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Psicologia analitica oggi. Intervista a Stefano Carta

Domanda. Prof. Carta, cinquantun anni dopo la morte di Carl Gustav Jung qual è l’attualità della psicologia analitica nella società contemporanea, e il suo rapporto alla clinica dei nuovi sintomi?

Stefano Carta. Nella società contemporanea Jung è una delle figure più importanti e allo stesso tempo meno conosciute, per cui si potrebbe dire che abbia avuto un impatto diretto minimo nella sfera sociale, sebbene un grande impatto indiretto. Alla psicologia analitica vanno riconosciuti una serie di costrutti teorico-clinici per cui si può notare un progressivo autonomo e indipendente movimento di convergenza verso alcuni suoi paradigmi da parte di diversi approcci, dalla psicoanalisi freudiana alle scienze cognitive. In questo senso la sua attualità va letta innanzitutto da un punto di vista epistemologico, e immediatamente successivamente clinico. Rispetto ai nuovi sintomi, la flessibilità della Psicologia analitica è data dal riferimento a un metodo che potrei definire aperto. Jung non ha mai pensato all’essere umano come dotato di un inconscio pulsionale, rispetto al quale esercitare il metodo del sospetto anche allestendo setting difensivi. L’inconscio non è solamente qualcosa di cui diffidare e che tende ciecamente a scaricare energia: per Jung, l’inconscio è anche un inconscio che pensa.
Nella psicologia analitica, la plasticità del setting è data dal contenere un paziente orientato a creare e cercare costantemente soluzioni, sebbene attraverso metodi laterali e sistemi difensivi. Jung è stato il primo psicologo del Sé: ha iniziato a lavorare sul Sé cinquant’anni prima di Kohut. E la visione transpersonale del Sé di Jung, per la quale l’oggetto e il soggetto si iscrivono reciprocamente (una visione ripresa poi da Bion, che conosceva bene Jung) si pone in rapporto con la clinica contemporanea, consentendo, se non obbligando, a tener conto dell’importanza della visione antropologica sociale. L’uomo è iscritto nel mondo, e la clinica di oggi si delinea come una clinica dei disturbi del Sé, in cui l’individuo è alle prese con problemi identitari ed è calato all’interno di un mondo che ha perso coerenza simbolica, laddove il simbolo è da sempre l’operatore attraverso cui l’uomo diventa uomo, altrimenti non è. Ciò di cui si tratta oggi, è l’uomo tragico di Kohut, un uomo immerso in un sistema valoriale desimbolizzato.

Domanda. Quale logica sostiene la cura e il trattamento analitico dopo Freud e Jung, nell’approccio alla nevrosi e psicosi?

Stefano Carta. Oggi più che mai è vietato concettualizzare se non all’interno di paradigmi sistemici. La psicologia analitica in origine era definita complessa, è un peccato che tale denominazione sia andata persa. Jung era un teorico sistemico della complessità.
La logica trasversale che ci permette di affrontare la clinica è l’importanza di ricollegare le parti: l’uomo con la natura, il significato con il significante, l’anima col corpo. Oggi si è alle prese con una società in cui domina un’iperspecializzazione di parti, in cui tali forme di specializzazione, prive di coesività e integrazione sono alla base della proliferazione dei problemi identitari.

Domanda. Cosa ne è del rapporto tra associazione libera e immaginazione attiva? Jung nella Terza Conferenza sostenne: <<Io non applico il metodo delle associazioni libere, perché non mi interessa conoscere i complessi>> (1935, p.98).

