contributi

Processi di costruzione dell’identità in adolescenza attraverso l’elaborazione delle differenze di genere in gruppo

All’inizio del mio lavoro con i gruppi di adolescenti le differenze di genere presenti nel gruppo,e la loro manifestazione da parte dei membri, mi si presentavano non solo come molto marcate ma anche come poco conciliabili tra loro. Maschi e femmine m’apparivano come due blocchi contrapposti con i loro stereotipi di genere difficilmente smontabili e integrabili. Un ponte tra i due generi divisi mi sembravano crearlo solo quei ragazzi che andavano scoprendosi un’identità di genere diversa da quella che avevano creduto di avere. Un ragazzo che arrivò a scoprire il suo orientamento omosessuale nel corso di un gruppo m’aiutò molto, come dirò, a metter meglio a fuoco i tratti che caratterizzavano di più l’identità di genere del sottogruppo femminile che nel contatto con questo ragazzo s’andavano precisando meglio. Con il passar degli anni le contrapposizioni che vedevo tra i due stereotipi di genere mi è sembrato s’andassero attenuando. Quando parlo del manifestarsi di differenze di genere in adolescenza e dell’affermarsi e consolidarsi in questa fase dello sviluppo di un ‘identità i genere faccio riferimento al termine nell’accezione datagli per la prima volta da Rober Stoller . Stoller faceva dipendere la costituzione di quello che chiamava “nucleo d’identità di genere” da tre fattori: l’anatomia e la fisiologia degli organi genitali; l’atteggiamento dei genitori, dei fratelli e delle sorelle e dei coetanei verso il ruolo di genere del bambino; una forza biologica che può modificare in misura maggiore o minore l’azione dell’ambiente (Stoller 1968, pp. 72-74). Più di trent’anni separano quel lavoro pionieristico di Stoller dai lavori delle psicoanaliste di area relazionale più legate al movimento femminista statunitense nei quali il concetto di identità di genere veniva ridefinito come il portato pressochè esclusivo di una costruzione culturale (Dimen e Goldberg, 2002 ).

Il setting gruppale descritto in questo lavoro si basa sull’attivazione di gruppi semi-aperti (slow open) di durata biennale con partecipazione bilanciata di adolescenti maschi e femmine nella fascia d’età compresa tra 14 e 16 anni. Tutti i partecipanti frequentano le prime due classi d’istituti superiori di quartieri a rischio .I gruppi sono a orientamento psicoanalitico e si sono svolti per un’ora e mezzo, una volta alla settimana, in orario scolastico per sei mesi l’anno. La partecipazione era volontaria . Sono stati proposti a ragazzi, provenienti da classi diverse, a rischio di espulsione (drop-out) dalla scuola a causa di difficoltà nello studio o nella sfera affettivo- relazionale .

Come si vedrà meglio attraverso gli esempi clinici la mia tecnica di conduzione del gruppo d’adolescenti è influenzata dall’idea che il terapeuta dei gruppi d’adolescenti debba avere un ruolo

attivo , molto più attivo di quello che tendono ad avere i conduttori dei gruppi d’adulti. Essere attivi significa per me essere pronti a concentrarsi su un tema (e sull’aiutare il gruppo a portarlo avanti e) e “essere capaci d’intervenire quando il gruppo sta perdendo la sua strada “(.Evans 2001) . Questo tipo di attività del conduttore comprende anche ,nella definizione datane da Evans, la definizione dei limiti da dare ai membri e al gruppo nel suo insieme. Come chiarisce Gianluigi nello nella sua introduzione all’edizione italiana del testo di Evans, “diversamente che nel gruppo con adulti il gruppo con adolescenti necessita primariamente di una gestione dinamica dei confini del gruppo che tenga conto dello stile e del ritmo di alcune espressioni del funzionamento psichico dell’adolescente ( bruschi cambiamenti d’argomento,variabilità di stati d’animo,ecc) (.Moniello 2001). Nella mia ventennale esperienza con i gruppi d’adolescenti mi son trovato sempre più a condividere il motivo di fondo addotto da chi ha propugnato una posizione d’impegno attivo del terapeuta :l’a convinzione che la potenzialità dei membri del gruppo di conseguire una maggiore espressività e di darsi reciproco aiuto venga “arricchita e non ostacolata dagli interventi del terapeuta”(.Moniello 2001) . Nei gruppi con questa fascia d’età ho sperimentato quanto sia utile, ancor più che in quelli con adulti, tener a mente la posizione del conduttore suggerita da Foulkes :capire e non capire, e comunque analizzare tanto e interpretare poco (.Moniello 2001).

