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Lombardozzi A. (a cura di) 2012. Psicoanalisi di Gruppo con bambini e adolescenti. Edizioni Borla

Recensione ( a cura di Adriana Dondona)

Un viaggio attraverso l’origine dell’esperienza psicoanalitica di gruppo con bambini e adolescenti, per ripercorrere e ripensare i punti centrali dell’approccio, le sue peculiarità e per rivivere “la passione, il rigore, la leggerezza”, come dice G. Corrente nell’introduzione, che sono necessari  per aiutare i bambini e gli adolescenti, che sperimentano sempre più di frequente sofferenze multiple, a riappropriarsi della propria parola, della propria capacità riflessiva, per farsi “narratori di se stessi”.

Un libro collettivo dedicato alla memoria di Lucilla Ruberti, che ci ha recentemente lasciati: una delle più importanti figure in questo ambito nuovo della teoria e della tecnica della nostra giovane scienza, una ricerca feconda di riflessioni e dibattiti, sulla scia di Bion, arricchita dagli insegnamenti di Francesco Corrao e dalla preziosa esperienza di Anna Baruzzi. Un percorso portato avanti per oltre trent’anni, per farsi carico delle importanti sfide che vengono dalle nuove “malattie dell’anima”, poi esteso a nuovi campi di intervento, come quello dei pazienti difficili, prima con i CRPG poi con l’IIPG, insieme agli altri fondatori: Alfredo Lombardozzi, Maurizio Gentile, Ronny Jaffé, Laura Selvaggi e il gruppo appassionato dei loro collaboratori.

Un percorso di ricerca che si sviluppa dall’esigenza di tanti operatori di cominciare a costruire “mappe” per conoscere e comprendere questo nuovo territorio, sapendo però partire dal concetto di atopia, ripreso da L. Ruberti: non soltanto mancanza di luogo, ma anche sradicatezza e solitudine, per cogliere l’importanza che il gruppo riveste nell’attraversare lo spaesamento, per favorire lo sviluppo della funzione simbolica e riflessiva nel bambino e nell’adolescente. Atopia e solitudine che devono sperimentare anche e soprattutto i terapeuti, per esplorare e ampliare le potenzialità clinico- terapeutiche ed euristiche dello strumento analitico gruppale in età evolutiva: uno strumento difficile e complesso da maneggiare, che richiede formazione specifica e profondo coinvolgimento emotivo- affettivo.

Il gruppo, secondo l’autrice è uno strumento particolarmente prezioso, pur con le difficoltà segnalate, perché attiva funzioni cognitive, linguistiche ed affettive multiple e integrate, dimostrandosi un luogo privilegiato di accoglienza emotivo- affettiva e un contesto esperienziale che facilita la maturazione della personalità e dei suoi legami con gli altri e con i diversi aspetti della realtà. Uno strumento fertile e flessibile, che può rispondere ai molteplici bisogni di aiuto e di cura sperimentata dai bambini e dagli adolescenti nei diversi ambiti di vita, oggi divenuti spesso problematici: famiglia, scuola, luoghi di aggregazione, sempre più carenti e atomizzati.

Perchè il terapeuta sia in grado di “resistere”, come diceva A. Baruzzi (1990) all’impatto esplosivo del gruppo, in particolare se un gruppo di bambini, deve essere attrezzato all’incontro con “pensieri selvaggi”, con bambini che dilagano e ci mettono in contatto, a volte in modo travolgente, con i loro e i nostri aspetti caotici inconsci. Perché sia “possibile fare un lavoro di trasformazione dei pensieri resisi disponibili per costruire un sistema cognitivo in grado di agire sul mondo, sugli altri, su di sé” (Gentile M., 1998), è necessario sostare nel dubbio, nell’insaturo, senza il bisogno di trovare risposte immediate all’accadere degli eventi velocissimi che si susseguono senza sosta, saper utilizzare soprattutto la bioniana “capacità negativa”, slegandosi da codici interpretativi strutturati, come ricordava A. Baruzzi (1990).

Per ripercorrere la storia di questa esperienza collettiva, bisogna ricordare, come fa L. Ruberti, che i primi gruppi di bambini, poi di adolescenti, sono stati condotti nelle scuole, in ambito quindi istituzionale, con un grande sforzo organizzativo. La struttura dell’intervento era infatti articolata su tre gruppi contemporanei, con tre diversi conduttori: uno con i bambini, un altro con gli insegnanti, un terzo con i genitori, mentre nel gruppo di supervisione si alternavano le sedute dei gruppi.

