N.31 - Le differenti applicazioni del dispositivo del gruppo, all'interno di istituzioni cliniche, sociali ed organizzative

Presentazione del numero del journal telematico Funzione Gamma, sul tema de: Le differenti applicazioni del dispositivo del gruppo, all’interno di istituzioni cliniche, sociali ed organizzative (a cura di) Sabrina Di Cioccio

Qual è l’attualità della pratica con i gruppi, nel 70° anniversario della pubblicazione dell’articolo di Bion e Rickman, sull’esperienza tenuta a Northfield?

Quali sviluppi hanno potuto prendere avvio dalla portata pioneristica di quella ricerca, le cui basi furono gettate proprio a partire dal riconoscimento della scoperta freudiana, scoperta senza precedenti dell’inconscio?

Qual è ad oggi la costante che permette ai clinici delle più diverse formazioni specialistiche, di dialogare e dibattere sulle funzionalità di un dispositivo nato per far fronte alle difficoltà poste dal contenitore istituzionale?

L’edizione accoglie i testi di dieci autori che a partire dalla peculiarità del proprio vertice teorico-clinico, testimoniano ognuno nel proprio modo, l’incontro possibile con l’operatività di uno strumento che permette, sin dalle origini della sua applicazione, di trattare il sintomo dell’Istituzione.
Questo il punto attorno al quale ha avuto luogo la messa in forma di un numero di Funzione Gamma che riflette su quella dimensione di campo entro cui è fatto spazio alla soggettività del singolo per mezzo di un’esperienza di condivisione della parola che permette di autorizzarsi ad occupare un posto dal quale è possibile interrogarsi e dire.
L’Istituzione nella rigidità del suo funzionamento, nell’economia della logica che la sostiene, e nella politica che la governa, mette a parte la soggettività nella necessità con cui risponde al paradigma che la istituisce e la rende conforme al discorso della contemporaneità: efficienza e prestazione. Ciò che non vi funziona, è al contempo sintomo e domanda affinché sia prestato ascolto e non taciuta, la difficoltà, quello che manca, e il disagio che la abita: l’applicazione del dispositivo del gruppo può offrire loro lo spazio per denunciarsi, favorendo quel passaggio che consente al pensiero “di molti” di restituirsi invece come “di ognuno”. In rapporto ai suoi tre livelli, clinico, sociale ed organizzativo, ogni autore ne porta alla luce il carattere riverberante dei miti che la fondano, storia e memoria nonché limite che spesso conserva le relazioni e il sistema di ruoli e funzioni al di là del desiderio dei suoi operatori, sempre più esposti al rischio di subirne l’iterazione.
Nell’Istituzione che vuole che le cose funzionino, in che modo tutelare chi la abita e la fa, nel diritto a domandare che le cose funzionino anche per lui?