Come si vedrà nelle vignette cliniche la mia idea di conduzione del gruppo con adolescenti non include solo il ruolo attivo del terapeuta ma anche la confrontazione attiva tra terapeuta e membri. Ho sperimentato anch’io come Fern Kramer Azima, la gruppoanalista canadese pioniera dei gruppi con adolescenti, quanto gli adolescenti attribuiscano valore e traggano beneficio da uno stile che utilizzi sistematicamente il confronto nelle modalità di conduzione del gruppo (Cramer Azima 1996).

Nel mio stile di conduzione è maturata nel corso degli anni una tendenza a fare sempre più di frequente interventi di mero rispecchiamento empatico con i membri che si vengono a trovare al centro del dibattito gruppale. Vorrei precisare che questo tipo d’interventi non nascono soltanto dall’emergere in me di una spinta identificatoria con un membro ,attuata attraverso la condivisione empatica di un suo vissuto. Sono soprattutto suggeriti dall’esigenza di dar empaticamente voce e sostegno alla funzione oggetto sé, in questo caso un oggetto sé speculare (Kohut 1976, 1986) che il gruppo nel suo insieme sta svolgendo in quel momento per quel suo membro e che, più in generale, ogni gruppo con un adulto terapeuta svolge per i suoi membri adolescenti. Con funzione oggetto sé intendo alludere a quella funzione interna all’individuo che viene attivata da un oggetto poco o scarsamente differenziato dal proprio sé che può essere ricoperta da una persona ma anche da un gruppo (Neri 1995).

Per concludere questo chiarimento sulla mia tecnica di conduzione vorrei sottolineare come sempre più negli anni si sia andata consolidando mia adesione a una posizione di ricerca empatica introspetiva(Orange , Atwood e Stolorow 1999) che tende a sviluppare un’indagine continuativa che s’estrinseca tra l’altro nel porre domande dirette ai membri [1]del gruppo per provar a far venir fuori appieno i loro punti di vista.

In un gruppo che ho condotto dieci anni dopo quello col ragazzo che si scopriva omosessuale mi è capitato d’incontrare un ragazzo con caratteristiche apparentemente molto da macho col mito del calcio. I suoi racconti vertevano sul fallimento del suo sogno di diventar calciatore e sul suo rifiuto di un altro sogno molto presente in quel gruppo dove tutti vedevano trasmissioni del tipo di Amici ,condotte da Maria De Filippi: quello d’affermarsi come personaggio dei reality. Dovetti constatare invece che il sottogruppo maschile e femminile riuscivano a identificarsi, in forme molto simili, con i suoi racconti e le sue aspirazioni di calciatore mancato. Una stessa sensazione l’ho avuta in un gruppo di quest’anno con i racconti di una ragazza, ballerina professionista ,che faceva da anni gare di danza con un compagno fisso. Il sogno di ritornare a danzare di questa ragazza che aveva una spalla da operare era in grado di catalizzare in forme non dissimili gli immaginari sia maschili che femminili .Quel che attraeva entrambi i sottogruppi era l’identificazione con una coppia di ballerini molto legati tra loro.