Questo iter si è mantenuto nel corso degli anni, in particolare nel lavoro in ospedale, dove si è sempre cercato di attivare il gruppo dei genitori accanto a quello dei bambini, ugualmente anche in ambito privato. Quando questo non è stato possibile, il conduttore ha incontrato personalmente i genitori a scadenze fisse, come del resto è accaduto anche quando i genitori fossero seguiti in gruppo da un altro collega. In ogni caso quindi l’analista è alle prese con un doppio o triplo contratto interno: un impegno con i bambini, uno con i genitori, che hanno grandi aspettative, ed uno con le insegnanti, se i gruppi si svolgono nelle scuole.

La complessità di questo approccio rende decisiva la formazione, perché l’analista acquisisca la competenza necessaria a tenere insieme questi livelli di esperienza, oltre alla “velocità corporea e psichica necessaria per il lavoro di trasformazione” (Ruberti, L. 1990) in un gruppo di bambini: la preziosa capacità fisica, tattile, sensoriale rapida di afferrare un oggetto al volo prima che colpisca un bambino, strisciare per terra o essere svelti nel bloccare e abbracciare un bambino arrabbiato.

Il pensiero di Bion e di Corrao, afferma L. Ruberti, hanno trasformato profondamente il contatto del terapeuta con le emozioni, radicalizzando l’aspetto dialogico e relazionale della mente, portandoci all’impossibilità di concepire un io senza un noi. Con i bambini, poi, in particolare quelli più piccoli, veniamo in contatto con emozioni potenti, con un’esperienza emotiva che è simile ad un’esperienza fisica, di cui si avverte che può avere un significato, da cui si può apprender qualcosa. Da parte dell’analista è quindi necessario un lavoro di rêverie, un lavoro trasformativo che consideri la funzione alfa una funzione relazionale, che nel gruppo assume il valore collettivo e comune di funzione gamma. Questa trasformazione sensoriale ed emotiva che accade nel gruppo, permette lo strutturarsi di un campo gruppale, come un contenitore adatto a risignificare le esperienze vissute, dove possono essere accolti gli eventi e si sviluppano le trasformazioni: quella storia unica e particolare che ogni gruppo genera (Corrente G., 2001).

In questa ottica, ci dice Ruberti, interpretare non significa più tanto un semplice svelamento, quanto un andare in cerca ed un indicare una relazione particolare e differente fra aspetti del vissuto, una trasformazione che smantella l’organizzazione precedente dell’esperienza, per seguire e dare significato al disegno che gradualmente si forma dalle tracce e dall’intersecarsi delle frange del discorso, delle azioni e degli eventi emotivi. L’analista, come avverte Corrao (1993) deve «avere una risonanza che riguardi l’aspetto emozionale, riuscire a mettersi in vibrazione sulle stesse lunghezze d’onda, ed esprimere quello che la vibrazione emotiva soggettiva o intrasoggettiva suggerisce». La comunanza che si crea così nel gruppo, la koinonia come insiemità, stabilisce tra le cose e le idee, tra le persone e le cose, una delle forme di relazione tra le più intense e profonde che possiamo sperimentare.

Il setting definito da questo modello prevede colloqui diagnostici preliminari per l’inserimento dei bambini, un criterio di omogeneità di età e disomogeneità di patologia, per la formazione del gruppo, con l’idea che questa ne dinamizzi l’evoluzione. Per affrontare specifiche problematiche, si sono anche attivati gruppi omogenei con caratteristiche particolari (disturbi alimentari, uso di sostanze, patologie croniche). Il piccolo gruppo dispone di un materiale di lavoro, gioco e disegno, come nell’analisi individuale, ma più ampio e vario a seconda dell’età. La conduzione è rigorosamente singola e non sono in genere ammessi osservatori.

Il libro, dopo una parte teorica introduttiva, si snoda attraverso una serie di contributi: i lavori di Lucilla Ruberti e Alfredo Lombardozzi sulle esperienze storiche di gruppi condotti nelle scuole, i lavori di Maurizio Gentile e collaboratori con bambini e adolescenti deprivati e a rischio, le riflessioni di Ronny Jaffé su gruppi clinici di adolescenti, gli approfondimenti di particolari aspetti analizzati in gruppi di bambini condotti in ambito privato da terapeute allieve e collaboratrici di L. Ruberti.

I diversi contributi sono svolti in modo “narrativamente” molto efficace, trasferendo l’attenzione dei conduttori sulle capacità e trasformazioni narrative dei gruppi, alla forma dei testi che le raccontano.

