Dentro la violenza

Cosa puo’ fare la cultura? Riflessioni sull’esperienza del Corso di laurea in Filosofia di Bologna

Ringrazio il collega Iacobelli per questo mix di immagini e musiche estratte dal docu-film Di genere umano realizzato dal regista Germano Maccioni partendo dall’esperienza del “Seminario sulla violenza contro le donne” che è stato attivo presso presso il Corso di laurea in Filosofia di Bologna per tre anni consecutivi dal 2013 al 2016. Il giovane regista, che oggi è giunto sulle pagine dei giornali nazionali per essere stato l’unico italiano selezionato al Festival del cinema di Locarno con il film Gli Asteroidi, era venuto a conoscenza dell’apertura del Seminario da alcune amiche, e ha così deciso lui stesso di parteciparvi. Affascinato dall’atmosfera dell’aula magna piena di giovani (tra cui molti di sesso maschile), incuriosito dalle voci che si rincorrevano per i corridoi dove si continuava a parlare di quanto in aula veniva esposto e commentato, nonché dal confronto generazionale che si andava avviando, nel succedersi delle giornate del Seminario, tra gli studenti e i non pochi cittadini presenti (spesso di età superiore ai 50 anni) al momento del dibattito che seguiva alla relazione, piacevolmente sorpreso di trovarsi lui stesso coinvolto in una riflessione a cui non avrebbe mai pensato di dedicare tanto tempo (ogni anno il corso è stato di 15 incontri di due ore ciascuno), mi ha chiesto di poter fare riprese in diretta durante le lezioni per dare un suo contributo. Rimanendo fedele allo spirito del Seminario, il regista ha voluto continuare a riflettere sulla tematica servendosi di un altro linguaggio, quello cinematografico, e si è fatto accompagnare in questa impresa da un gruppo più ristretto di studenti (una quindicina, sui 150 ragazzi presenti in media in aula)  che hanno accettato di partecipare ad ulteriori incontri/dibattiti: con me, con alcuni operatori sociali, e con figure apparentemente meno interessate alla tematica della violenza sulle donne ( come le Suore domenicane della Beata Imelda) 

La  presenza in aula di persone di diversa generazione, cultura ed esperienza di lavoro e vita, per la prima volta insieme agli studenti sui banchi dell’università per confrontarsi su una questione, quella della violenza contro le donne, che non conosce distinzioni di età, etnie, epoche storiche, e neppure di istruzione, è stato forse il momento più formativo di tutte le pur intense giornate seminariali, che hanno visto la partecipazione generosa e appassionata di specialisti delle scienze umane, intellettuali, operatori sociali. Si trattava, come dicevo, di un seminario universitario formativo, dove io per prima, che di storia delle scienze umane mi occupo da più di quarant’anni, sapevo di aver molto da apprendere. Il mio personale contributo, infatti, oltre all’organizzazione degli interventi, è stato quello di attenermi, nella scelta dei relatori, a un approccio multidisciplinare, sia perché consono a una istituzione come l’università che deve offrire  competenze diversificate e rigore scientifico (senza vincolarsi a una esclusiva/unica spiegazione), sia come esempio di uno studio adeguato alla complessità di ogni fenomeno umano. Questa scelta, di cui sono responsabile, è dovuta a due ragioni: da una parte la convinzione che la pluralità delle prospettive da cui guardare al fenomeno – in risposta alla multifattorialità delle cause – consenta di considerare di volta in volta, a seconda dei casi, un diverso ordine gerarchico delle possibili spiegazioni offerte, dall’altra la speranza di offrire così ai giovani studenti l’occasione di trovare tra le molte prospettive presentate qualcosa che li “agganciasse”, li avvicinasse alla problematica in questione: e che, buttato il seme, rimanesse dentro di loro a crescere e a richiedere nuove riflessioni e informazioni. Così abbiamo chiesto a cultori delle scienze umane (filosofi, sociologi, psicoanalisti, storici, giuristi, linguisti) ma anche ad operatori dei centri antiviolenza, intellettuali (giornalisti, scrittori) da tempo impegnati contro la violenza sulle donne, di offrire agli studenti la loro esperienza e i loro strumenti i loro strumenti di ricerca e  i diversi punti di vista possibili attraverso i quali  guardare a quel fenomeno per cercare di capirne le radici.  

Dentro la cornice della multidisciplinarità abbiamo anche inteso richiamare l’attenzione degli studenti sul ruolo importante ricoperto da quanti hanno in tutti questi anni lavorato nei Centri antiviolenza già aperti in tante città italiane; e questo non solo dal punto di vista dell’intervento concreto, ma anche a livello teorico e concettuale. L’opportunità di confrontarsi direttamente con illustri intellettuali e specialisti delle scienze umane è stato, oltre che un riconoscimento tanto esplicito quanto dovuto, anche la dimostrazione concreta di come il sapere sull’uomo abbia radici nella necessità di soccorrere e venire in aiuto all’altro, in una parola in un bisogno di solidarietà. Nel caso della violenza contro le donne, si trattava di cogliere in vivo proprio l’esperienza che gli operatori sociali potevano offrire sul comportamento umano; esperienza che ci mostrava prospettive del tutto inesplorate dalla scienza codificata, e che ci poteva suggerire dunque nuove ipotesi interpretative nonché modalità efficaci di intervento.