Sono arrivato così nel tempo a formulare l’ipotesi che farà da filo conduttore a questo lavoro,e che sostiene che nei gruppi di questi ultimi anni si vanno consolidando delle tematiche ponte tra maschi e femmine che trascendono i generi ma che hanno invece poco a che fare con la tradizionale visione del trans-gender, inteso come desiderio di appropriarsi di caratteristiche di un genere altro rispetto al proprio che viene al contempo rifiutato,e che hanno invece molto a che vedere con un trans-gender com’è stato inteso in questi ultimi anni dai movimenti di persone trans­gender come continua contaminazione e mescolamento tra i generi(Stryker 2010). Esulerebbe dagli obiettivi di questo lavoro dar conto del dibattito contemporaneo sull’identità di genere, attivatosi soprattutto negli Stati Uniti grazie a quelle psicoanaliste dell’ area relazionale che si sono più rionosciute nelle posizioni del movimento femminista(Dimen e Goldberg 2002) vorrei però almeno precisare un punto del mio lavoro clinico che vi fa riferimento: il modo e le forme in cui o visto elaborare nei miei gruppi le tematiche relative all’identità di genere m’è sembrato che avesse ben pochi punti di contatto con le affermazioni di un analista di adolescenti della scuola classica come Peter Blos. Blos sosteneva, in epoca non lontanissima(la prima pubblicazione del suo lavoro risale al 1984), come per l’adolescente con l’avvento della maturazione sessuale si presentasse “l’imperativo biologico di un’identità sessuale definitiva e irreversibile”. (Blos 1984).Nel segnalare questo compito quasi ineluttabile che scatterebbe con la pubertà, Blos non faceva che riprendere la ben nota descrizione di Freud relativa al suo modo di leggere il determinarsi di una polarità tra i sessi:

“Solo quando alla pubertà lo sviluppo è concluso ,la polarità tra i sessi si identificherà col maschile da una parte e il femminile dall’altra.la mascolinità riunisce il sè le caratteristiche del soggetto, dell’attività e del possesso del pene. La femminilità si assume quelle dell’oggetto e della passività. La vagina è ora vista come la dimora del pene , e diventa l’erede del ventre materno”(.Freud 1923, p 567 ) .

Quelle che paiono invece più visibili nei gruppi con adolescenti sono situazioni che sembrerebbero apparentemente confermare un’altra tesi di Blos, quella che l’adolescenza sia la fase della vita in cui “le polarità di attivo e passivo sono conflittuali e combattono una lotta prometeica all’ultimo sangue”. Sulla base di questa constatazione Blos formulava un’indicazione di tecnica per l’analisi dell’adolescente maschio. Quel che,su queste basi, era da lui ritenuto assolutamente necessario era: “Risolvere questa duplice lotta difensiva ,contro la sottomissione e la passività e contro l’affermazione di sè e il parricidio.”(.Blos 1984).

Nei gruppi d’adolescenti si può in effetti vedere come queste polarità attivo-passivo si presentino continuamente, ma mescolandosi tra loro. Sembrano farlo senza entrare mai in un vero e proprio conflitto e soprattutto senza una polarizzazione dell’attivo nel maschile e del passivo nelfemminile .Lungi dal rappresentare però le polarità di una “lotta prometeica” che Blos colloca all’esordio dell’adolescenza, questi due poli sembrano piuttosto oggetto di transazioni,sovrapposizioni ,scambi, contaminazioni tra i due generi.

E’ stato,come mostrerò, per primo l’adolescente maschio che scoprì la sua omosessualità nel gruppo a mostrarmi più chiaramente questo dato di una mancanza di polarizzazione, quando provava a relazionarsi in conflitto al sottogruppo maschile e con adesione a quello femminile( facendosi ad esempio la ceretta al gruppo e offrendosi lui per accompagnare al bagno le ragazze con le mestruazioni) . Proprio quel ragazzo in fuga dal suo genere faceva risaltare quanto i due poli, attivo e passivo, così squilibrati in lui a favore del secondo, fossero invece molto più difficilmente isolabili in un sottogruppo, quello dei maschi o quello delle femmine .

Prima di arrivare a parlarvi di Mario nel gruppo vorrei però accennare a una delle tematiche che mi è apparsa tra le più profondamente unificanti tra i generi se non addirittura omologante i due generi : quella dei tatuaggi.

L’esigenza dell’ esibizione del corpo tatuato o dell’iscrizione di un segno nel proprio corpo è un bisogno che in adolescenza sembra totalmente prescindere dall’appartenenza a un genere. In miei precedenti lavori su questo tema (Bernabei 2001, 2005b) quel che volevo metter in rilievo era come il gruppo aiutava ad elaborare l’identità di genere in adolescenza attraverso l’elaborazione delle differenze di genere. Sono arrivato a pensare che il lavoro che si va maggiormente affermando nei i gruppi d’adolescenti è piuttosto quello sulle somiglianze e similitudini più che sulle differenze tra i generi. Questo tipo di lavoro porta all’elaborazione di un identità di genere molto meno dicotomizzata nelle tradizionali categorizzazioni al maschile e alfemminile.

