N.40 - Gruppo e Rito

Introduzione al numero su “Gruppo e Rito”

Il piccolo gruppo psicoanalitico è esso stesso un rito che contiene le angosce individuali, consente di affrontarle nel gruppo, fornisce un’appartenenza e una possibilità di mutamento. Un paziente diceva, rivolto ai compagni, “noi non siamo sfigati, abbiamo il gruppo”. Il rito è accentuato dalla dimensione gruppale. L’appartenenza al gruppo consente di recuperare la propria storia infantile, di condividerla, anche quando è drammatica. In un gruppo il racconto di abusi sessuali subiti fu preceduto da un sogno in cui la paziente era nuda, sotto il cappotto, e commentando il sogno disse: “ora ci spogliamo tutti”. Le esperienze simili degli altri fanno sentire più umani, il rispecchiamento del gruppo, moltiplicato dai vari componenti, consente di sentirsi riconosciuti e con un valore. Le carenze vengono viste come riparabili, il gruppo fornisce l’esperienza di oggetto-sé, cioè la funzione di sostegno al sé, che era stata insufficiente.

Denis Mellier afferma che il rito è chiamato a contenere i processi che invadono i soggetti in occasione di un evento destabilizzante. Porta come esempio la nascita, sempre ritualizzata in tutte le culture in quanto rappresenta uno sconvolgimento per il nuovo nato e per la famiglia. Si presentano angosce intrapsichiche, proprie delle storie personali, intersoggettive, proprie del gruppo che accoglie il bambino, e transgenerazionali. L’autore porta una serie di esempi clinici tratti dall’osservazione del bambino nella famiglia secondo il metodo di E. Bick.

Stefania Marinelli affronta il tema del sogno nel gruppo e del suo processo elaborativo, che è un rito che non ha il compito di svelare i contenuti che si presentano ma di contenere e attribuire significato ai vari elementi condivisi all’interno del gruppo. Il sogno del singolo appartiene a tutto il gruppo e diventa una sorta di sogno comune. Il rito della narrazione nel gruppo terapeutico, se il lavoro procede bene, fa vivere gli elementi che il gruppo vi riversa consentendo una elaborazione e il cambiamento.

Claudio Neri ci mostra, attraverso un resoconto clinico, come la messa in opera di riti, nel piccolo gruppo psicoanalitico, segnali il passaggio da una condizione ad un’altra e permetta la condivisione di esperienze tra i partecipanti . Individua tre fasi  nel lavoro di gruppo psicoanalitico: di lavoro, di silenzio e di scambio affettivo. Nelle fasi di lavoro si raccontano fantasie, sogni e si cerca di comprendere quello che accade in seduta. Le fasi di silenzio sono preludio a qualche forma di illuminazione in cui  emerge qualcosa di nuovo rispetto al modo di vedere se stessi e il gruppo. Le fasi di “scambio affettivo e felicitazioni” con il calore che promuovono, facilitano i processi di introiezione degli elementi presenti nel gruppo.

Silvia Corbella segnala come il piccolo gruppo, analiticamente condotto, può essere un modo privilegiato di cura per il malessere contemporaneo, in cui vi è chiusura nel proprio “particulare”. Le angosce non vengono privatizzate, ma affrontate insieme.  L’autrice porta il suo lavoro con i pazienti  sieropositivi, spesso figli non voluti, provenienti da famiglie deprivanti che non li avevano riconosciuti come soggetti-oggetti di relazioni vitali e che quindi si sentivano senza diritto alla vita. In questi gruppi si erano costituiti riti di condivisione affettiva delle feste comandate, dei compleanni, della malattia e della morte. La presenza calda e affettiva di altre persone li aveva fatti sentire “umani tra gli umani”. Il gruppo era stato capace di riconoscerli e di valorizzarli e questo aveva permesso loro di diminuire la paura della morte. La morte era affrontabile perché si lasciava una “eredità di affetti”.

Angelo Bonaminio, Domenico Scaringi e Giusy Daniela Spagna ipotizzano che nell’attuale contesto sociale individualistico i giovani in difficoltà cerchino di trovare nel cyberspazio e nella realtà virtuale una dimensione sociale allargata e riti che permettano loro di soggettivarsi. I videogiochi consentono di testare le proprie risorse e i propri limiti attraverso il superamento di prove: si svolgono missioni e si affrontano avversari ed è in primo piano l’aggressività. Anche i riti cibernetici hanno un valore protettivo e offrono una prima possibilità di “raffigurabilità psichica” degli aspetti nuovi, fisici e psichici, che irrompono nell’adolescente: il cambiamento del corpo, l’irruzione di pulsioni sessuali e aggressive. Un uso eccessivo che alcuni adolescenti fanno degli strumenti tecnologici mostra che vi è un utilizzo non funzionale. Questi giovani restano chiusi in una ritualità solitaria, non riescono ad avere un contatto con i pari, né riescono ad utilizzare una relazione psicoterapica. In questi casi gli autori hanno sperimentato un intervento terapeutico di gruppo, all’interno di un laboratorio ludico esperienziale, con l’uso di tecnologie digitali, per favorire nuovi legami e la condivisione di vissuti, rompendo l’isolamento. Questo laboratorio, psicoanaliticamente orientato, prevede, come il rito, una routine fissa, un setting e la presenza di un adulto facilitante.

Mercedes Lugones mostra come negli esiliati, migranti obbligati da situazioni di guerra e di violenza, viene meno la ritualità della vita quotidiana, che ha la funzione di proteggere il sé. Viene a mancare la cornice dove situare gli eventi ordinari e straordinari. L’autrice spiega che la cornice è data da un luogo materiale dove si inseriscono una serie di riti che si interrompono bruscamente , vengono meno le interazioni ordinarie e scontate della vita di ogni giorno. Vi è la perdita della casa, involucro che protegge e accoglie la famiglia, e vi è la perdita del contesto culturale, sociale, geografico, che disorganizza la percezione di sé e dell’altro. La struttura dei legami familiari è compromessa, di qui l’importanza di sostenere tutta la famiglia e non solo il singolo che mostra il disagio psichico, affinché la famiglia possa recuperare le funzioni di cura per i suoi membri. Attraverso l’analisi del documentario “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi mostra come la nostra vita e quella degli esiliati sia intrecciata e come il favorire l’integrazione potrà proteggere le generazioni future, in quanto la loro presenza non è più una realtà provvisoria, ma fa parte del tessuto sociale che ci genera come soggetti.

Barbara Amabili mostra come le azioni o il linguaggio del corpo, nella psicoterapia di gruppo a funzione analitica con bambini e adolescenti, siano una comunicazione di un dolore mentale non ancora pensabile e dicibile, primo contatto con le emozioni che il gruppo accoglie e rende condivisibili e narrabili. L’autrice sostiene che anche il conduttore deve mettere a disposizione il suo corpo, perché la comunicazione corporea nei bambini è la via privilegiata per comunicare affetti, in attesa di una loro possibile rappresentazione e condivisione. L’agito di un componente del gruppo genera un flusso di ricordi e di racconti in tutti i partecipanti. Nel gruppo si formano alcuni riti, come il rito del saluto con le mani chiuse a pugno che si toccano o si battono, in prossimità della separazione estiva, per affrontare l’assenza.

Questo numero della rivista, nasce dalle sollecitazioni del convegno “Gruppo e Rito” che si è tenuto a Roma il 9.04.2016

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