Siamo partite dalla convinzione  che l’Università non debba essere solo luogo di trasmissione di saperi ma anche momento di formazione dei cittadini, per giungere alla conclusione che la cultura del rispetto e dei diritti umani – patrimonio della nostra Costituzione – debba essere parte della formazione della persona, prima ancora che del laureato. Con queste finalità abbiamo presentato il Seminario agli studenti, esplicitando loro la “decisione” di includere nel loro percorso curriculare la formazione della persona come base su cui potrà erigersi saldamente anche quella formazione più squisitamente scientifica e professionale che l’Università in particolare (ma non solo) è chiamata a dare. Questa sottolineatura non è così scontata: oggi gli studenti universitari, e tanto più quelli di filosofia, sono tendenzialmente dediti a una concezione del sapere astratto e non legato alla vita e alle sue problematiche. Abbiamo inoltre voluto sfidare anche l’impopolarità: istituendo il Seminario come corso obbligatorio nel piano degli studi degli studenti di filosofia, seppure aperto agli altri corsi di laurea, nonché alla cittadinanza. Alla fine del Seminario, abbiamo dato per così dire  una “idoneità in civiltà” (il Seminario infatti non aveva una prova finale con un voto ma solo una idoneità). Proprio in questa scelta dell’obbligatorietà la coordinatrice del Corso di laurea, Annarita Angelini, ed io abbiamo creduto fortemente. Si trattava infatti di far giungere ai giovani un messaggio molto preciso: la questione della violenza sulle donne andava affrontata da tutti, perché riguardava, sia pure in forme diverse, la vita di tutti noi, e non poteva certamente essere considerata una materia specialistica, né opzionale. In secondo luogo abbiamo per così dire “utilizzato” l’alta reputazione scientifica dell’Università per dare alla questione della violenza contro le donne un rilievo che evitasse sia la facile spettacolarizzazione, spesso sfruttata dai media, sia il rischio della irrilevanza del fenomeno a livello scientifico. L’università poteva aiutarci a evidenziare agli occhi di tutti, studenti e cittadini, la dignità, l’importanza e il rispetto che la questione della violenza contro le donne chiede, e con questa convinzione abbiamo proceduto a rendere il più possibile visibile il Seminario.

La cornice entro cui si sono calati gli interventi degli esperti e degli studiosi è stata sempre una cornice storico-politica, a mio parere indispensabile all’inquadramento del fenomeno. Il filo rosso che ha attraversato e collegato tra loro le lezioni di tre anni di seminario è stata dunque la consapevolezza di una lunga storia di discriminazione e soprusi nei confronti del genere femminile, di una disparità di rapporti di potere tra uomo e donna, che si è data sia a livello politico sia a livello sociale e famigliare. 

Ora che parlo qui davanti a voi di questo Seminario, sono un  po’ emozionata, soprattutto dopo quel breve trailer in cui la musica e le immagini mi fanno tornare con la mente e il cuore indietro a quei tre intensissimi anni (non sono pochi) in cui abbiamo lavorato insieme – la collega Angelini, la tutor del Seminario Alice Graziadei ed io – sfidando non poche difficoltà (economiche, organizzative, istituzionali ecc.), facendo fronte di volta in volta a imprevisti e spiacevoli ostacoli. Un aiuto morale ci è giunto dalla stima espressa dalle alte cariche dello Stato e dall’attenzione dei media, che non hanno mancato di rilevare non solo la novità dell’iniziativa ma soprattutto la sua impostazione rigorosamente scientifica, e hanno apprezzato la scelta della obbligatorietà – scelta ripagata peraltro dalla soddisfazione di aver verificato il coinvolgimento progressivo degli studenti, in un primo tempo irritati, più ancora che restii a questo Seminario, che ai loro occhi pareva quasi irrilevante rispetto ai grandi problemi filosofici che si aspettavano di dover affrontare. Messi di fronte alla realtà complessa, oscura e a volte violenta dei nostri sentimenti e delle vite di tutti noi, sono invece diventati sempre più partecipi, scoprendo dentro di sé realtà forse prima insospettabili o attribuite solo agli altri. 

 Non era e non è stato facile organizzare e realizzare una esperienza così importante a cui peraltro si sono poi collegate altre esperienze per così dire satellitari: un cineforum, un seminario di scrittura d’esperienza, e infine anche uno spettacolo musicale, organizzato dalla tutor Alice Graziadei insieme ad altre poche giovani volenterose, che ha visto la partecipazione di 1000 spettatori al teatro Duse di Bologna. Il ricavato della serata, abbastanza consistente, è stato poi devoluto alla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. Tutto questo non è stato facile, ma è stato appassionante. È successo, e dunque era possibile; si è potuto fare e dunque si può fare. 