In questo lavoro cercherò di fornire esempi in tal senso, mettendoli a confronto con quelli del gruppo col ragazzo omosessuale dove quel che s’intende per femminile e maschile risultava ancora esser demarcato da confini un pò più netti.

Partirò dal gruppo dove si sviluppò il tema del farsi i tatuaggi perché è quello dove mi è parso più difficile distinguer tra un modo d’intender il tatuaggio al femminile e uno al maschile. Si potrebbe pensare che tatuarsi un volto di donna sia un tratto che caratterizza di più un sottogruppo maschile. Ho scoperto invece che maschi e femmine di quel mio gruppo di aspiranti tatuati erano unificati dall’idea di tatuarsi,con motivazioni diverse, il volto della madre. Alba per ricordare la madre morta di recente, Ali, ragazzo aitante di origini magrebine, per imprimersi anche nella pelle la faccia di una mamma forte e senza un compagno accanto.

Alì fece sapere al gruppo di ragazzi tra i quattordici e quindici anni – da me condotto in un istituto professionale della periferia romana giunto al suo secondo anno- che si voleva far tatuare la foto di sua madre. Alla mia domanda un pò incredula sul perché volesse metter nel tatuaggio proprio sua madre, Alì dette una risposta per lui ovvia: “Perché ci tengo a mia madre!”. Alba subito dopo annunciava di volersi far tatuare una stella con dentro la foto di sua madre, ma faceva anche presente l’avversione da parte di suo padre. La situazione di Alba era particolare in quel gruppo perché sua madre era morta di cancro da appena un anno e il padre s’era messo subito con una nuova compagna. Chiesi allora se nelle motivazioni a non farsi tatuare , pur desiderandolo, non ci fosse quella di non dare un dispiacere ai genitori. Alba diceva che lei non lo faceva per l’opposizione di papà, ma rilevava che suo padre e suo fratello avevano lo stesso tatuaggio: uno scorpione. Sara notava che suo padre, pur vietandole il tatuaggio, aveva tatuata una donna nuda sul braccio, con un velo sul corpo e i nomi di Sara e della sorella tatuati dentro. Chiesi a Alì se non pensava che gli avrebbero tutti chiesto chi era la donna nella foto tatuata. Rispose che non gliene sarebbe fregato niente, “Quella – ribadiva – è mia madre!!!” Alba citò l’argomento con cui l’odiata nuova donna del padre le aveva silurato l’idea del tatuaggio : “Non si mettono i morti nei tatuaggi”.

Fino a una quindicina d’anni fa ritenevo,come accennavo in premessa, che le differenze tra i generi s’evidenziassero molto più nettamente nei gruppi di adolescenti che mi capitava di formare. Tali differenze venivano avvertite in modo diverso dalle ragazze rispetto ai ragazzi, ma quel che più mi colpiva era da parte delle ragazze tali differenze venissero ridefinite in modi poco tradizionali quando nel gruppo era presente un ragazzo che faceva, rispetto al genere, scelte diverse dagli altri maschi.

