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L’estensione della psicoanalisi. Per una metapsicologia di terzo tipo.

René Kaës (2015) Milano Franco Angeli 2016

Per quanti si interrogano sull’articolazione tra individuale e gruppale-sociale-collettivo, l’ultimo libro di R. Kaës è di grande interesse.
Il problema per gli psicoterapeuti e gli psicoanalisti si pone dagli anni ‘20 del secolo scorso quando Freud (1921) riconosce che la psicologia individuale è già da subito psicologia sociale, e non perché il sociale venga introiettato-interiorizzato, ma perché  esso è costitutivo dell’apparato psichico nascente. Tra individuale e collettivo c’è una continuità che ci sgomenta, in quanto affievolisce l’enfasi sulla soggettivazione, sulla indipendenza e autonomia del singolo dal gruppo, rilevando che queste nozioni hanno  una componente illusoria, una comune illusione di soggettivazione.
Diventare individuo, soggettivarsi, è un valore tradizionale delle culture occidentali, favorito ed esaltato dalla nascente borghesia fin dal diciannovesimo secolo: entrare nella vita, scaraventarsi in essa e volare… Questo valore ha ispirato opere d’arte, letteratura, i sistemi di insegnamento e di formazione, e il nostro stesso lavoro della cura.  Ma la continuità individuale e collettivo, l’embricazione dentro-fuori, da subito costituisce l’apparato psichico e il suo funzionamento come contaminato (come avere lo straniero dentro). Del resto basta pensare all’esperienza del lutto per toccare con mano l’intensità del desiderio appassionato di essere una sola cosa con l’altro. In luogo dell’opposizione mondo interno-mondo esterno, dentro-fuori, possiamo immaginare un fuori- dentro, e un dentro-fuori che, comunque, sottolinea i limiti della soggettivazione, a favore della concezione di una mente estesa.
Freud (1927) a proposito di F. Dostoeskij parla di identificazione con un morto. Ma, nel corso del breve lavoro, Freud precisa non si tratta tanto di una identificazione con il padre morto, quanto di una impregnazione con gli aspetti depressi e sofferenti del genitore, un meccanismo precoce che rende i confini dell’Io individuale molto labili, una zona di  indifferenziazione che si conserva nella mente, lungo l’intera esistenza, e fa parte dell’apparato psichico accanto a funzionamenti più separati.
Quindi già a partire da Freud possiamo ipotizzare che esista nella mente uno spazio psichico inconscio in cui il singolo non esiste in quanto tale, ma in quanto impregnato  di una mentalità inconscia senza poterla elaborare.
Su queste dimensioni ci porta René Kaës in questo contributo sviluppando in termini metapsicologici le intuizioni di Pichon Riviére, di J. Bleger, e di Janine Puget. Questa A, a partire dagli anni ‘70, ha sistematizzato diversi livelli della mente distinguendo un livello intra-soggettivo, uno inter-soggettivo e uno trans-soggettivo.
I diversi livelli, nell’ottica di Puget, si articolano tra loro dando vita ad una dialettica tra il cosiddetto dentro (mondo interno) e il cosiddetto fuori (mondo esterno), tale dialettica sfuma i confini e la distinzione tra il dentro e il fuori così come la psicoanalisi li ha tradizionalmente concepiti. L’osservazione, secondo Puget, dovrebbe essere sempre protesa a cogliere i modi e i limiti della tolleranza soggettiva ai compromessi di “non conflittualità” tra gli individui, ossia la disposizione intrapsichica all’adattamento al contesto, la tolleranza della quota di alienazione che l’adattamento al contesto trans-soggettivo comporta. Adattarsi significa incamerare la gerarchia di rimossi propria di ogni gruppo, di ogni famiglia. Il livello trans-soggettivo inconscio è una dimensione non differenziata, poco elaborata, alla frontiera del rappresentabile. Si tratta di un comune tessuto emotivo di base, malleabile e ambiguo, come lo definisce Bleger, che Puget riprende, facile a scivolare nella suggestione e nell’adattamento mimetico. Questa dimensione indifferenziata della mente ha bisogno di depositari comuni che offrano certezze e stabilità, che siano fonti di sicurezza e protezione. Questa dimensione diventa, a sua volta, depositaria per gli altri individui. Questo mutuo e reciproco deposito ci rende molto sensibili al clima emotivo del nostro ambiente (quella che Bion definisce come “mentalità inconscia”). Se i depositari per qualche motivo vengono meno o vengono alterati, si produce una intensa regressione alla malleabilità e alla ambiguità che spinge in una collusione con il fuori ambientale, una familiarizzazione non conflittuale con la nuova realtà esterna così come si presenta e come viene percepita. La tendenza all’alienazione di aspetti e posizioni personali inconsci ha il fine, anch’esso inconscio, di fare sopravvivere il legame  fino ad adattarsi a qualunque cosa pur di preservarlo. In molte circostanze, per esempio quando le condizioni dell’ambiente fuori non sono percepite come estreme (guerre, dittature, gravi crisi economiche e sociali), possiamo diventare meno attenti e meno sensibili al nostro conformismo e alla facilità con cui accettiamo mode e pregiudizi. Proprio questo adattamento conformistico chiama in gioco la pulsione di morte come spinta a slegare, a rompere, tagliare.
