N.39 - La costruzione della comunità terapeutica. Un caso di ingegneria terapeutica

Il lavoro terapeutico in comunità. La messa a fuoco di un corpo estraneo. Effetti sul paziente, sugli ospiti e sui curanti

Abstract

Le comunità terapeutiche vengono utilizzate, al momento attuale e ormai da vari decenni, per una vasta gamma di disturbi, che vanno dall’abuso di sostanze, ai disturbi gravi di personalità, alle psicosi in sub acuzie o cronicizzate. Spesso i disturbi sono intrecciati tra loro, in modo da costituire quadri sintomatici complessi, di difficile diagnosi.

È possibile rintracciare due prospettive che convergono nel dispositivo della comunità terapeutica e che ci permettono di definire due fattori cruciali del trattamento. La prima, che potremmo definire individuale, valorizza la funzione protettiva e facilitante del contesto, che viene visto, tendenzialmente, come un elemento terzo, tra paziente e curante, e quindi tale da permettere un rapporto a due, che resterebbe altrimenti reso difficile dalla intensità della dimensione transferale.

In un’altra prospettiva, si sottolineano invece i fattori collettivi e gruppali, insistendo sul valore terapeutico complessivo del contesto comunitario, inteso come dispositivo, non solo umano, ma culturale, capace di offrire un accoglimento affettivo, ma per così dire, strutturato e ordinato. In questa seconda prospettiva, si potrebbe dire, in modo molto semplificato, che “è il gruppo che cura”, mentre nella prospettiva individuale, si potrebbe dire che “il terapeuta cura, coll’aiuto del gruppo”.

Avendo nella mente queste due prospettive di lavoro clinico nella comunità terapeutica, l’autore si sofferma in particolar modo sul tema del corpo estraneo, definibile come “un’identificazione traumatica col corpo e la mente di un altro, con cui si è intrapresa una relazione molto coinvolgente e significativa e in cui sono compresi, in misura più o meno accentuata, tratti traumatici ripetuti”.

La comunità dovrebbe porsi l’obiettivo di aprire un cuneo, una divisione, una distinzione tra corpo estraneo e soggetto del paziente, in modo che tra le due parti possa avviarsi un dialogo, una dialettica e non un ignorarsi a vicenda, secondo le distruttive modalità della dissociazione.

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