Nel gruppo in cui era presente un ragazzo sedicenne, Mario, che aveva fatto outing per la prima volta dichiarando il suo sentirsi attratto dagli uomini, tutti i membri cominciarono a domandarsi, sulla sua scia , come si faceva a vagliare l’identità sessuale di una persona . Mario aveva infatti affermato che si poteva verificarla nella masturbazione .Fedra gli andava subito dietro e dichiarava che masturbandosi le piaceva pensare a Fred Mercury dei Queens. Mario preferiva invece pensare all’attore Brandon Lee, il figlio di Bruce. Specificava che gli capitava d’eccitarsi anche al ricordo di un’esperienza sessuale, e che invece ripensando alle sue esperienze con le ragazze non gli accadeva . Giuliano, il ragazzo più schivo del gruppo , dette a Mario il punto di vista più da maschio sulla sua vicenda: “Tu – gli fece notare – non vai con le ragazze perché per te sono irraggiungibili”. Chiesi allora al gruppo se quel che faceva Mario, scegliendo di avvicinarsi ai possibili (i gay adulti dei luoghi di ritrovo omosessuale) non era un manifestare anche la sua paura che le ragazze fossero per lui impossibili. Giuliano indicò a Mario la vera paura da cui lo vedeva attanagliato: quella che le ragazze non lo vedessero fisicamente prestante. Mi apparve invece significativo che nessuna delle ragazze considerasse la scelta di Mario reattiva a una paura delle donne. A me invece la dinamica dei punti di vista di quei sottogruppi, il maschile e il femminile, fa ora pensare che quel che non colsi subito fu la paura di Mario per tutti gli”impossibili”, vale a dire i coetanei, in primis quelli maschi, rispetto ai quali si sentiva brutto e inadeguato,e in balia della poca stima di sé. Era forse proprio questa paura a spingerlo, rischiosamente, a ricercare dei rapporti “possibili” con maschi più disponibili, quelli più grandi di lui. Quando Mario rivelò al gruppo che gli era venuta voglia di avere una vera storia, Alessandra lo gelò ricordandogli che “gli omosessuali vogliono fare solo sesso”. Precisava quella sua voglia di poter avere un ragazzo, dicendo che doveva esser uno proprio normale, un eterosessuale. Miriam gli obiettava che “se li voleva così era perché sapeva che in tal modo sarebbero restati un sogno”. A quell’intuizione di Miriam sul motivo che lo faceva star lontano dai coetanei omosessuali, Mario reagiva rivelando anche un altro suo desiderio, quello d’essere una donna. Raccontava poi che si doveva vedere con un certo Girolamo, uno bisex che aveva appena lasciato la ragazza. Nel descrivere i sentimenti che provava per Girolamo, Mario usò la parola “amore”. Alessandra lo bloccò subito, criticandogli

l’uso di quella parola applicata ai gay. Tracciai la differenza tra quel che Alessandra ci diceva di provare per il suo Silvio e quel che Mario dichiarava d’avvertire per questo Girolamo, con cui sembrava voler avere niente più che una tresca. Alessandra specificò che “quando ami, ami tutto di quella persona”. Mario si spinse allora sulla sua scia a rivelare d’essersi scoperto ad amare i difetti fisici di Girolamo. Alessandra, ancora scettica, gli ribatteva che quando si è innamorati non si amano solo i difetti fisici e che per amare qualcuno bisogna prima conoscerlo. Mariella spiegava a Mario che questo voleva dire provare come ci si stava, standoci almeno tre giorni con quella persona, per poter poi dire che lo si amava! In questo contrapporsi al ragazzo che vuole trescare con gli uomini, le ragazze riuscivano a elaborare un tema di fondo della differenza di genere tra maschi e femmine: quello rispetto al modo di viversi le storie e ai tempi necessari per farlo.

Giuliano aveva nel frattempo preso il foglio su cui Miriam , Alessandra e Mario s’erano disegnati: Mario come la Jessica di Roger Rabbit , Alessandra come il monello maschiaccio (cfr. disegno n. 1).

Su questo foglio Giuliano aveva cominciato a fare il ritratto a tutti in sequenza, unendo poi le facce all’altezza delle spalle. Poi lo completò facendoci sotto il corpaccione di una specie di bambinone (cfr. disegno 2)

Da queste caricature sembrerebbe che stare per due anni nel corpo di quel gruppo abbia portato a un’elaborazione delle differenze di genere il cui effetto pare esser stato il renderle ben poco avvertibili, almeno nelle facce disegnate da Giuliano. L’unica percezione di mascolinità Giuliano la metteva nel disegnare me, il barbuto Psyco. Quanto a Mario l’aveva reso un po’ grassoccio e asessuato proprio come il corpaccione che aveva fatto sotto.

Nel riguardo adesso quel disegno mi viene da pensare che avrebbe dovuto rendermi già allora evidente uno dei modi di percepirsi degli adolescenti rispetto al genere :vedersi come un corpo unico ancora poco differenziato tra tratti maschili e tratti femminili.