René Kaës conosce profondamente gli studi e le ipotesi dei pensatori argentini e da questi prende le mosse per costruire l’ampia teorizzazione che seguiamo con attenzione e interesse da anni. In quest’ultimo libro Kaës sistematizza questi orientamenti in una complessa architettura metapsicologica accurata e precisa.
Il suo punto di partenza è che la pulsione non è solo intrapsichica, cioè non è solo in relazione con i bisogni biologici del corpo, essa si inscrive nei legami intersoggettivi, nelle appartenenze gruppali, nel sociale e nella cultura.
Freud, osserva Kaës, insiste sul conflitto tra le esigenze della pulsione e quelle della civiltà, in questo modo resta ancorato all’idea di una pulsione essenzialmente intrapsichica che emerge dalle tensioni somatiche alla ricerca dalla propria soddisfazione (o verso la fine della insoddisfazione). L’impianto teorico diventa molto diverso se immaginiamo che la pulsione abbia una fonte intersoggettiva, che essa si formi nel volgersi verso l’altro e nelle risposte che da esso riceve. Nel pensiero di Freud l’altro entra in gioco come “appoggio”, l’oggetto viene cercato per sopprimere l’eccitazione, l’oggetto, come sappiamo, non è una meta della pulsione ma solo un mezzo per placare l’eccitazione.
Questo è il modo in cui Kaës legge Freud e a questi livelli si impegna a modificare e allargare le visioni metapsicologiche che ci sono state consegnate. L’interesse di R. Kaës consiste proprio nello studiare i rapporti tra pulsione e intersoggettività. La pulsione, dunque, è da subito in contatto con l’ambiente attraverso identificazioni, ma anche patti e contratti, alleanze e credenze inconsce. La pulsione, nel sistema di Kaës, è il messaggero del somatico verso l’oggetto che le risponde e le offre contenimento. Per cui la pulsione oltre che sul bisogno biologico si appoggia sull’investimento che trova-ottiene dall’oggetto materno primario: il bambino si appoggia sui caratteri pulsionali dell’oggetto che lo investe e li incorpora insieme con il latte. Questo doppio ancoraggio (sul soma e sull’oggetto) porta ad immaginare un appoggio reciproco, intersoggettivo, tra più soggetti a partire dal quale si crea uno spazio pulsionale comune e condiviso. La pulsione è plastica e si trasforma, si sublima, o viene rimossa, o si rivolge nel contrario, se le sue mete sembrano mettere a rischio il  contratto che lega insieme i membri di una comunità. La rinuncia alle mete pulsionali pertanto non è solo un movimento  interno ma è frutto di un processo condiviso di co-rimozione tra la madre e il bambino, presuppone degli interdetti fondamentali e comuni. Di qui nasce anche la non- immediatezza che, al posto della soddisfazione immediata, consente pause in cui nasce il pensiero e la sublimazione, lo spostamento della pulsione verso altre mete conserva tutta l’energia libidica appassionata di cui essa è dotata.
Secondo Kaës l’altro interviene sui destini della pulsione (e dunque della soggettivazione), modula le pulsioni e orienta il lavoro psichico. L’investimento narcisistico dei genitori influisce sulle pulsioni e impone all’apparato psichico un lavoro di legame e trasformazione, orienta e modula l’inconscio stesso attraverso le alleanze inconsce, la co-rimozione, il diniego comune, oltre che con l’identificazione che per Freud è il legame più precoce.
L’individuo da subito partecipa delle rappresentazioni condivise, dei significati, delle interpretazioni e delle difese comuni, con il seno viene introiettato un funzionamento psichico che avalla legami e senso e comporta rimozione e rinuncia.
Proprio per questo nesso costitutivo l’individuo avverte anche una necessità di ritiro dell’investimento, di disidentificazione, eventualmente di non pensiero, per emanciparsi dal legame da cui è co-costruito. Nel precedente libro “Malessere” (2012) Kaës si era soffermato sulla cultura post-moderna come cultura dell’eccesso, di affinità traumatica con l’estremo, di un rapporto traumatofilico con il rischio. Naturalmente, sottolineava, il legame di violenza poggia su uno stato di non pensiero: quando gli oggetti sono non responsivi e falliscono nella loro funzione para-eccitatoria, la tensione diventa incontenibile e incontinente, un senso di passività e impotenza invade l’individuo e questo va a costituire una “macchina anti-pensiero”, che spinge all’azione e alla violenza. O, in alternativa, l’individuo riduce al silenzio le emozioni, rinuncia alla realizzazione e scompaiono le risorse di investimento. Qui lavora la pulsione di morte e la pulsione di vita collassa. “Occorre un processo di elaborazione polisemico e gruppale, per pensare l’impensabile occorre un lavoro psichico intersoggettivo. (Malessere pg. 296)
