro con i pazienti, transfert e controtransfert, come da Freud stesso indicato nel 1918, quando precisò che l’analista avrebbe dovuto rigettare il rischio di fare del malato una sua proprietà privata o la persona che ne rispecchia gli Ideali?

Robert D. Hinshelwood. E’ di certo vero che l’analista dovrebbe resistere, tenendo il paziente fuori dal proprio mondo privato ed allo stesso tempo, è vero anche- ed è quello che le persone fanno-, che coloro ai quali esse si rapportano, li concepiscono secondo categorie e funzioni a loro familiari, nelle proprie storie di vita.
In cosa l’analista è in qualche modo diverso? Come potrebbe esserlo? Questo risulta importante, ed è fondamentale non solo per il mio modello di ricerca nel setting psicoanalitico ma per la psicologia in generale.
Se ogni persona esiste nel proprio mondo, come è possibile che due persone si rapportino ed entrino in relazione l’uno con l’altro?
Di fatto, gli esseri umani vi riescono. Non siamo del tutto solipsistici, a meno che non siamo forse autistici o psicotici: alcune persone sono autistiche, e possiamo studiare la differenza tra loro ed il resto di noi. Qualcosa interviene affinché le persone autistiche siano diverse da coloro di noi, capaci di stringere relazioni secondo modalità ordinarie.
Conoscere un’altra mente significa essere capaci di comprendere che siamo visti dagli altri non solo secondo le loro proprie categorie standard ma anche che essi hanno coscienza di noi come soggetti aventi delle proprietà uniche, a cui è riconosciuto inoltre di essere consapevoli della loro unicità. Questa reciprocità del modo di vedere di un altro, è qualcosa ad oggi chiamata mentalizzazione ma va decifrata in modo valido.
Come detto sopra, noi viviamo nel nostro mondo di aspettative ma esiste anche una consapevolezza della realtà degli altri. Inoltre il principio di realtà, si applica al riconoscimento di altre menti e forse si applica nel particolare, ovvero ciò è alla radice in psicoanalisi della teoria delle relazioni oggettuali, ed è l’importante dono che essa apporta invero alla più tradizionale psicologia dell’Io di Freud.
Negli ultimi anni, la scoperta dei neuroni a specchio ha certamente comportato che esista un sistema fisico di scansione del cervello, capace di catturare l’attività di quello della persona con cui si sta rapportando: ciò può a mio avviso, essere sintetizzato ora, con qualcosa di piuttosto semplice da comprendere.
Se il ruolo del paziente è di aiutare l’analista a capire le sue categorie e funzioni nel pensare gli altri, l’analista usa le proprie categorie e funzioni per cogliere quelle del paziente! In altre parole, l’analista potrà usare il proprio equipaggiamento concettuale come background ma il suo lavoro consiste nell’avere un’idea dell’equipaggiamento concettuale del paziente: dunque la semplice cosa che se ne può dedurre, è che l’oggetto dell’analisi, siano le teorie del paziente piuttosto che degli analisti. Direi che tenendo a mente quanto le loro teorie- del paziente o dell’analista-, siano importanti, ci siamo dati un buon punto di partenza per evitare il rischio di fare del paziente una parte del nostro mondo personale. In altre parole, il nostro compito non è di adattare i pazienti alle teorie piuttosto il contrario: quando permettiamo al transfert di svilupparsi, consentiamo al paziente di adattarci alle sue teorie. Penso che ciò riecheggerà nei miei pensieri, nel corso di tutte le altre domande ma qui terrò a precisare un paio di ulteriori punti.
La tentazione di cui Freud era preoccupato, era quella relativa al fatto che gli analisti si sarebbero limitati ad usare le proprie categorie per adattarvi banalmente quelle dei loro pazienti, piuttosto che fare il contrario: Freud intendeva ciò come analisi selvaggia. Molti analisti hanno usato le idee di Freud secondo tale semplicistica modalità, per categorizzare i pazienti come se le teorie della psicoanalisi fossero una verità eterna ed assoluta. Credo che Freud ne fosse angosciato e nonostante sostenne spesso le proprie idee come verità contro un’opposizione irragionevole, è evidente che in altri tempi volle che la psicoanalisi fosse un sistema aperto in grado di permettere sviluppi, affrontare problemi e contraddizioni, e crescere in un modo organico in rapporto alla pratica e ad altri risultati scientifici. Tale apertura richiede la capacità di mettere da parte le teorie di ciascuno e più specificatamente, di metterle da parte in favore di quelle del paziente.