Vorrei ora mostrarvi una situazione di gruppo in cui è più visibile un’elaborazione delle differenze di genere realizzata invece dal sottogruppo maschile ma agevolata dalla presenza nel gruppo di due giovani tirocinanti donne, Clara e Sara. Le ragazze del gruppo si rispecchiarono, in parte identificandosi, in queste due ragazze poco più che ventenni oggetto delle attenzioni/provocazioni dei maschi del gruppo. Tutto il gruppo potè elaborare, grazie alla presenza delle tirocinanti e alla piccola differenza generazionale con loro, un tema di cruciale importanza : quello di come, da un punto di vista, inizialmente molto radicato nel proprio genere poi molto più commisto tra i generi, tutto un gruppo arrivi ad immaginare un passaggio all’età adulta.

Il proiettarsi in ipotetiche e improbabili relazioni con le ragazze più grandi mie collaboratrici permise in prima battuta al sottogruppo maschile , ma anche a quello femminile, d’immaginarsi il proprio futuro. La possibilità d’immaginarsi alla pari con ragazze più grandi ebbe un forte valore, perché l’età delle mie collaboratrici veniva assunta come quella coincidente con l’età a cui si può fantasticare di matrimonio e figli, e formulare quindi l’idea di una propria generatività.

Quel gruppo,come ogni gruppo d’adolescenti, riesce a utilizzare una differenza generazionale per avviare un percorso di passaggio iniziatico all’età adulta(Bernabei M,1995a). Quel che colpisce nel modo d’immaginarsi adulti dei membri di quel gruppo è che mentre la differenza tra i generi appare grande quando si tratta di valutare il tema del tradimento tra coetanei , diventa invece molto meno marcata quando, immaginandosi adulti, si tratta di definire quale sia l’età delle responsabilità (matrimonio e figli). I maschi sembrano in questo caso molto meno su stereotipate posizioni adolescenziali machiste e si rivelano non meno responsabili delle ragazze quando si tratta d’immaginarsi padri di famiglia.

Quando in un gruppo si elabora la possibilità di un passaggio di tipo iniziatico a un’età più adulta il primo effetto è che anche le differenze di genere vengono elaborate verso un loro appiattimento, se non un’integrazione, quella portata dal ragazzo/a che sente prevalere in se stesso più l’identità di aspirante genitore che quella di adolescente maschio o femmina.

Racconterò ora uno stralcio di seduta in cui s’evidenzia il passaggio da posizioni divaricate a punti di vista molto più ravvicinati tra i ragazzi e le ragazze. In quell’incontro un ragazzo, Ettore, si differenzia dagli altri per essere più grande di due anni e per aver da abbastanza tempo una fidanzata fissa. Ettore si rivolgeva direttamente a una delle due collaboratrici, Clara, chiedendole se era ancora fidanzata. La buttai sullo scherzo dicendo che avremmo riferito alla sua fidanzata delle sue avancés a Clara. Gonzalo profetizzava che Clara tra un po’ si sarebbe lasciata col suo fidanzato e Gonzalo le chiedeva se fosse uscita con lui nel caso si fosse lasciata. Gli posi il problema dell’improbabilità per una ventitreenne di mettersi con un sedicenne e li “sfidai ” a portar l’esempio di una ragazza che si metteva con uno della loro età .Wanda rispose citandomi un’amica ventunenne che s’era messa con uno di 15. Feci l’ipotesi che quella ragazza non fosse molto matura .Wanda lo confermava dicendo che infatti la chiamavano broccola.

In questa sequenza si vede la differenza tra maschi che considerano un titolo di vanto conquistar una ragazza più grande e femmine che considerano sintomo di broccolaggine il cader preda delle attenzioni di quelli che venivano considerati dei bambocceti.

