recensioni

Le ali di Icaro. Capire e prevenire gli incidenti dei giovani Carbone P. (2009) Torino, Bollati Boringhieri

Nel piacere di leggere il nuovo libro di Paola Carbone, scopriamo sin dalleprime pagine come l’autrice, in modo esperto e appassionato, si pongal’obiettivo di segnalare le ragioni per cui lo psicoterapeuta diadolescenti, il clinico, gli adulti di riferimento quali educatori edinsegnanti (senza dimenticare l’utilità ed il valore del testo pergenitori e studenti), non possano trascurare di mantenere vivol’interesse e l’approfondimento scientifico riguardo al senso edalla comprensione degli incidenti che riguardano i giovani: L’attenzionee la ricerca dell’autrice è infatti costantemente rivolta a valutare eipotizzare percorsi di prevenzione per poter intervenire attivamente, conefficacia, di fronte all’incidente come “segnale”.

Un segnale del rischio come “discrimen”, il pericolo cheabbraccia il significato del momento decisivo, della prova in quanto punto diseparazione in cui, più o meno massivamente, può essere immerso il mondointerno dell’adolescente. Un adolescente-Icaro che via via ci vienepresentato più vicino alla tristezza ed alla malinconia piuttosto che allatrasgressione; in tal senso leggiamo che “la maggior parte degliincidenti avviene sullo sfondo di quell’umore che gli autori francesidefiniscono dépressivité” (pag. 171).

Il saggio prende avvio con la riflessione sull’ambiguità della nozionedi rischio e di comportamento a rischio nella cultura giovanile attuale.Attraverso la disamina di numerosi contributi di ordine epidemiologico,psicologico, antropologico, sociologico, si nota che questa ambiguità“non è esplicitata dalla letteratura sul tema; eppure il disagio dalladiffusa intuizione che la valutazione e l’accettabilità del rischio noncostituiscono un dato assoluto, ma piuttosto una funzione dei diversi parametriculturali, ha fatto sì che, negli ultimi anni, si siano moltiplicati studisulla cultura giovanile che hanno evidenziato le più attuali tendenze:l’assenza di riti di passaggio, l’omologazione delle generazioni,l’adolescenza lunga, l’edonismo, la dittatura del presente, ilminor rilievo delle problematiche sessuali e il maggior rilievo dei problemiidentitari” (pag. 23).

Nel ritenere centrale, in adolescenza, la differenza tra rischio erappresentazione del rischio, l’autrice pone l’accento su uninteressante quesito che possiamo considerare come un elemento facilitante ilpassaggio dalla comprensione del rischio alla prevenzione delrischio:”…..rischio necessario in adolescenza.Una affermazioneapparentemente scontata ma che dovrebbe invece suscitare tante domande:chedifferenza c’è tra l’azione simbolica e l’azione concreta?Che differenza c’è tra l’avventura e il pericolo? Tra lafenomenologia di un comportamento e la complessità delle sue motivazioni? Traun costrutto quale “l’adolescenza” e i singoli individuiadolescenti?” (pag. 27).Accompagnando il lettore nel percorso diconoscenza dell’evento incidente in adolescenza e dell’importanzadi attuare per i giovani specifiche modalità di prevenzione, filo conduttoredel testo, l’autrice sottolinea che il rischio esprime “unadifficoltà di proteggersi piuttosto che la ricerca del brivido…la cuidinamica è assai più vicina a quella del lapsus o dell’atto mancato chealla sfida e alla trasgressione” (pag. 33”). Possiamo alloraconsiderare maggiormente a rischio i giovani che vivono un malessere sommerso,che “rischiano silenziosamente” come quegli adolescenti cheincorrono spesso, a volte con gravi conseguenze, in incidenti apparentemente“banali”, ma anche “quei ragazzi che contraggono malattieveneree perché troppo insicuri per pretendere un rapporto protetto; quelleragazze che vanno incontro a gravidanze non volute perché non si stimanoabbastanza per tutelarsi; tutti coloro che trascurano la salute perché nonaccettano il loro corpo, o quanti si fanno emarginare dal mondo della scuolaperché non sperano di raggiungere una meta…” (pag. 34).L’autrice ritiene, quindi, fondamentale dare la parola ai giovani ed alleloro rappresentazioni per una valida progettazione delle ricerche sui temi delrischio e degli incidenti, per esempio attraverso la metodologia del focusgroup sperimentata in diversi setting tra cui la scuola superiore. Uno degliobiettivi principali della realizzazione di questo tipo di intervento, sembraessere stato quello di dare significato allo sforzo di capire affinché“attivasse anche nei ragazzi una migliore capacità di porsi delle domandee di interrogarsi sul senso delle loro azioni” (pag. 78) dato che ciò cheviene ritenuto utile nel lavoro preventivo con l’adolescente è offrirestimoli per favorire il percorso di soggettivazione.