La coincisa ma meno che chiara affermazione che coglie tale aspetto, è senza memoria e desiderio ovvero l’atto dell’analista di abbandonare le proprie teorie e categorie: questo ammonimento fu presentato da Bion nel suo famoso testo del 1967, e venne a supporto di ciò che chiamò reverie.
Reverie è il dono intuitivo della madre o di un’altra figura di accadimento, di rispondere e sapere dell’esperienza del bambino, in assenza del linguaggio e delle forme esplicite di comunicazione che gli esseri umani utilizzano. Si tratta di qualcosa di implicito, di un intuitivo essere in contatto con un altro essere umano: tale capacità ha bisogno che l’analista la preservi dalle sue teorie e dall’uso per i propri scopi.
Il mio modello dipende in parte da questo imperativo dato da Bion: la capacità dell’analista di reverie. Tale forma di comunicazione implicita e basata sull’intuizione, e ciò che lo posiziona più strettamente in linea con la modalità del paziente (e di se stesso, l’analista naturalmente) di concepire gli altri. E’ questo processo a dare all’analista qualche possibilità di distanziarsi dalle proprie teorie e categorie, e di cogliere quelle del paziente.
Naturalmente chi è a poter dire che l’analista dia con successo priorità alle teorie del paziente, piuttosto che alle proprie? Bene, c’è una persona che può dire se l’analista vi riesce: quella persona è naturalmente, il paziente! Sebbene forse non sia la mente conscia del paziente.
Gran parte del mio libro si occupa di questo: della modalità con cui l’analista potrà permettere a se stesso di leggere la conferma (o no) che l’inconscio del paziente, dà.

Domanda. Il dibattito sviluppatosi attorno al tema del suo libro e al suo scopo di proporre un modello logico, ha invocato una questione primordiale circa quale sia il campo della psicoanalisi. Freud ha fallito il suo Progetto nel 1895, e seguirono molti pensieri differenti circa la psicoanalisi e le sue connessioni con le scienze umane ma ciò che sembra essere andato perduto nel corso di questo secolo, è la consapevolezza della sola condizione che renda possibile la psicoanalisi e la sua scoperta: il linguaggio e le sue regole.
Non pensa che un ritorno alla scoperta dell’inconscio, e al modo in cui essa è avvenuta, potrebbe rendere chiaro l’ambito entro cui l’interrogativo- “Può la psicoanalisi essere considerata una scienza?”-, ha ragione per noi, di esistere?

Robert D. Hinshelwood. Sì, penso che qualcosa sia perso della vera natura della psicoanalisi, e Freud realizzò molto velocemente che la scienza del Progetto (1895) fosse una pseudo-scienza, mettendo in campo tentativi per distruggerlo. Allo stesso tempo, al termine della sua vita, chiese alla psicoanalisi di essere una scienza come un’altra: il problema è chiedersi e dare una risposta a tale domanda sul come possa essere come le altre scienze? E rispetto a che cosa la psicoanalisi lo sarebbe: questo Freud non lo ha adeguatamente dibattuto, dando per scontato che ciascuno sapesse di quale scienza si trattasse, ad ogni modo di fatto la natura della scienza è andata modificandosi nel corso del XX secolo, in parte in risposta alla teoria dei quanti e della relatività. In verità, a Vienna, i filosofi sono stati particolarmente attivi nel revisionare cosa sia la scienza: se la psicoanalisi punta ad esserlo, allora ciò cui mira è un bersaglio mobile.
Il mio lavoro sulla ricerca psicoanalitica cerca di trattare questo tema giungendo alla conclusione che sia meglio caratterizzare la natura della ricerca psicoanalitica in termini propri, e dimenticare il tentativo di rincorrere ad imitare altre scienze o di raccoglierne la varietà di scarti.
Mi sembra che il cuore del lavoro psicoanalitico e pertanto la ricerca che desideriamo fare, si occupi come accennato nella risposta alla domanda precedente, di come la persona entri in relazione con l’altro. Questo tipo di coinvolgimento tra menti, può essere solo ricercato con un atto dello stesso tipo: la messa in rapporto di due persone, l’analista e il paziente, di cui il nucleo sono le esperienze che ciascuno fa dell’altro, il come si viene autorizzati ad avere un impatto su ciascuno ma ha luogo scontrandosi alternativamente, con le teorie di quelli che prevarranno e li ridurranno a scambiarsi teorie.
