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Ricerca nel setting

Di R.D.Hinshelwood
FrancoAngeli 2014

Spesso è difficile tradurre da una lingua ad un’altra senza perdere il significato originale (o tradurre il contenuto di un libro in una recensione) ma come sappiamo ogni Trasformazione ci permette di cogliere un aspetto in più dell’altro e della realtà condivisa grazie ai processi di elaborazione delle persone in relazione. Così il titolo dell’edizione italiana “Ricerca nel Setting”, nonostante ostacoli le sfumature di significato che i termini Research on the Couch colgono, ci introduce immediatamente nel vivo del libro. I termini “nel Setting” si associano strettamente ed in modo complementare a quelli di “on the Couch”: ricerca sul lettino dell’analista, sulle emozioni e contenuti (in)consci della persona analizzata; ricerca riguardante la Vita Psichica che si genera nella coppia; ricerca, nella propria mente, dell’altro, che è sinonimo di ricerca nella stanza dove avvengono gli eventi, o  setting. E il cuore del lavoro di Hinshelwood, da un punto di vista, può esser questo, cioè riportare l’attenzione alla relazione, alla nostra capacità di pensarla e forse anche di ripartire dalla frustrazione per accrescere la conoscenza e dare forma al corpo-psicoanalisi.
Non penso sia un caso che un simile lavoro venga pubblicato in questo periodo, in cui la psicoanalisi è soggetta a forti pressioni sociali e professionali in merito alle sue competenze. “Cosa sono gli studi psicoanalitici?”, “la psicoanalisi è una scienza?”: queste le domande che aprono il lavoro e lo studio dell’autore, domande che celano una richiesta di identità e di presenza ad un gruppo che pare scisso non per soluzioni creative ma per restare ben separato dalle altre sottoparti, creando confusione nel gruppo e nei gruppi che con questo si relazionano.
A domande sulla esistenza si risponde riconoscendo e facendosi riconoscere, così la ricerca è nel setting e non fuori, non si traduce in un introiettare fantasie su come la psicoanalisi deve esser conosciuta e deve conoscere, ma mostrare cosa ha prodotto il proprio modo di conoscere “sul caso singolo” proprio come una scienza naturale, ad esempio la fisica, farebbe. Il laboratorio dello scienziato, dice Hinshelwood, è esattamente paragonabile al setting dell’analista: le variabili indipendenti (gli elementi nel setting) sono sotto il controllo dello sperimentatore (dell’analista), quindi non resta che organizzare, progettare, un esperimento per vedere come una variabile (nuovo elemento nel setting) dipende dalle altre controllate. Il controllo di tutte le variabili indipendenti è sicuramente una illusione, ma proprio quando emerge quest’illusione la teoria o il modello compie un passo evolutivo, permettendoci di esplorare e conoscere, se riusciamo, l’ignoto. Hinshelwood, così, in questa opera propone di ritrovare Freud, inteso non come modello a cui fare riferimento, ma come riferimento per estrapolare un modello d’esperimento che aiuti nelle controversie di crescita della teoria, un fatto scelto che possa dare senso agli elementi slegati. E questo è un compito cruciale per l’autore, nei termini in cui il gruppo-psicoanalisi deve ritrovare un modello sperimentale che permetta una valutazione delle nuove proposte teoriche, proprio come faceva Freud, ma ridimensionando l’influenza di un ipse dixit (riferito a qualsiasi nome noto nell’ambito) come unica fonte di validità.
Già nel titolo, quindi, Hinshelwood ci dice come ha pensato il lavoro: l’assenza del termine “fare”, ci lascia sognare non solo un fare ricerca, ma proprio un ricercare; e l’assenza dell’articolo “la”, non solo non connota la proposta fatta come l’unico modo di fare ricerca, ma lascia spazio al pensiero che il termine “ricerca” è anche un suggerimento su dove l’analista può porre l’attenzione quando deve rispondere alle domande suddette. Ricerca, appunto, lascia quasi intendere un suggerimento quale “ritrova, riscopri nel setting (sul lettino) per rispondere”: quel che è fondamentale è ritrovare una guida, una bussola che orienti le diverse scuole di pensiero analitiche a comunicare, a confrontarsi, a tollerare la critica costruttiva e ad evitare la critica distruttiva.
L’obiettivo che si propone Hinshelwood è di certo importante e va costruito insieme: l’autore stesso, a fine del libro, ammette e spera che la sua proposta venga colta, sperimentata, criticata e migliorata. Con questo libro propone una frequenza con cui il gruppo-psicoanalisi può accordarsi, sperando che venga riconosciuto come un “la” a differenza di altri lavori, come Elementi della Psicoanalisi di Bion, che paiono non aver risuonato, non aver trovato la giusta frequenza all’interno del gruppo. Il lettore si troverà di fronte ad una trattazione accurata e “storicizzata”, che lo accompagnerà nel percorso, ma dovrà passo passo soffermarsi e pesare le affermazioni dell’autore. Il convegno svoltosi a Roma è stata una esperienza in cui la complessità e la sensibilità del modello e del suo uso sono emerse, come sono emerse le difficoltà nell’applicarlo in un contesto che ha portato diversi contenuti, forse, non pensati. Ed è probabile che proprio in questo si possa notare quella conoscenza in più che la “tradizione psicoanalitica italiana” ha portato al libro realizzato da Hinshelwood, e al suo modello, traducendo con “nel Setting” i termini “on the Couch”: l’introduzione di aspetti appartenenti ad una psicoanalisi meno pragmatica, ma con una maggiore influenza data ai sogni dell’analista, in cui lo spazio-tempo è vissuto diversamente dalla “tradizione psicoanalitica inglese” da cui proviene l’autore; una psicoanalisi, tra l’altro, fortemente orientata alla dimensione gruppale, dimensione in cui il modello di Hinshelwood si trova ancora a dover rifinire particolari per la sua realizzazione.
E così, con una semplice traduzione, già avviene quel lavoro di revisione e costruzione che aiuta a far crescere il modello, se messo in dialogo. La divulgazione e il confronto permetteranno all’autore e al suo modello di viaggiare e conoscere, permetteranno di crescere, ma solo se professionisti e interessati raccoglieranno la richiesta di un nuovo confronto nel professionale in primis, e nel sociale poi.
Il Lettore spero mi scuserà se, nonostante tutto, sono rimasto piuttosto vago sul modello proposto e su alcune considerazioni e affermazioni date per scontato o senza averne illustrato il percorso con cui Hinshelwood vi giunge, ma con questa recensione ho cercato di lasciare al libro l’esposizione dei contenuti, data la chiarezza espositiva dell’autore e il fine lavoro realizzato; le mie parole non coglierebbero tutto il percorso che un libro intero racchiude. Il mio contributo risiede, quindi, nel proporvi la mia nuova stima (re-cènseo) del lavoro dell’autore a seguito della lettura del libro, della partecipazione in aula, in cui è stato discusso e co-costruito con i colleghi e la prof.ssa Marinelli, e della partecipazione al convegno tenutosi a Roma. Spero di lasciarvi ad una lettura il più attenta possibile, con il suggerimento su alcune sfumature di significati e valori che il libro porta con sé, al di là della verità ed esattezza del modello.

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