La propensione dell’autrice a testimoniare gli esiti delle più recentiricerche cliniche ci fornisce la conoscenza dei dati epidemiologici e dellepubblicazioni scientifiche nazionali ed internazionali sul tema degli incidentinella popolazione giovanile. La revisione della letteratura viene organizzatasecondo due principali punti di repere: i lavori di ispirazione psicodinamicache utilizzano lo strumento dell’osservazione clinica con lo scopo di“esplorare le motivazioni e i significati dell’esposizione alrischio” e le ricerche su popolazioni numerose condotte con strumentistandardizzati tese a fornire dati utili per significatività statistica. Allafine di un ricco e profondo panorama sui principali lavori e filoni di ricerca,l’autrice ci invita a non dimenticare che “se dobbiamo abbandonarel’illusione di poter predire la tendenza specifica ad avere incidenti(come se fosse una configurazione determinata di personalità), non per questodobbiamo minimizzare il problema e le speranze di operare un’utileprevenzione: di fronte a un adolescente che ha collezionato vari incidenti,anche non gravi, è sempre doveroso…soprattutto interrogarsi con lui sulsenso e sul significato di questi eventi” (pag. 113). Questo concettorappresenta un elemento centrale nello stile dell’originale ricercacondotta da Carbone e dal suo gruppo (psichiatri e psicologi psicoterapeutidell’adolescenza) che ha avuto come interlocutori ragazzi ricoverati perincidente in reparti ortopedici, intervistati “a caldo”, quando lamemoria e le emozioni relative all’evento sono ancora vivide. A partiredai colloqui con 200 ragazzi ricoverati, il libro racconta alcune storie,commentate con il linguaggio della psicodinamica, che seguono un diversopercorso narrativo. Leggiamo, quindi, storie raccolte in aree tematiche perdescrivere “il peculiare intrecciarsi” dell’incidente conaspetti della realtà interna ed esterna propri dell’adolescenza (lapubertà, il confronto con l’altro sesso, il lutto dell’infanzia, ladepressione, la fuga nell’agire) ma anche storie originate dalleevocazioni spontanee dei ragazzi nel tentativo di dare un proprio significatoall’incidente, che troviamo raccolte secondo le diverse“cause” da loro individuate (la distrazione, la fretta, lavelocità, la fatalità). La lettura di questo capitolo è toccante e coinvolgenteed aiuta la figurabilità del clima emozionale che si crea fra adolescente edinterlocutore psicoterapeuta, anche nello spazio di un incontro.