Stefano Carta. Jung, in realtà, si è sempre occupato di complessi, poiché il complesso è la struttura integrata costitutiva dello psichismo. La frase deve essere interpretata nel senso che Jung aveva smesso di occuparsi esclusivamente dei complessi personali derivati dalle vicissitudini infantili, per occuparsi di altro. Come ricercatore smise di occuparsi delle radici infantili della nevrosi per non restare intrappolato nella visione dell’adulto come ex-bambino. Infatti questa visione deve essere capovolta: il bambino è un adulto in fieri, per cui a tutto l’aspetto complessuale infantile si deve riconoscere una meta prescritta, quella di crescere. Stern, per esempio, oggi sta riprendendo Jung (senza citarlo né probabilmente conoscerlo), attraverso la concettualizzazione di quella che lui, esattamente come il suo conterraneo più vecchio, chiama disposizione d’attesa delle configurazioni psichiche (i complessi di Jung).
Ovviamente non è affatto vero che gli “Junghiani” non usino le associazioni libere. Nel nostro metodo le usiamo come gravitanti attorno ad un centro ipotetico, rappresentato dalla carica motivazionale-affettiva. L’immaginazione attiva, invece si riferisce a uno stadio relativo ad un essere umano con un Io sufficientemente solido, che funge da premessa alla sua possibilità di aprirsi a contenuti nuovi, ovvero non riducibili all’infanzia. Erikson, per esempio, come Jung, parlava di epigenesi, sottolineando come l’infanzia abbia degli scopi. Ricordiamo che Jung si è interessato di nevrosi successivamente al suo lavoro sulla psicosi, la quale gli ha consentito di gettare le basi sulla visione prospettica del funzionamento psichico (identica a quella di ogni sistema complesso) da cui, cioè, emerge l’importanza di scopi.

Domanda. In che modo ciò si ricollega a quanto Jung aveva designato con funzione prospettica del sogno, indicando la capacità in quanto formazione dell’inconscio, di anticipare un evento al quale ci si predispone e che accadrà in futuro?

Stefano Carta. Il sogno, è una fotografia del Sé che si autorappresenta sincronicamente (vale a dire non diacronicamente secondo schemi di relazione causali): l’io ne è una parte. La funzione prospettica è stata spesso fraintesa con un supposto misticismo di Jung, ma a mio avviso questa lettura è del tutto erronea: Jung, infatti, nella sua teoria ha delineato come i circuiti temporali all’interno della
dimensione onirica indichino la direzione verso cui tende l’organizzazione “mitopoietica” del sistema psichico, esattamente secondo principi che oggi chiameremmo di “emergenza” organizzazionale e di autopoiesi. Il sogno rappresenta quindi una sorta di configurazione, di rappresentazione globale, dei dinamismi interni al sistema in un dato momento del tempo. L’effetto fenomenologico sulla coscienza prodotto dell’anticipazione di effetti psichici è di sicuro un effetto “religioso”, simile alla sensazione perturbante freudiana. Tuttavia, la possibilità che un sogno prefiguri stati psichici futuri non è che un’espressione potenziale dell’organizzarsi del Sé attorno ad equilibri sostanzialmente atemporali (nel senso che non c’è tempo nell’inconscio). Si tratta di un’epistemologia dei sistemi complessi in cui ci si interroga sulle cause, ma soprattutto sugli scopi del comportamento: si pensi alle ricerche di Bateson, grande conoscitore di Jung.

Domanda. Nel 1935 Jung introdusse il carattere degli archetipi come mitologico e la loro funzione, rispetto al generale significato umano a cui rinviano nella contingenza della loro manifestazione. James Hillman scomparso di recente, ha sviluppato nel corso della sua attività e ricerca, il potenziale curativo della narrazione: cosa sente di poter aggiungere in merito, facendo riferimento alla sua esperienza di analista?