Ora non sono qui per sottolineare né l’eccezionalità del nostro Seminario né la soddisfazione personale di aver portato a termine tale progetto, bensì per esprimere la mia speranza e il mio desiderio che questa di Bologna diventi un’esperienza pilota, e che dunque ci seguano, nelle forme che vorranno o potranno, altre università, e non solo. 

Quando ho pensato alla pubblicazione di  un libro che in parte riproponesse i testi di quanti hanno partecipato al Seminario e ne riflettesse l’anima, consistente nella pluralità dei punti di vista, non ho pensato solamente alla responsabilità di dover lasciare traccia di una esperienza importante (sono storica di professione) a testimonianza che l’Università italiana non è stata muta e ferma di fronte alla questione della violenza contro le donne e che all’appello alla cultura del rispetto, lanciato dal nostro Seminario, tutti i relatori hanno risposto con generosità e passione. Ho “sognato” anche che il libro circolasse tra le mani di molti – di lì il titolo forte e chiaro, Lasciatele vivere. Voci sulla violenza contro le donne (Pendragon, Bologna 2017) – che diventasse uno stimolo per pensare ma anche punto di partenza per altre esperienze (analoghe o diverse) e soprattutto potesse farsi “lievito” per ulteriori riflessioni e azioni. 

Ma un libro cosa può fare? mi hanno chiesto i molti giornalisti che mi hanno intervistato. Un libro può fare molto perché resta, si fa strada, produce pensiero in chi lo legge e usa; nel nostro caso soprattutto risponde alla violenza non con mezzi riparativi bensì preventivi, che guardano al domani con speranza. Mentre andava in stampa, auspicavo che potesse giungere soprattutto nelle scuole medie superiori, e grazie anche al docu-film (Di genere umano) che al libro è allegato, riuscisse a parlare ai giovanissimi. Non a caso nella mia riflessione finale chiudo il libro con una frase che è una promessa e insieme una speranza: “Questa certamente non è una conclusione”.  

Mi piace pensare a questo libro come a un mezzo attraverso cui il messaggio che abbiamo voluto mandare (gli altri autori ed io) si possa propagare, passare di persona in persona, arrivare nelle scuole per educare: non per indottrinare, ma per generare una crescita morale e civile.  E qui ritorno sul fatto che la violenza contro le donne non conosce differenze di ceto sociale, di etnie, di età, di religioni, ma – insisto – neppure di istruzione (abbiamo visto tra gli autori di femminicidi avvocati, medici, professori). Non è dunque concentrandosi solo sull’istruzione che la scuola può aiutare i giovani a divenire uomini e donne responsabili delle loro rispettive vite e rispettosi di sé e dell’altro; è alla educazione alla civiltà che la scuola dovrebbe puntare mettendo in atto una vera e propria campagna impegnata a combattere gli stereotipi di genere, tanto diffusi quanto nocivi, e  a proporre una educazione sentimentale, una grammatica amorosa che rimetta in scena il valore dei sentimenti, del legame tra pari, la forza della tenerezza, e faccia leva sul rispetto di sé, della propria umanità. Mi chiedo, infatti, se chi compie un atto di violenza contro una donna, che dice di amare o di avere amato, rispetta la propria stessa umanità lasciandosi sopraffare da un sentimento del possesso, che fa dell’altro una cosa e di se stesso un proprietario tirannico e crudele. La storia, a volerla leggere, ci mostra che la violenza contro il genere femminile è da sempre presente nella società, ma che non è di certo un fatto naturale:  ha piuttosto a che fare con una discriminazione storico sociale che affonda le radici nelle origini della civiltà stessa e che, in Italia per esempio, ha trovato legittimazione nei nostri codici civile e penale vigenti fino agli anni settanta del secolo scorso, come ha ben illustrato prima di me l’onorevole Finocchiaro.

Tornando al libro, voglio citare due realtà che hanno già adottato questo testo per cominciare a lavorare e riflettere insieme studenti e insegnanti: si tratta di alcuni licei di Rimini e di alcuni istituti secondari di Corigliano, in provincia di Cosenza. In più, in diversi istituti superiori della provincia di Bologna è stato lanciato un concorso di idee sulla tematica della violenza di genere,  che prenderà spunto proprio dalle riflessioni sollecitate dal libro e dal docu-film. Chi ha sostenuto le spese (per l’acquisto dei libri) di queste iniziative che si rivolgono a una fascia d’età dai 14 ai 18 anni, dove è importantissima la presa di coscienza della barbarie della violenza contro le donne e necessaria un’azione preventiva, sono state associazioni private (l’AMMI- Associazione Mogli Medici d’Italia della Emilia Romagna e il Rotary club Bologna-est), e, nel caso della Calabria, un gruppo di madri.

Credo, e concludo, che qualcosa dovrebbe muoversi a partire dal Ministero della Pubblica Istruzione: qualcosa di grande, una sorta di mobilitazione che faccia dell’educazione alla civiltà il punto forte del diritto alla scolarità, insegnando una cosa tanto semplice da dire quanto difficile da praticare, e cioè che il rispetto dell’altro è il primo mattone su cui si costruisce ogni relazione umana.  

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