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L’imperfezione dell’identità, riflessioni tra psicoanalisi e antropologia di Alfredo Lombardozzi. Roma : Alpes 2015

In questo volume è possibile trovare riflessioni e approfondimenti in equilibrio su una linea di confine che congiunge, non separa, psicoanalisi e antropologia. Arricchendo l’una con l’altra, Lombardozzi istilla proprio questa possibilità; che il tema in questione, l’identità (così attuale!), nell’imperfezione trovi una qualità in transito, piuttosto  che un limite. Un bagaglio leggero e trasformativo in luogo di un blocco monolitico, “puro”. Una figura dialogante con le alterità e la complessità,  invece che un arroccamento di posizioni tra opposti in conflitto, abbiano essi a che fare con l’accezione individuale/sociale, culturale o politica, dell’imperfezione di cui si sta parlando.
Nella prima parte del testo queste considerazioni partono dagli albori dell’incontro tra psicoanalisi e antropologia (il Freud di Totem e Tabù) per giungere ad una ridefinizione del concetto di identità dove questa assume il carattere di un processo in continuo divenire, imprescindibile dal contesto culturale di riferimento e dalle contaminazioni con ciò che ad esso è estraneo. Al centro dell’analisi, la fatica e il perturbante spaesamento che questo incontro comporta.
Particolarmente preziose e degne di nota le esemplificazioni tratte dall’esperienza clinica disseminate tra i capitoli, così come il contributo riguardante lo studio sulle nuove forme di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione, con le implicazioni che queste hanno sull’identità e la sua rappresentazione.
Nella seconda parte l’attenzione si focalizza sulla connessione identità-cultura, specificatamente riguardo alla famiglia (trattando in particolare le declinazioni culturali della funzione materna), all’adolescenza (periodo cruciale dove l’identità si “forma”) e a considerazioni sulla relazione tra narcisismo ed etica.
Nella parte conclusiva l’autore esamina il rapporto tra rito e guarigione in alcune culture extraeuropee, offre spunti di riflessione sul problema del vuoto esistenziale (dando chiavi di lettura anche antropologiche), oltre a dedicare pregevoli saggi a due suoi maestri: Vittorio Lanternari e Ernesto De Martino.

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