In merito al linguaggio, questa è a mio avviso una questione complicata. La natura del linguaggio necessita per la verità, di essere esplorata di più dagli psicoanalisti. Il linguaggio dopo la scoperta di Freud dell’interpretazione dei sogni, è stato assunto come un semplice sistema di significati ma ciò sembra semplicistico. Il ruolo del linguaggio è complesso, e la sua connessione con altri sistemi di comunicazione, resta oscura.
La maniera in cui una mente ha un effetto su un’altra, ha per la verità molte modalità e funzioni: come menzionato sopra, c’è un diretto e non-verbale coinvolgimento di aspettative ed esperienze dell’altro ma la modalità verbale e linguistica risulta importante, è semiotica e richiede che una comunità di persone accettino tra di loro, le regole della sintassi e il vocabolario. Il linguaggio è dunque una porta di ingresso nella comunità sociale ma è un accordo: unirsi ad una comunità di linguaggio implica accettare assunzioni implicite ed anche esplicite, costruzioni, e pregiudizi di quella comunità.
Ritengo, Sabrina, che questa sia l’importanza che tu stia indicando: l’imporsi del sistema semiotico nell’emergenza della personalità di colui che inizia ad apprendere il linguaggio. Il mondo esterno entra nella persona in modo attivo e sembra essere in opposizione alle percezioni che hanno un’esistenza più passiva, ad ogni modo questa è una posizione contestata. Come descritto sopra, gli aspetti comunicativi non verbali di rapporto alle altre menti, hanno una qualità attiva: il processo intuitivo coinvolge e attiva l’altro in un senso più diretto, e ognuna delle due menti- soggetto e oggetto-, permette a questo processo attivante di accadere. Di certo ci sono pressioni sociali e costrizioni, a circondare e ad abitare questo processo intuitivo ma il coinvolgimento è primariamente con un’altra mente e le sue esperienze: ad ogni modo la maggior parte delle influenze sociali agisce per costringere, formare, liberare, opprimere.
Sono ora diventato più astratto nei miei tentativi di portarci in un mondo più concreto di influenze dirette come opposte a quelle sistematizzate semioticamente ma ci sono più di un paio di punti da fare, in merito ai modi in cui altre menti entrano in relazione individualmente attraverso l’intuizione o collettivamente attraverso sistemi semiotici. Ciò risulta in particolar modo importante rispetto al tentare di piazzare accuratamente, il ruolo del linguaggio: se c’è un ruolo sociale ed interpersonale per il linguaggio inteso come comunicare sistematicamente con gli altri, esiste anche un suo ruolo interno. In altre parole, il linguaggio è implicato nella capacità del neonato di dare senso al proprio mondo: capacità che compare probabilmente intorno all’inizio del secondo anno di vita ovvero almeno in prossimità del momento in cui il linguaggio prende avvio come comunicazione esterna.
La comunicazione interna e la capacità del soggetto di dare senso e di rappresentare il proprio mondo a se stesso, dipende dal linguaggio allo stesso modo della comunicazione esterna con gli altri: Freud lo sapeva sin dall’inizio, quando scrisse il trattato sull’afasia nel 1891.
Il linguaggio ha molteplici ruoli: non solo di comunicazione con altre menti ma di capacità interna di rappresentare significativamente all’interno di sé stessi, e di seguito in aggiunta a ciò, di capacità nel comunicare agli altri i significati interni che sono rappresentati. Questa presenza interna (o rappresentazione) di qualcosa non presente è in verità importante, e lo è stata per Freud: deriva da quello che è stato il suo maestro di Filosofia, Franz Brentano. L’esistenza interna di una rappresentazione di qualcosa a dire il vero non presente nel mondo, è stata da lui denominata inesistenza: si tratta dell’unicità dell’essere umano di essere capace a comunicare alle altre menti che ciò non esiste nella realtà (“inesiste” nella mente). Il linguaggio è l’unico strumento che può puntare a tali rappresentazioni interne: punta a quelle cose che esistono esternamente, proprio come quando ognuno con il proprio dito, indica qualcosa. Di fatto, gli esseri umani sono i soli animali capaci di indicare, e l’attività di indicare con il dito emerge esattamente allo stesso tempo dello sviluppo in cui ha inizio il linguaggio: intorno ai 12 mesi di vita.