Stefano Carta. Questi sono temi che necessitano di essere trattati con molta cautela epistemologica: se esistono gli archetipi, se è legittimo ipotizzarli come Jung ha fatto, in ogni caso non vanno interpretati ma amplificati. Va dunque osservata una certa cautela che preservi dalla pericolosità di generare degli stereotipi: Hillman ha declinato la valenza mitopoietica della narrazione come profondamente legata allo svilupparsi intorno ad immagini, ad immagini, potrei dire, che aiutano a narrarsi. Nella teoria archetipica queste forme, queste immagini personalizzate nel racconto sarebbero arcaiche e tipiche (non individuali).
Tuttavia, per la teoria archetipica la questione è ancora aperta: esistono aperture di sensi specifici che interessano l’intera specie umana nella sua interezza e globalità? Questo non è ancora provato. Certamente, alcune immagini sembrano archetipiche: Jung ha creduto di rintracciarle come intrinseche alla specie umana, ma non credo si possa dire di avere una vera prova della loro generalizzabilità transculturale e trans-storica. Andrebbe condotto uno studio scientifico sistematico applicando parallelamente questi due metodi: una ricerca bottom up sul come si forma l’immagine, (su cui le scienze cognitive concentrano oggi il loro interesse), e una ricerca sistematica top down sulla similarità dei significati.

Domanda. Gli archetipi per Jung evocano l’eidos platonico, le rappresentazioni collettive di Lévy-Bruhl, quella mentalità prelogica di cui sono espressione il mito e la fiaba. Nello psicodramma analitico ogni cosa viene rappresentata sulla scena, al fine di restituire il mito al soggetto, attraverso una costante oscillazione e discontinuità di livelli tra esperienza onirica e di gruppo.
In che modo lo psicodramma analitico ha incontrato nella sua applicazione, l’identità junghiana malgrado Jung stesso, considerasse l’attivazione del campo gruppale come d’ostacolo alla messa in moto per il soggetto, del proprio processo di individuazione?

Stefano Carta. Di certo questo è stato un limite di Jung, che deriva dallo spirito del tempo, dalle sue origini svizzere e da una visione coloniale che lo porta a riferirsi secondo una modalità un po’ self serving, alle ricerche di Lévy-Bruhl, malgrado egli stesso andasse intessendo una complessa connessione tra individuo e simbolo, ovvero tra individuo e cultura. Per Jung al centro del processo di individuazione c’è l’individuo, sebbene iscritto allo stesso tempo in un rapporto, sempre per Jung paradossale, Anima e Persona. Ho la sensazione che nella relazione oppositiva, tra agentività e relazionalità, Jung non sia stato equanime fino in fondo e abbia così teso a considerare meno “evolute”, società più fondate sulla gruppalità (Gemeinschaft), che sull’individuo (Gesellschaft). Nonostante ciò, l’aver considerato l’Io come un complesso ha fatto di questa struttura una pluralità di voci, alcune interiorizzate che attestano l’esistenza del gruppo all’interno dell’individuo.
Esistono esperienze di analisi di gruppo in ambito junghiano che delineano l’emersione di pattern mitici. Anche Bion, a suo modo, ne ha individuati alcuni, e li ha denotati come assunti di base: si pensi al gruppo attacco-fuga e al rapporto con le strutture mimetiche-vittimarie di René Girard.
Come si rivela importante la lettura di Bion, lo è anche quella di Foulkes, assai vicino a Jung nella convergenza tematica rispetto, ad esempio, alla teoria della matrice. Molto probabilmente la diffidenza di Jung rispetto al gruppo si è legata anche alla lettura del plurale, del collettivo, come a ciò che rinvierebbe alla mancanza di un’unità individuale, spesso associata alla psicosi. Inoltre, Jung era un introverso e molti degli aspetti culturali e personali hanno sicuramente inciso sull’impossibilità a concepire il gruppo come luogo di sviluppo psichico e non solo di possibile alienazione: Jung non si è occupato di piccolo gruppo. A Lévy-Bruhl dobbiamo la definizione plurale (duale) delle forme di coscienza come diverse forme di apprensione del reale, le due forme del pensare proprie dei processi primario e secondario. Si pensi, in questo senso, alla portata di moltissime scoperte scientifiche che emergono non dal conscio ma dall’inconscio. Un pregiudizio coloniale eurocentrico di Jung, per il quale l’europeo sarebbe tendenzialmente “più conscio”, per esempio dell’africano, si è forse stemperata solo dopo la II guerra mondiale, quando la pretesa maggiore consapevolezza psichica europea ha dato definitiva prova del suo carattere illusorio.