Il contributo di R.D. Hinshelwood descrive con accuratezza, la modalità attraverso cui il gruppo applicato all’équipe degli operatori che lavora con pazienti affetti da
disturbo grave della personalità, possa tutelarli dall’agire il controtransfert nella
relazione terapeutica, impedendo così all’utente di correre il rischio di ritrovarsi
all’interno di un luogo di cura incapace di assolvere la propria funzione, a causa
dell’assenza di uno spazio in cui possa essere pensato da chi lo segue nel suo
percorso di trattamento ed è esposto all’impatto della sua esperienza traumatica. La
riunione d’equipe è presentata dal testo di E. De Francesco, come uno strumento in
grado di preservare l’Istituzione, dalla possibilità di mancare quel “funzionamento in
rete” che si alimenta nel tempo della discussione clinica attorno al caso del soggetto,
e fonda attraverso il contributo di ogni operatore, una logica nella direzione della cura
che non li scopre a dover lavorare da soli sulle difficoltà.
R. Vandermeeren & M. Hebbrecht declinano la funzionalità del dispositivo del
gruppo, in rapporto al trattamento di una delle nuove forme del sintomo- la
tossicodipendenza da alcol-, presentando l’opportunità a cui apre all’interno
dell’unità di cura, di un luogo in cui il soggetto possa tornare a ricordare, a dare posto
al dolore e alla paura che l’abuso della sostanza ha l’effetto di cancellare, e nel
racconto invece trova un posto alla tossicità, intaccando qualcosa della compulsione
ad agirla, sostenendolo anche quando il ricovero è terminato. Lavorare con la
tossicodipendenza, confronta l’Istituzione con la difficoltà di impedire le ricadute e di
arginare il godimento autistico di una pratica che vede il soggetto scegliere di fare a
meno dell’altro, rischiando come testimonia l’esperienza di A. Bruni, di servire
quello stesso vissuto del soggetto di “essere senza speranza”, in una giustificazione
dei fallimenti terapeutici che fa appello alla recidività del sintomo, ed emerge
all’interno del gruppo degli operatori come ciò che li paralizza dal prendere
l’iniziativa.
Il campo del gruppo come luogo in cui l’impasse può essere riconosciuta come ciò su
cui è possibile lavorare ed è trasformata nella prospettiva che permette agli operatori
di ripartire, è la dimensione entro cui i volontari di un’associazione di protezione
civile sono riusciti nella testimonianza di S. Di Cioccio, a far fronte alle difficoltà nel
gestire quell’emergenza post-terremoto in grado di confrontarli all’esperienza del
limite, rivelando l’importante funzione del gruppo, nel garantire nuovi spazi di
soggettivazione. All’interno di esso, chi esercita la funzione di tenuta, non conduce,
né interpreta ma dà parola a chi lo partecipa, affinché possa autorizzarsi ad una
posizione propria. Il gruppo multifamiliare presentato da A. Narracci, come
dispositivo applicato alle Istituzioni della Salute Mentale, opera su un triplice livello
permettendo da un lato, che l’Istituzione non venga vissuta dal malato e dai suoi
operatori in termini meramente custodialistici, da un altro di rileggere l’approccio al
paziente psicotico riconoscendogli soggettività e responsabilità in rapporto alla
patologia, e dall’altro di lavorare sulla disfunzionalità del sistema familiare.
Nei servizi psichiatrici che si occupano di gestire l’emergenza dettata dallo stato di
acuzie del soggetto, il gruppo nella sua declinazione psico-educativa come
testimoniano G. Ducci & A. Marzano, mostra la capacità di essere un valido
strumento di supporto al trattamento farmacologico e psicoterapeutico, che permette
al soggetto di fare esperienza di un altro regolato che ha il compito di scandire un
tempo e introdurre un ritmo nel vissuto confusionale che lo alberga ed è rinforzato dallo scoprirsi costretto al ricovero. La pratica con i gruppi in Istituzione, può dunque farsi veicolo laddove rispetti precise condizioni nell’etica e nella responsabilità di chi ne permette il lavoro, della presenza di un terzo non persecutorio, in grado di produrre una regolamentazione di cui il lavoro di M. De Lorenzo nel contesto del laboratorio che opera con minori vittime di violenza, dà illustrazione.
Ne deriva in questa edizione, che nella pratica e teoria sul gruppo come strumento di lavoro applicato alla clinica, al sociale, e all’organizzazione, non si prescinda dall’interesse ed evoluzione per una ricerca di cui la psicoanalisi per A. Americo, resta il motore nel prendere atto dei cambiamenti sociali e culturali che incidono le forme del disagio nelle sue declinazioni psicopatologiche, e dal porre sotto osservazione le dinamiche che governano la sua stessa Istituzione. Il lavoro di P. Russo invita infatti a riflettere sulla necessità da parte del movimento psicoanalitico di preservarsi nel tentativo di costituirsi gruppo nella forma delle società e degli istituti di formazione che ne perpetuano l’insegnamento, da qualunque necessità di gruppo.

A conclusione di questa introduzione a Le differenti applicazioni del dispositivo del gruppo, all’interno di istituzioni cliniche, sociali ed organizzative, desidero ringraziare ogni autore, per aver accolto l’invito a partecipare con entusiasmo e grande disponibilità, ad un progetto che ha fortemente sostenuto la possibilità di riuscire ad accogliere e far dialogare tra loro, formazioni teorico-cliniche diverse, in merito ad una pratica di cui Funzione Gamma alimenta la ricerca declinandone il potenziale della sua attualità.

Il numero gode l’opportunità di essere immaginato, e rappresentato nel tema e nel desiderio con cui ogni autore lo ha sviluppato, dall’opera “Festim” dell’artista portoghese Natália Gromicho, che tengo a ringraziare di questo suo dono.

Sabrina Di Cioccio

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