This entry was posted in recensioni. Bookmark the permalink.

San Roque, C., Dowd, A., Tacey, D. (a cura di), Placing psyche. Exploring Cultural Complexes in Australia. New Orleans: Spring Journal Books, 2011

Placing psyche è il primo volume della collana diretta da Thomas Singer, sull’attualità della teoria dei complessi culturali come chiave di lettura del livello gruppale entro cui la psiche è operante tra le più diverse realtà culturali e sociali del mondo. Il testo presenta dodici contributi orientati dalle nuove prospettive sorte nell’ambito dell’eredità della ricerca inaugurata dalla psicologia analitica di C.G. Jung, con il desiderio di interrogare in Australia, la realtà psichica che abita i gruppi e al contempo, vive nella psiche dell’individuo.
Psicoanalisti junghiani, antropologi, sociologi, scrittori e registi estraggono ed identificano ognuno a partire dalla peculiarità del proprio vertice ed esperienza, complessi culturali strettamente correlati alle problematiche del territorio, alla presenza indigena, e ai fenomeni di immigrazione e migrazione.
Ogni capitolo è il racconto di un incontro con la cultura e i luoghi dell’Australia, che desidera rivelare qualcosa delle molteplici e metaforiche distese interne alla sua tradizione, prendendo in considerazione l’incidenza di quei fattori psicologici inconsci che consentono di leggere la psiche come ciò che anche manifestandosi attraverso il comportamento di gruppo, può facilitare l’attività di pensiero circa il cambiamento e la possibilità di ripresa di un popolo.
Gli autori immaginano e sviluppano così un linguaggio nuovo, per descrivere l’individuazione e maturazione di una cultura che sta attraversando una profonda fase di cambiamento: Peter Bishop descrive il processo psicologico che nell’immaginario degli Australiani non indigeni, alimenta la fantasia del ripopolamento della regione del Nullarbor Plain; Craig San Roque presenta la modalità secondo cui è possibile rilevare gli effetti della presenza di sistemi di complessi culturali, da cui ognuno può venire catturato; Terrie Waddell riconosce al film, come mediatore contemporaneo del mito, la qualità di uno strumento attraverso cui è possibile avvicinare i complessi che finiscono col governare il cinema e il suo pubblico; Patricia Please discute il progetto di ricerca che le ha permesso di esplorare la dimensione emotivo/affettiva dell’esperienza di individui e gruppi, in rapporto all’urgente questione ambientale della salinità della terraferma che preoccupa l’Australia. Amanda Dowd illumina la questione della relazione tra indigeni e non indigeni, affermando la tesi che sostiene la coincidenza nella cultura identitaria australiana, della relazione del soggetto al luogo in cui vive, con quella che lo trova in rapporto all’altro; David Russell esamina il silenzio come prima modalità attraverso cui è fatto fronte alla perdita di identità, ed è veicolata la riflessività del linguaggio; Ute Eickelkamp racconta l’incidenza della sua esperienza di antropologa tedesca che ha lavorato con gli Aborigeni dell’Australia centrale, nel processo che l’ha portata a sviluppare un senso di appartenenza per il fatto di “stare” in Australia, solo a partire dall’aver dato posto e nutrimento alla cultura europea; Chris Milton conduce una disamina sulla collisione mentale tra biculturalismo del Sud Africa e biculturalismo della Nuova Zelanda, rintracciando nella propria esperienza, la funzione complessuale della morale ermeneutica; mentre la ripubblicazione del testo di Alexis Wright è fondativo dei valori che in Australia tutelano e garantiscono la libertà di espressione. Melinda Turner rilegge alla luce della teoria dei complessi culturali, l’episodio che nel 2008 vide il primo ministro Rudd domandare scusa alla popolazione Indigena per le atrocità commesse in passato. David Tacey si interessa invece a ciò che da sempre è perduto nella psiche australiana, per via della predominanza della dimensione razionale e cerebrale di una cultura che nega fortemente l’esistenza dell’inconscio. Ed infine Craig San Roque insieme a Kristine Wyld opera una disamina di come i complessi culturali emergano in una città multirazziale come Sidney, di cui metafora è la East West 101.
Se per Jung il complesso personale nell’individuo, era una rappresentazione a forte tonalità affettiva operante al di fuori della coscienza dell’io implicando memorie, credenze e comportamenti dal contenuto definito e separatamente identificabile, per complesso culturale ogni autore intende con il proprio testo concorrere a definire quel carattere di “estensione” del complesso personale, che lo rende applicabile alla vita dei gruppi.
Placing psyche ha la capacità di avvicinare il lettore alla dimensione complessuale che va abitando la psiche australiana, e in funzione della quale può essere letto il rapporto che l’attuale crisi di identità ed appartenenza, intrattiene con il disagio socio-economico che abita il nostro tempo. Per gli autori ne deriva che quanto affermato da Jung in merito agli Stati Uniti nel 1920, possa essere oggi ripreso e riferito all’Australia. In tali culture, <<l’apparente semplicità e franchezza>> delle persone, nasconde invero una <<complessa frammentazione, ed una mancanza di coerenza e connessione con la terra stessa, la terra ancestrale>> (Roque, Dowd, Tacey, Singer, cit. Bishop, 1989).

share

    Comments are closed.