L’importanza del linguaggio va ulteriormente oltre l’idea di Freud di una presentazione dell’oggetto data dall’associazione tra la presentazione di una cosa con una parola, e a mio avviso va al di là della comprensione di come i significati sociali persuadano la mente: esso ha del tutto un ruolo nella capacità di produrre rappresentazioni.
Bene, sono stato molto stimolato dalla tua domanda sul linguaggio. Non è così? E’ qualcosa su cui ho preso a riflettere di recente, e sto cercando di rendere pubblici e coerenti i mie pensieri per la prima volta.

Domanda. Mi piacerebbe concludere la seconda parte della nostra Intervista, domandandoLe, quale sia la sua opinione in merito al recente interesse della psicoanalisi, per la possibilità di sviluppare una ricerca “fuori” dalla realtà del divano? Sto pensando all’uso sempre più frequente di Skype come una modalità alternativa di essere presenti, e che tuttavia pone una questione che va affrontata: La psicoanalisi dove sta andando a piazzare il posto e lo spazio dato ai corpi e all’importanza di essere presenti ciascuno con il proprio corpo, in un lavoro sulla sofferenza?

Robert D. Hinshelwood. Le nuove forme elettroniche di comunicazione ci presentano, anche in tempo reale, la possibilità del coinvolgimento delle menti, in assenza della vicinanza dei corpi. Per molti analisti, il proprio corpo è un indizio dei propri sentimenti, ed in particolare di quelli inconsci: è stato un rompicapo nel corso della storia della psicoanalisi, quello relativo al fatto che l’inconscio di due menti possa entrare in contatto diretto o comunicare tra loro. Nel tempo in cui Freud (1912) lo stava formulando, affermò che l’analista “dovesse volgere il proprio inconscio come un organo recettivo rivolto all’inconscio trasmittente del paziente”, e prese ad interessarsi su incoraggiamento di Ferenczi, a sedute spiritiche e alla nozione di pensiero di transfert ma interessarsene non gli risolse il problema. Da allora, abbiamo avuto un secolo di ricerca psicologica che ha incluso l’emergenza dell’idea della comunicazione non verbale e ciò supporta piuttosto bene il concetto di identificazione proiettiva, secondo cui una mente esercita un’influenza diretta su un’altra in assenza di parole. Non c’è dubbio che comunichiamo con l’altro in assenza di parole, e di certo che questa debba essere la primordiale forma di comunicazione che precede l’apprendimento del linguaggio, per i neonati. Quando un bambino piange, la madre avverte l’allarme, e riesce a sentirlo anche in modo viscerale dal punto di vista corporeo, come ad esempio attraverso un disordine fisico avvertito a livello della pancia. Le emozioni vengono spesso descritte in termini di sentimenti corporei, noi usiamo l’espressione in Inglese farfalle nello stomaco, per intendere il fatto di sentirsi ansiosi, o quando vogliamo piangere utilizziamo l’espressione avere un groppo in gola: di fatto, gli esseri umani sono i soli animali, a piangere. Gli stati emotivi e corporei sono strettamente connessi, deve dunque esserci una reale questione se tale via di comunicazione attraverso cui un inconscio entra in contatto con un altro, esiste ancora, quando si usano mezzi elettronici di comunicazione.
Di principio non c’è ragione del perché reazioni empatiche come il sentirsi tristi per un paziente o arrabbiati con lui, non dovrebbero continuare via Skype ma in pratica questo funziona ancora?
Devo dire che ho una piccola esperienza di queste forme elettroniche di analisi o terapia, e non posso dire come funzioni in pratica: posso solo sollevare un paio di questioni teoriche.
La prima è il fatto curioso che lo scopo di Skype sia di permettere percezioni visive dell’altro ma il setting psicoanalitico ordinario, evita il contatto visivo e il paziente non vede del tutto il suo analista.
