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Psicoanalisi di gruppo in setting istituzionali. Esperienze cliniche: nevrosi, psicosi e disagio dell’adolescenza

di Argentiere Alessandra, Cinquemani Giuseppa, Errico Vanessa, Fiore Germano, (2015), Armando, Roma, pp. 160.

Incontri, gruppi di psicoanalisti, piccoli gruppi a funzione analitica, istituzioni: queste le parole centrali del testo in cui gli autori presentano quattro esperienze di conduzione di gruppi terapeutici all’interno di 3 differenti istituzioni evidenziando gli aspetti teorici in un’ottica bioniana e soprattutto interrogandosi sul lavorare con i gruppi in ambiti istituzionali.

“Incontro”, dal latino tardo “incontra”, definisce la direzione di un movimento specifico verso persone, eliminando la sfumatura ostile insita in contro.

Questo libro nasce proprio attraverso incontri che si susseguono permettendo la nascita di gruppi che si evolvono e si trasformano. Istituzioni che si incontrano, si scontrano, si confrontano e si trasformano attraverso un gruppo di psicoanalisti cherappresentano e portano con sé i vertici delle due istituzioni a cui appartengono: da una parte i servizi pubblici in cui, attivando la loro funzione terapeutica, introduconola pensabilità rispetto allo strumento del gruppo a funzione analitica e dall’altra l’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo, istituzione di appartenenza per formazione e condivisione teorica.

Sembra un gioco di parole ma immergersi nel testo è come immergersi in una trama di fili che si intrecciano per andare a creare forme e aperture di senso.

Sulla scia del pensiero bioniano e corraiano si aprono riflessioni sul modello del gruppo a funzione analitica, in particolare all’interno di contesti istituzionali, attraverso gli strumenti privilegiati della teoria psicanalitica di gruppo: “Apprendere dall’esperienza” (Bion, 1961) e “Sulla supervisione” (Corrao, 1984).

La stessa lettura del testo assume la forma di (vivere) “un’esperienza” per il lettore,ed è questo che vorrei riportare accingendomi a scrivere questa recensione, come la stessa A. Argentiere scrive nel suo contributo: “L’accingersi a narrare un’esperienza comporta la necessità di una scelta di vertici e registri di lettura dell’esperienza stessa, che se da una parte la riducono, dall’altra permettono al narratore di scegliere il percorso da seguire”.

Da un altro vertice G. Cinquemani pone la funzione della testimonianza: “Il gruppo si dà in tutte le sue forme espressive e comunicative, chiede di essere visto, sentito, percepito, pretende che io ne sia il testimone […] Il problema della testimonianza non termina con il gruppo, ma prosegue, o si trasforma, nel momento della stesura di questo lavoro: sembra che nessun passaggio, nessun momento voglia arretrare dalla possibilità di essere ricordato. […] Per essere bisogna scegliere, occorre narrare, sottolineare passaggi, evidenziare accadimenti, creare nessi.”

In un costante apprendere dall’esperienza emergono i movimenti emotivi che intrecciandosi formano “i fili del tessuto” emotivo tanto dei gruppi terapeutici quantodei conduttori stessi che evidenziano i movimenti, le criticità, la circolazione emotiva nonché le trasformazioni gruppali parallelamente alle difficoltà, ai quesiti e agli stati emotivi del conduttore, nonché i vissuti di impotenza, di inutilità e di noia che entrano nel campo gruppale.

Emerge l’esperienza emotiva in e con il gruppo, scrive A. Argentiere riprendendo Corrao (1985) “l’esperienza è condivisa e vi partecipano tutti allo stesso modo compreso il conduttore. […] Il conduttore dovrebbe essere in grado di sentire la polifonia del gruppo, di sentire il suono unico dell’intera orchestra, ma al tempo stesso anche il flauto e il violoncello” (Romano, 1997).

Scrive V. Errico “Incontro-scontro con parti” del terapeuta “spesso lontane dalla pazienza e dalla tolleranza”, dalla possibilità di capacità negativa (Bion, 1970).

In tutti lavori emerge l’importanza della funzione della supervisione che permette al conduttore di attivare aperture di senso, un campo “di trasformazione delle trasformazioni” come G. Cinquemani scrive “[…] la bussola della supervisione, elemento invariante che permette di mantenere la continuità della pensabilità, di seguire le trasformazioni e di contenere gli accadimenti all’interno delle possibilità di cambiamento catastrofico (Bion, 1981)”.

Si apre così la possibilità di riflessione sulla funzione del gruppo analitico all’interno di contesti istituzionali, riflessione sempre aperta soprattutto in un momento storico sociale in cui la cura all’interno dei contesti sanitari pubblici sembra, sempre più,trovare poco spazio.

Come scrive Luc Michel (2008) “Un gruppo terapeutico all’interno di un istituzione nasce in uno spazio istituzionale, si inscrive in un contesto. Il contesto è l’insieme del testo che circonda una parola, una frase, un passaggio e che ne definisce il significato, il valore. E anche l’insieme delle circostanze in cui si inserisce un fatto”.“Un gruppo può nasconderne un altro” (ibidem), di fatto qualunque sia il tipo di gruppo in cui interveniamo entro un’istituzione questo è in contatto con un insieme di gruppi che contiene e ai quali appartiene, come scrive nel testo G. Fiore è fondamentale “non trascurare le forze generate dal campo istituzionale e dagli attori dello stesso”.

Si apre qui anche la questione della “cultura di gruppo” all’interno delle istituzioni e di quanto le forze generate dal campo gruppale incontrino le resistenze dell’istituzione stessa.

In una relazione reciproca gruppo–istitituzione, contenuto–contenitore, è possibile vedere il riflettersi delle reciproche trasformazioni non scindibili “i cambiamenti dell’istituzione “ospitante” sincronici al gruppo […] e rileggere le dinamiche di quest’ultimo attraverso la lente delle trasformazioni istituzionali” (G. Fiore) verso la formazione di un contenitore culturale operante rispetto alla gruppalità (V. Errico).

La funzione del contenitore è una funzione continuamente evolventesi, che articola ininterrottamente gli elementi mentali e il contesto in cui essi si realizzano, in una reciproca trasformazione (Correale, 1998).

Un testo che permette al lettore, attivando la visione binoculare, di vedere e di immergersi sia nei fili che nel tessuto della narrazione verso nuove forme e aperture di senso, un libro-contenitore che permette di attivare una riflessione teorico-clinicasulla psicoanalisi di gruppo verso la possibilità di pensabilità e di trasformazione.

 

Riferimentibibliografici
Bion W.R. (1961), Esperienze nei gruppi, Armando, Roma, 1971.

Bion W.R. (1970), Attenzione e interpretazione, Armando, Roma, 1973.

Bion W.R. (1966), Il cambiamento catastrofico, Loescher, Torino, 1981.

Corrao F. (1984), Sulla supervisione, in Orme, vol. I, Raffaello Cortina, Milano, 1998.

Corrao F. (1985), Funzione analitica del piccolo gruppo, in Orme, vol. I, Raffaello Cortina, Milano, 1998.

Correale A. (1988), Elemnti di continuità e discontinuità nel piccolo gruppo, Gruppo e Funzione analitica, IX, n. 3.

Michel L. (2008), Un gruppo può nasconderne un altro, in Nicolle O., Kaes R. (a cura di) L’istituzione in eredità, Borla, Roma.

Romano R. (1997), Artù nell’Etna e il gruppo assente, Koinos – Gruppo e Funzione analitica, XVIII, n. 1-2.

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