E gli adulti di riferimento? Qual è la loro posizione? Il saggio presenta idati di una ricerca qualitativa sull’atteggiamento degli adulti riguardoal tema del rischio giovanile. Le interviste individuali hanno coinvoltogenitori, insegnanti, medici, educatori e psicoterapeuti, figure adulte che perruolo e funzione sono apparse più significative per lo sviluppo affettivodell’adolescente. Vengono illustrati i principali preconcetti di cuisoffrono le rappresentazioni degli adulti: l’incidente come“ragazzata”, l’incidente come mancanza di informazione,l’incidente come impossibilità di riflettere. Nel chiedersi come possonogli adulti aiutare i giovani a difendersi. l’autrice suggeriscel’ipotesi di pensare ai giovani come soggetti e non più come oggettidella prevenzione e quindi riconoscere loro, senza imposizioni, capacità dipensiero, di riflessione ed attitudine alla conoscenza di sé stessi. Unulteriore rischio a cui gli adulti di riferimento, generalmente, si espongono è rappresentato dalla difficoltà di pensare ed operare, pur con le naturali differenze, in modo integrato e collaborativo. Se l’adulto non può rappresentare il punto di vista dell’altro come un alleato, in una cornice di parità, non può svolgere quella necessaria funzione di rispecchiamento che gli adolescenti gli richiedono, favorendo al contrario la frammentazione del Sé dell’adolescente.

L’autrice non si ferma ad illustrare le modalità ambivalenti o paradossali del confronto fra mondo adulto e rischio giovanile, ma avanza proposte alternative nel campo della prevenzione secondaria riprendendo, nel testo, l’esperienza del progetto di ricerca-intervento che ha pensato l’ospedale generale come il contesto adatto per la sperimentazione del modello. Qui viene data voce agli adulti, al linguaggio formale del report scientifico, alla struttura del progetto, ai dati quantitativi così come al concetto di setting ed al linguaggio clinico per una valutazione qualitativa dell’esperienza che riesce a coniugare il “coinvolgimento empatico nei confronti dei singoli adolescenti e quello dell’astrazione scientifica” (pag. 204). Apprendiamo come l’incidente sembra assumere, nella mente di alcuni adolescenti, il significato di un’automutilazione che permette di scavalcare il problema della sofferenza mentale e della presa di coscienza delle proprie dinamiche intrapsichiche. Tuttavia, la ripetitività dell’evento dimostra che questa forma di agito non aiuta ad affrontare tali problematiche, anzi il continuo trasferimento della sofferenza psichica sul piano della sofferenza somatica neimpedisce l’elaborazione ed innesca, attraverso una coazione a ripetere,la spirale del pluri-incidente. Si tratta allora di proporreall’adolescente ricoverato per incidente un “percorsoinverso” che trovi nel colloquio clinico quello spazio in cui è possibile“ ripensare e rielaborare l’esperienza dell’incidente”(pag. 234).

Nell’ultimo capitolo l’autrice, oltrepassando la distinzione fraprevenzione primaria e secondaria. propone un terzo modello, la“prevenzione attiva” , ‘attiva’ perché si poneattivamente alla ricerca dei giovani e ‘attiva’ perché si proponedi aiutarli ad assumere una posizione attiva rispetto alla loro vita (pag.249). Questo modello di prevenzione trova corpo nello Sportello-Giovani alPronto Soccorso. Uno spazio clinico, gestito da psicologi, che accoglie igiovani che giungono al servizio in seguito ad incidenti e non solo. Ilpensiero guida che anima questo progetto vede nel Pronto Soccorso il contestodi elezione per promuovere nell’adolescente “un nuovo sentimento disé e della propria responsabilità”, proprio nel luogo in cui è piùpotente la proiezione di una salvezza tipo “mordi e fuggi” el’illusione pericolosa del “tutto e subito” (pag. 270).

Le frasi conclusive del libro esprimono un’appassionata speranza chela prevenzione degli incidenti dei giovani si possa veramente attuare; illettore avverte come questo pensiero assuma la forma, nel testo, diun’equilibrata articolazione fra colloquio clinico e dati oggettivi.Inoltre una comprensione dell’evento incidente e del suo nesso con lastoria del giovane, può trasformare il danno in opportunità; el’agito-incidente da moto coattivo può assumere il valore di domanda …sempre ché – come nota la Carbone – ci sia qualche adulto dispostoad accoglierla.

Savina Cordiale è neuropsichiatra infantile, socio fondatore dellaCooperativa Rifornimento in volo,

didatta dell’Associazione romana di psicoterapiadell’adolescente e del giovane adulto (ARPAd)

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