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La casa vuota Possibilità e limiti di una psicoanalisi di gruppo con pazienti psicotici in un contesto residenziale

di Fabrizio Nicosia
A&G Cuecm, 2017

Caffè e sigarette: due imperativi che scandiscono un tempo interno prima ancora che una quotidinità, spesso e per necessità, sempre uguale.
Due appuntamenti che allacciano pezzi di una realtà che solo così può essere riconosciuta e al contempo rendere riconoscibili, che orienta nel tempo e nello spazio.

Due momenti che delimitano un campo che gli operatori di Comunità Terapeutiche e Socio- Riabilitative sono chiamati a riempire il più delle volte con un mandato anche a loro poco chiaro. Quella di Fabrizio Nicosia, noto psicoanalista individuale e di gruppo, è una trama che viene messa in scena proprio tra caffè e sigarette, in una dimensione di realismo che arriva al lettore di oggi richiamando i Malavoglia di ieri, che trova teatro nella psichiatria meridionale ma che, per molti aspetti, può essere sovrapposta alla realtà di molti Istituti di cura italiani.

Salvatore, Mariolina, Seby, Alessia, Carmelo e Oreste sono sei personaggi in cerca di un autore che possa scriverne il romanzo della propria vita, che possa raffinare quei contenuti grezzi scolpiti solo negli angoli. Sono il volto di tante solitudini che si radunano nelle sale tv delle Comunità. Hanno il viso di tanti e l’originalità di nessuno, in ogni drammatica sfumatura della loro esistenza. C’è chi li definisce “il residuo”, quello che resta di una vita regolarizzata da psicofarmaci. C’è chi, invece, lavorando quotidinamente a stretto contatto con loro, sa bene quanto siano spesso fragili vittime di fattori sociali e biologici che hanno avuto la meglio sulla normalità, di quanto siano solidi contenitori di tutte quelle narrative aggressive che nella famiglia di appartenza non avrebbero potuto essere depositate altrove, che si abbia una prospettiva sistemica o psicoanalitica.

“La Casa Vuota” descrive le difficoltà incontrate nel creare l’involucro di un gruppo a finalità analitica, solo apparentemente favorito da un contesto residenziale, all’interno di un’Istituzione che contemporaneamente disarma e dirige la propria aggressività verso l’interno. Nella testimonianza di Nicosia, infatti, ben si coglie una disponibilità solo formale della struttura, che fa sentire ospite tra gli ospiti, che “separa l’aspetto materiale delle relazioni, da quello emotivo e mentale” (p. 55) e che lascia al lettore un interrogativo: cosa spinge a prestare servizio a titolo gratuito all’interno di un contesto che pietrifica, proprio come lo sguardo di Medusa, anime già pietrificate?

La filosofia, la risposta, l’amore per la conoscenza di tutto ciò che rigurda l’essere umano racchiuso nell’origine greca del nome.

Il libro di Fabrizio Nicosia è prima di tutto un racconto autopoietico che permette al lettore un processo di significazione tramite quella che Bion (1965) definisce “trasformazione in allucinosi”. E’ la storia di una formazione: quella di un gruppo, di un professionista, di un’esperienza per cui essere grati.

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