N.42 - Trauma e Gruppo. Lavorare in gruppo con le omogeneità e le differenze

Accogliere il fantasma della morte e del dolore e avviarne la trasformazione emotiva in un laboratorio gruppale

Abstract

Un gruppo di psicologi psicoterapeuti impegnati in diversi servizi sanitari nella cura di persone con malattie somatiche gravi, letali o profondamente invalidanti, discutono di come questo lavoro richieda di confrontarsi con il dolore del limite, della perdita, della morte e con le risonanze emotive che questo evoca.
L’identificazione ai pazienti terminali o gravemente lesi nel corpo è un processo difficile: a volte spinge ad allontanarsi in modo difensivo, altre volte è talmente invasivo da ostacolare la presa di distanziamento necessaria per sviluppare una relazione terapeutica.
Altre fonti di difficoltà nel lavoro del terapeuta in questo ambito derivano dall’incertezza sulla prospettiva temporale e dalle possibili variazioni di setting che spesso è a domicilio del paziente.
Gli autori hanno costituito un gruppo di supervisione con un conduttore esterno, consapevoli che questo carico emotivo può bloccare la relazione terapeutica e lasciare nello psicologo un senso di pesantezza e impotenza. Nel corso degli anni gli incontri si sono trasformati da supervisone sui casi a “laboratorio emotivo”, dove il focus era posto sul terapeuta che raccontava i suoi vissuti e la sua sofferenza nella relazione con questi malati. Chi portava il “caso” sentiva condiviso il “suo” dolore oltre che quello del suo paziente. Mentre sperimentava la libertà di esprimere le proprie emozioni a cui si associavano quelle degli altri partecipanti in una narrazione nuova e a più voci,  il cumulo di impotenza, distruttività e morte diventava pensabile e molto meno pesante.
Il funzionamento del gruppo come contenitore mentale, reso possibile da un clima di fiducia negli altri e nel conduttore, dava nuovamente impulso al pensiero e faceva rinascere la speranza, limitata e realistica, di essere di aiuto all’Altro.

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