Domanda. Per concludere, dal 2008 ha scelto di occuparsi e sviluppare il rapporto tra etnopsichiatria ed etnopsicologia analitica in funzione dell’incidenza culturale dei fenomeni di immigrazione nel nostro paese.
Qual è la storia del progetto ETNA- Etnopsicologia Analitica-, quali le motivazioni che lo hanno sostenuto, gli obiettivi che persegue e il suo rapporto con la politica?

Stefano Carta. E’ costante il riferimento ai sistemi complessi: astrarre l’uomo dalla politica è impossibile. Etna è stata sostenuta nella sua realtà non solo alle storie personali dei propri fondatori, ma anche dall’apertura che Jung ha operato rispetto al mondo simbolico e culturale. L’inconscio è già potenzialmente culturale. Etna sostiene l’importanza di aprirsi all’altro non per integrare le differenze, ma per promuovere una cultura della reciprocità: è un’esperienza di enorme apprendimento e autoformazione, guidata da un metodo di ricerca-azione, e da paradigmi aspecifici
non omogenei. L’obiettivo è operare con pazienti di culture diverse, ognuno secondo il proprio riferimento teorico-clinico: tra di noi ci sono anche gestaltisti e sistemici. Ciò ha motivato l’apertura di uno sportello di counselling gratuito. Etna è un’associazione che riconosce al fenomeno della globalizzazione un significato ed un esito potenzialmente diversi da quelli dell’omologazione. Io che sono italiano posso capire l’altro, tenendolo “altro” e non necessariamente chiedendogli di “integrarsi in me”, e la posizione junghiana nel riconoscere l’esistenza di strutture simboliche che accomunano gli individui, permette di sostenere tale visione.

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STEFANO CARTA: psicoanalista, professore associato in Psicologia dinamica presso l’Università di Cagliari, membro dell’International Association for Analytical Psychology (IAAP), e dell’AIPA di cui è stato presidente dal 2002 al 2006. Formatosi in psicoterapia familiare e gestaltica, si è diplomato in Psicologia analitica presso il C.G. Jung-Institut di Zurigo. E’ stato consulente dell’Unesco, e dal 1998 al 2004, rappresentante per l’Italia presso l’International Union of Psychological Sciences (IUPsyS). E’ stato vicepresidente della Commissione consultiva per le psicoterapie presso il Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, ed è attualmente membro del Comitato Italiano per la Valutazione della Ricerca Scientifica Universitaria (CIVR): dal 2007 è consulente del Centre for Trauma, Asylum and Refugees della University of Essex.

Stefano Carta è autore di molte pubblicazioni e ricerche, tra cui La vita familiare. Strutture, processi, conflitti (Giuffré: Milano, 1996), e con L. Pavone di Cosa muove il mondo? – Sulla Motivazione, edito nel 2008 da Magi.

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Bibliografia

Carta, S. (2010). Etnopsicologia analitica, psiche, politica. Rivista di Psicologia Analitica.

Carta, S. (2002). Introduzione alla voce “Psychology” per l’Encyclopaedia of Life Support Systems (EOLSS) dell’UNESCO. In Knowledge for Sustainable Development. London: EOLSS.

Carta, S. (2006). L’archetipo: note introduttive. In Processi archetipici e livelli di coscienza. Studi Junghiani. Milano: Franco Angeli.

Carta, S. (2008). Un’archeologia del futuro. In S. Carta, L. Pavone (a cura di), Cosa muove il mondo? Roma: Magi.

Jung, C. G. Introduzione alla psicologia analitica (1935). Boringhieri: Torino, 1981.

Jung, C. G. Gli archetipi e l’inconscio collettivo (1934-1955). In Opere vol IX. Boringhieri: Torino, 1980.

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