Ad esempio, nei lavori sui gruppi nelle scuole, il racconto delle sedute permette a Lombardozzi di paragonare l’immaginario dei bambini nel gruppo al mito australiano del serpente arcobaleno, dove un grosso serpente divora le sue vittime per renderle al mondo vive e vegete: le vittime sono i giovani della tribù, che affrontano nel corpo del mostro inghiottitore un percorso iniziatico. Questo mito diviene quindi metafora e modello della funzione del gruppo dei bambini, che li risucchia per restituirli in grado di trovare ciascuno il proprio colore e il gesto personale per entrare in contatto con il mondo. In un altro lavoro, lo stesso autore si sofferma a riflettere sul bisogno ed il modo peculiare dei bambini di rappresentare i propri fantasmi, di affrontare il terrore per l’invisibile: da qui l’importanza della creazione di uno strumento intermedio, l’immaginario del piccolo gruppo, per mediare tra la più vasta cultura sociale e la psiche individuale, per attrezzare strumenti di autonomia e indipendenza del pensiero. Il lavoro con un gruppo di bambini, sostiene Lombardozzi, è una condizione al limite di un’esperienza onirica, un racconto, una trama così complessa da rendere difficile cogliere l’ordito del sogno. Il condividere i racconti e le esperienze oniriche permette ai bambini di appropriarsi delle immagini altrimenti terrifiche e di “addomesticarle” come patrimonio di una memoria affettiva.

Seguendo invece la suggestione del racconto di Calvino La taverna dei destini incrociati, L. Ruberti descrive come in un gruppo di bambini prenda gradualmente forma una trama narrativa che consente di dare voce, comunicare e raccontare sé, la propria storia, rappresentando anche le parti temute del sé ferito, nascosto e rifiutato. Una lenta metamorfosi che si sviluppa da tante parole prive di significato comunicativo, un modo comune di cercare di ridare senso agli eventi e al discorso, perché la storia possa contenere uno spazio- tempo trasformativo, che apre a nuove prospettive, per qualcosa in attesa di essere narrato. In un altro lavoro l’autrice sviluppa il processo di sviluppo di un pensiero comune in un gruppo di bambini, dove l’azione provocatoria da parte di un bambino, che getta una vipera di plastica per spaventare gli altri, crea l’apertura di un senso, una metafora (sei “una vipera”), che produce il passaggio dal caos all’associazione di idee, una catena di racconti onirici. La serie onirica, con la sua immaginazione e partecipazione visiva, consente il transito verso la pensabilità e rende possibile la memoria del gruppo come trama affettiva dalla quale ci si può espandere in nuovi intrecci di azioni, pensieri e parole.

Maurizio Gentile, insieme ai collaboratori, descrive nei suoi lavori esperienze molto interessanti condotte a Palermo con bambini, preadolescenti e adolescenti gravemente deprivati, con storie di incuria e maltrattamenti fisici e/o psichici, con problemi di comportamento, inibiti o antisociali, a volte autori di molteplici reati. I gruppi terapeutici sono inseriti in progetti di ricerca- azione rivolti allo svantaggio socio- culturale e condotti con diverse Istituzioni locali, tra le quali il Provveditorato agli Studi e le strutture di Giustizia Minorile. Ciò che in questi gruppi deve trovare spazio di espressione e condivisione, per rendere possibile la riflessione, è un’esperienza precoce di estrema inaffidabilità dell’altro, di non ascolto e comprensione da parte delle figure genitoriali, di violenza subita e agita, di un’eredità quindi terribile che si rischia di agire a propria volta come un destino. Qui il gruppo diventa un contenitore affettivo per accogliere e rendere tollerabile il dolore, la fragilità, l’ambivalenza  e l’aggressività, attraverso il racconto comune, che ricostruisce un senso condiviso e l’esperienza di relazioni nuove e costruttive.  Invece del “branco”, dove hanno agito il disagio esplosivo in forme evacuative, una diversa possibilità di rivivere, comunicare e pensare insieme emozioni e angosce, paure, gioie e desideri, riattivare livelli esperienziali profondi, che forniscono nuovi strumenti cognitivi, una diversa immagine e stima di sé, reali capacità di cambiamento. Si apre gradualmente uno spazio per immaginare un futuro diverso, sentendosi sostenuti nell’affrontare difficoltà e rischi di cadute, apprezzando l’importanza del proprio mondo interno.

Non si può qui dar conto di tutti i contributi, ma si sottolinea la ricchezza e varietà di un percorso, che mostra una storia feconda di stimoli e riflessioni originali, importanti e che può aprirsi ad un futuro di ricerca e nuovi ambiti di applicazione.

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