Intanto i maschi continuavano a battere sulla richiesta di saper da Clara la sua età. Il motivo di tale interesse mi fu chiarito da Ettore: “Capire quante chance ho”. Gonzalo, svelò che la richiesta dell’età a Clara era più che altro una domanda preparatoria a una seconda: “Le chiede l’età – disse- perché vuole chiederle poi di uscire”. Chiesi loro cos’avesse Clara che non avevano le loro ragazze. Mi risposero che “era più bella”. Ettore intanto ritornava a farsi sotto con Clara dicendole: “Lo sai che te assomigli una cifra a un’amica mia, a Jessica?” Invece, specificò, la sua ragazza non assomigliava a nessun’altra, era unica. Gli obbiettai che se “al mondo ci stava solo Rosaria” non capivo come facesse a provarci anche con Clara. Ettore si scherniva rispondendo che lui “Stava solo a scherzà”. Wanda gli chiariva: “non devi scherzà, sei fidanzato e basta!”. Rinforzai quell’osservazione dicendogli che “se ci fosse qui Rosaria a lei non farebbe piacere saper che tu vai dietro a Clara”. Lo feci anche riflettere sul fatto che non importava se la sua ragazza lo veniva a sapere, eravamo noi a saperlo e si poteva mancarle di rispetto anche se lei ne fosse rimasta all’oscuro. Mentre Wanda annuiva convinta a questa mia affermazione, Ettore negava di starle mancando di rispetto e volle sentire anche il parere delle collaboratrici. “Se lo facesse il mio ragazzo – lo gelò Clara – mi farebbe arrabbiare”. Ettore si difese dicendole: “Ma io sò più piccolo di te”. Wanda indignata gli sbraitò: “Ma che cavolo dici, sei deficiente? Te voi sposà e dici che sei ragazzino!”. Gli chiesi conferma di quel proposito e lui si rifugiò in un “Qui stamo a giocà’ (ma,se ci pensiamo, cos’è il gruppo per gli adolescenti se non un luogo dove vien loro consentito di giocare, e in cui a venir giocate sono tematiche di vitale importanza della loro vita?). Il mio dar ragione a Wanda sull’incongruenza tra spinta di Ettore a metter su famiglia e quel suo “giocare” con Clara, provocò l’insorgere degli altri maschi. Gonzalo che m’apostrofò con un “A professò, ma quanno te sposi te rovini la vita”. Gli feci osservare che però non sembrava esser così per Ettore. Ricordai allora che in un gruppo precedente avevo avuto il fratello di Wanda che a diciott’anni s’era sposato e aveva avuto una figlia (scelta usuale nella comunità rom di cui faceva parte). Chiesi a Wanda se il fratello si fosse “rovinato la vita” con quella scelta. Sorprendentemente mi sentii rispondere al suo posto da Ettore con un “Suo fratello sta meglio di tutti!”. “Quindi – feci osservare – sta benissimo da sposato eppur ha solo 18 anni”. Ettore precisava che non era questione di “rovinarsi la vita”, ma era che a 18 anni era” davvero troppo presto”. Lorenzo lo seguiva dicendo: “A diciannove anni non puoi pensà a metter su famiglia!”. Chiesi a Wanda a quanti anni si voleva sposare e lei rispose: “A ventisei”, un’età del tutto inusuale per una ragazza rom. Posi la domanda a Ettore e lui rispose “a ventitre”. Chiesi a quanti anni voleva avere un figlio e Wanda rispose: “Subito”. Ettore disse ” a ventotto”. Gonzalo ribadì invece che lui un figlio voleva farlo “Quand’era tutto a posto”, e Armando disse “sui trenta”. Ettore motivò così la scelta di fare un figlio da giovane: “Sennò come fai a correre dietro a tuo figlio?” (una motivazione in cui si coglieva la sua identificazione con chi corre, un figlio, e non con chi deve rincorrere, un padre. Richiesi a Gonzalo a qual’età si sarebbe sposato. Lui rispose di non saperlo, perché prima “si doveva divertire, standosene tutto il giorno sulla spiaggia a farsi i cannoni”, poi fissò l’età a trent’anni. Fu lui a concludere l’incontro con una battuta che confermò quanto peso avesse avuto , nel far da tramite alle loro proiezioni, la presenza delle mie collaboratrici: “Io – disse, guardando Clara negli occhi – ne voglio una tutta bionda cogli occhi azzurri… una più bella di lei! Più bella de lei!”.

In quel “bionda con gli occhi azzurri” c’era ancora un bisogno d’identificazione della propria ragazza con Clara. Ma nel successivo “più bella di lei” c’era già la fiducia nella possibilità di realizzare il loro sogno adolescenziale: mettersi da grandi con una ancor più bella della bella che aveva loro innescato le fantasie sul passaggio all’età adulta.