Come dovrebbe essere arrangiato il setting via Skype, in modo che preservi le caratteristiche essenziali del setting tradizionale? E ciò stimola di conseguenza la questione: Quali sono gli ingredienti del setting analitico che hanno bisogno di essere preservati?Non ho fatto una ricerca su quali siano necessari, ad ogni modo sappiamo che Freud stesso, chiese al paziente di stendersi sul divano, perché si trovava a disagio con l’essere visto così incessantemente su base quotidiana. Freud si è sentito esposto. Questo suggerisce un particolare riguardo per l’essere visti, e l’essere visti in verità, dentro, come se ci fosse una particolare penetrazione capace potenzialmente di verificarsi nel setting analitico. Il potenziale di una tipologia intrusiva di intimità, è forse un tema importante da rilevare. Freud sospettando specialmente dei sentimenti dell’analista- del controtransfert-, desiderava rimanere uno schermo bianco, interamente neutrale: il sospetto di tali sentimenti, e il suo desiderio di evitare un’esposizione emotiva, indica di fatto che egli fosse a conoscenza della capacità disturbante del paziente di sollecitare a comando i sentimenti dell’analista. Per la maggior parte della storia della psicoanalisi, tale sospetto ha avuto un riguardo considerevole ma possiamo chiederci se esista lo stesso rischio quando le due parti in causa, non siano fisicamente in presenza l’una dell’altra: la tentazione di sedurre l’altro, risulta forse considerevolmente ridotta.
Inoltre oggi, c’è un’interpretazione del controtransfert come quel che non rappresenta meramente una minaccia ma può essere maneggiato con attenzione, per aiutare la comprensione del transfert del paziente.  All’interno di una seduta via Skype potrebbe esserci il caso che la specifica minaccia di esposizione risulti considerevolmente ridotta, e noi potremmo inoltre allentare il rigido criterio che si oppone al contatto visivo: da ciò emerge un punto ulteriormente interessante.
Lo scopo essenziale del setting è di massimizzare lo sviluppo degli aspetti inconsci della personalità del paziente: sappiamo anche dalla prevalenza di comunicazioni da inconscio a inconscio, che si tratta di un’interazione molto sensibile che ci richiede come analisti di osservare gli effetti che a livello inconscio, produce su di noi.
Il sospetto di Freud per il controtransfert che include le trasgressioni non professionali, è stato un tentativo di evitare le insidie e gli errori ma ora i vantaggi ci sono a partire dal considerare quelle insidie come aventi un peso.
La vicinanza e possibilità di risentire di piccole indicazioni provenienti dall’atteggiamento e dai movimenti del paziente, è sul serio un’importante forma di osservazione, per la scienza delle soggettività.
Potremmo necessitare pertanto di sapere quanto quella sensibilità dell’analista sia insensibile alla distanza virtuale del sistema Skype: forse ciò potrà essere scoperto soltanto dalla ricerca formale. Potrebbe comportare la valutazione della correttezza delle interpretazioni fatte sulla base delle esperienze di controtransfert, mettendo a confronto il setting tradizionale con quello via Skype.
Per concludere, la psicoanalisi opera costruendo alcune possibilità interattive tra il livello da inconscio a inconscio della comunicazione, e i sistemi semiotici della comunicazione, imposti all’esterno dell’individuo: la psicoanalisi opera forse la messa in rapporto tra il reale e il simbolico. Ciò risulta mediato più frequentemente, dall’uso dei livelli corporei di fantasia, in particolare le fantasie relative al mangiare, defecare/urinare, e al sesso. C’è poi la questione in merito al se tali fantasie siano presenti anche con il sistema virtuale di Skype o risultino diminuite?

E’ probabile che le prime narrative della funzione corporea siano più disponibili laddove i corpi siano più vicini: se quello è il caso, allora il distanziamento virtuale sarebbe un’ostruzione al miglioramento e all’elaborazione della comunicazione da inconscio a inconscio. Ad ogni modo, ciò necessita ancora di qualche ricerca: l’occorrenza di fantasie corporee nei sogni o anche forse nella fantasia conscia, potrebbe essere messa quantitativamente a confronto rispetto al setting tradizionale e via Skype…
Ritengo che le tue domande mi inducano a pensieri speculativi circa il processo psicoanalitico. La speculazione non è necessariamente negativa, a condizione che sia temperata da investigazioni più formali, al fine di verificare le speculazioni, nella realtà della pratica effettiva.
Ancora una volta ti ringrazio per la natura stimolante di domande che mi hanno fatto prendere in considerazione molte cose, e tentare di raggiungere livelli che puntano a pensieri nuovi. Grazie. 

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