La posizione particolare e precipua di Kaës è di partire da concetti unipersonali e intrapsichici (come quelli della metapsicologia freudiana come lui la intende) e  cercare di espanderli verso l’intersoggettivo e il culturale. Una operazione questa  che aiuta ad apprendere, a distinguere, a cogliere i nodi problematici delle nostre teorizzazioni. Questa estensione è presente in tutti i suoi libri ma in quest’ultimo viene sistematizzata in una ampia architettura dell’apparato psichico fatto come un alveare mobile e dinamico.
Vediamo alcune idee che sono espresse in modo chiaro e propositivo. Kaës riprende la sua concezione della pulsione come forza non solo intrapsichica ma in contatto dinamico con l’ambiente intersoggettivo e sociale che la co-costruisce, per  sostenere che l’Inconscio non è interamente contenuto nei limiti dell’apparato psichico individuale, ma che c’è realtà psichica in spazi diversi da quello del soggetto. L’Inconscio si inscrive in più spazi psichici eterogenei nella loro formazione e nei loro processi. Questo significa ammettere, dice l’A, che la metapsicologia descrittiva di un apparato individuale non è in grado di concepire la pluralità dei luoghi dell’Inconscio e la politopia dei processi psichici in ciascuno di questi luoghi.
In questo modo Kaës intende fondare una III topica (dopo quella tra Inconscio-preconscio-coscenza, e quella articolata nei sistemi di Io-Super Io-Es, che attraverso la nozione di identificazione arriva a includere i gruppi e le masse nel funzionamento psichico). Ma, in generale, Kaës sostiene, tutti i modelli di III topica restano centrate sullo spazio intrapsichico e sugli effetti degli oggetti, delle relazioni precoci, su di esso.
La metapsicologia di terzo tipo che lui intende proporre descrive invece l’apparato psichico inconscio come organizzato in spazi diversi, ciascuno dei quali ha propri contenuti e funzionamenti, i tre spazi si accordano, si legano e si trasformano a vicenda. Sono proprio le alleanze inconsce ad attestare la pluralità dei luoghi dell’Inconscio.
Le alleanze inconsce sono la materia prima di ogni legame e sono una componente della realtà psichica individuale. Esse vengono investite come una necessità vitale e influenzano l’individuo.
Le alleanze inconsce promuovono un complesso sistema di difese, dinieghi ed elusione tese a proteggerle da quanto potrebbe minacciarle. Le alleanze stabiliscono un accordo inconscio su cosa dovrà essere rimosso, denegato, rigettato, ecc, a fini strutturanti, o difensivi, o offensivi, o alienanti.  Alcune alleanze inconsce sono trasmesse in modo trans-generazionale.
La soggettivazione va intesa come un movimento di svincolamento dalle alleanze inconsce, soprattutto da quelle alienanti. Là dove erano le alleanze inconsce è necessario che l’Io possa avvenire, scrive Kaës. Ma lo slegamento per soggettivarsi produce paura del crollo e può effettivamente causare il crollo dell’emergente soggettività. Un tema questo di grande attualità, infatti la soggettivazione comporta un doloroso mollare gli ormeggi, essa implica un dire di no, un tradire le alleanze, i patti inconsci e la pace del conformismo al gruppo. (Su temi analoghi si muove Marta Badoni 2016)
Se le alleanze ci descrivono più spazi psichici (quello dell’insieme, quello dei legami, quello dell’individualità) allora l’Inconscio è più di un altro (pg 227), esso è intrapsichico ed extratopico, è nel soggetto ed è fuori del soggetto, è attivo in più spazi psichici. In definitiva le classiche antitesi tra dentro e fuori si rimodellano a favore di un dentro-fuori e di un fuori-dentro, come dicevo più sopra.
Con questa concezione R. Kaës rompe con l’idea di un Inconscio solo di natura psicosessuale, per affermare che esso è anche fondato nell’intersoggettività ed emerge in luoghi diversi, il singolo, il gruppo, la famiglia e le istituzioni.
Il carattere politopico dell’Inconscio è anche bene descritto dalla dinamica, che conosciamo, tra depositario e depositato che intrica ulteriormente gli individui e gli insiemi. Letteralmente la parte depositata da altri nell’individuo rimane dentro come una cripta interna, la parte depositata dall’individuo in altro rimane fuori di sé, espropriata e straniera, ma pure propria.
In questo libro di Kaës troviamo l’idea di intersoggettività non come interazione comportamentale tra individui, ma proprio come una struttura dello spazio psichico condiviso (266). L’intersoggettività è un funzionamento inconscio condiviso, un mondo di significati e desideri in comune, come pure di interdetti e difese.
Queste concezioni possono modificare il nostro assetto e, soprattutto, il nostro ascolto clinico in direzione di una estensione sulla quale siamo tutti impegnati a riflettere.   

Bibliografia

Badoni M. (2016) Il buon uso del tradimento. In Corruttori e corrotti. Ipotesi psicoanalitiche, Ambrosiano Sarno (a cura di). Milano: Mimesis.
Freud S. (1915), Lutto e melanconia. OFS  8.
Freud S. (1921), Psicologia delle masse e analisi dell’Io. OSF 8.
Freud S. (1927 b), Dostoevskij e il parricidio. OSF 10.
Kaës R. (2012), Il malessere. Roma: Borla 2013.

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