Questo materiale può anche essere letto come l’ elaborazione delle differenze tra generazioni, resa possibile dal lavoro di gruppo, ma va sottolineato che è stato il confronto tra i generi ad aver reso possibile elaborare la differenza tra generazioni. I due generi si rivelano, nel confrontarsi, molto più simili tra loro e questo avviene soprattutto quando si tratta di misurarsi sul tema delle differenze generazionali. Maschi e femmine sognano matrimoni e figli in età simili. Si può anche notare un paradosso: a innescare negli immaginari dei membri del gruppo, sia maschili che femminili, un’identica fantasia di coppia, e di coppia generativa, sono ragazze poco più che ventenni.

Vorrei concludere questo lavoro sul genere dei nuovi adolescenti , visto dall’osservatorio di come questo genere sembra andarsi delineando nei gruppi, utilizzando l’immagine che lo

scrittore Josè Saramago ha introdotto per descrivere la natura del centauro in un suo racconto dedicato a quest’essere mitologico:

Nel corpo del centauro – scrive Saramago – co-abitavano un cavallo e un uomo .”L’uomo con il tempo aveva imparato a moderare l’impazienza animale, talvolta opponendovisi con una violenza che esplodeva e proseguiva tutta nel suo cervello, o magari in un punto del corpo in cui s’incrociavano e scontravano gli ordini che partivano proprio dal cervello e gli oscuri istinti alimentati forse tra i fianchi, dove la pelle era nera. (Il centauro )..non sognava mai come sogna un uomo e non sognava neppure come sognerebbe un cavallo. Nelle ore in cui era sveglio le occasioni di pace o di semplice conciliazione non erano molte. Ma il sogno dell’uno e il sogno dell’altro creavano il sogno del centauro.”(Saramago 1997, p.96e p.99).

Questa caratteristica del centauro di Saramago , che nel sogno sembra ritrovare un’integrazione tra i due aspetti del suo sé, l’ho ritrovata in molti degli adolescenti dei miei gruppi, e non solo in quelli che come Mario stavano vivendo un processo di presa di coscienza di una propria identità di genere più autentica. E’per questo che parlare per i nuovi adolescenti, come fa Saramago per il suo centauro, di un impasto, difficile da districare, tra aspetti umani e aspetti più istintuali, quelli animali, intesi come più basici e primitivi, appare più utile, per chi prova a cogliere l’evolversi della loro identità di genere, rispetto al consueto parlare di caratteri maschili nei maschi e femminili nelle ragazze, abbastanza delineati e separati fra loro. Ragionare in questi termini mi è apparso infatti da subito impresa impossibile, soprattutto in una fase in cui tali connotazioni nette vanno sempre più sfumando verso un nuovo originale amalgama, del tipo di quello che mi son cimentato a cominciare a descrivere.

RIASSUNTO

La possibilità di elaborare le differenze, soprattutto quelle di genere sessuale, è uno dei più significativi fattori terapeutici del gruppo con ragazze/i nella prima adolescenza. Il lavoro si propone di mostrare attraverso esempi clinici come tale elaborazione sia possibile nel gruppo per ragazze/i nella prima adolescenza. Si propone in particolare di mostrare come il lavoro di elaborazione della differenza di genere sia facilitato dalla presenza di una differenza generazionale tra il gruppo di pari adolescenti e l’adulto terapeuta. Si mostrerà come il terapeuta, anche avvalendosi dello scarto generazionale tra sé e i membri, funzioni come facilitatore nello sviluppo della capacità dei membri di riconoscere e accogliere le differenze, soprattutto quelle di genere. Il lavoro mostra, inoltre, come nel corso del processo gruppale si passi da uno scontro tra le diversità (di genere, culture, etnie) a una migliore accettazione delle differenze. Il conseguimento di una maggior consapevolezza della propria identità di genere sessuale, attraverso l’elaborazione in gruppo delle differenze di genere, permette il consolidarsi di un più generale senso della propria identità in formazione in tutti i partecipanti.

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[1] Tale ricerca -come chiariscono Orante,Atwooed e Stolorow, tenta di fare luce sui principi organizzatori che organizzano incosciamente l’esperienza dei membri del gruppo(empatia)sui principi che organizzano incosciamente l’esperienza del conduttore(introspezione) ,e sul campo psicologico in oscillazione creato dalla reciproca interazione (intersoggettività) (.Orange D,.Atwood G.E., Stolorow R.D., 1999).

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