Recensioni

Diagnosi e Disturbi Mentali, Percorsi e livelli di conoscenza tra modelli e singolarità di Goriano Rugi

Recensione di Adelina Detcheva

Osservando lo stato dell’arte nel campo della salute mentale e l’attuale crisi del sapere psichiatrico, Rugi propone un ripensamento epistemologico del processo della diagnosi, che non può che essere messa in dubbio nelle sue fondamenta. Che vuol dire “diagnosi”? Che vuol dire “disturbo mentale”? Come si collega tale processo conoscitivo con un piano terapeutico o di prognosi? Insomma, quali sono i limiti della pratica diagnostica?
Per acquisire conoscenza, l’autore decostruisce prima di tutto il denso campo semantico che la macrocategoria della diagnosi attiva; si susseguono variabili e invarianti, in un gioco di antinomie continuo: il processo diagnostico si gioca tra nomotetico/idografico, ateorico/con identità del proprio sapere, legato alla presenza/assenza di sintomi politetici/patognomonici, descrittivo/esplicativo, attendibile/valido, classificante/particolare.
Categorizzare è un modo di funzionamento del pensiero, così come lo è costruire la conoscenza personale. Il tutto nello sforzo di arrivare a compiere il fondamentale processo conoscitivo, alle porte di ogni proseguimento clinico: valutare la persona intera; osservarla nel mondo, nel contesto, nella relazione, secondo un approccio bio-psico-sociale, multivariabile, plurale, complesso; collocarne i sintomi all’interno della storia specifica, darne un senso.
La controversia diagnostica si declina nella confusione tra la malattia, di cui i saperi intorno forniscono modelli interpretativi, e la persona, che porta con sé il mistero della soggettività. Rugi accoglie questo doppio versante della definizione della diagnosi; essa si conosce, ovvero costituisce un insieme significante che rimanda ad un oggetto scientifico, oppure si ri-conosce, si conforma ad un sapere già dato, con il rischio di confonderla con un oggetto reale, per così dire, “cosificato”, in modo più simile al funzionamento del pensiero psicotico che a quello scientifico. Insomma, essa o rimanda alla persona o ad una serie di astrazioni che compongono il complesso del disturbo. La malattia astratta estrae dal processo diagnostico un cadavere, un oggetto reificato, chiuso, immobile, rifiutando il fantasma, la soggettività, il contesto e la relazione. Psicoanalisi e psichiatria si sono collocate storicamente in questo dualismo, finendo per assumere anche posizioni estreme, che siano un forte organicismo biologico o un ostile atteggiamento antidiagnostico. I prodotti delle prassi psicoanalitiche declinano le diagnosi psicodinamiche, di cui PDM-2 (McWilliams e Lingiardi, 2017), l’OPD-2 (2009), la SWAP-II (Lingiardi, Westen e Shedler) e l’opera di Kernberg sono esposizioni raffinate. Rugi considera che, a differenza dei precedenti DSM (1952, 1968, 1980, 1987, 1994), il DSM-5 (2013) è molto più sensibile alle contingenze storiche, culturali, convenzionali.
Le diagnosi favoriscono o ostacolano il processo conoscitivo; coerentemente all’insegnamento di Foucault (1969), le parole non sono cose; vi è uno scarto, una differenza, un incontro: “la realtà non sta nelle cose, né nelle parole, bensì negli “oggetti”, quale esito dell’incontro tra le parole e le cose, “oggetti” in cui la materia del mondo diventa “sostanza che si incontra con una certa forma” (p. 137). E senza questo scarto, “la diagnosi diventa una maledizione” per il curante e per il paziente. Conformemente alla lezione bioniana, si può giàsapere o si può andare incontro all’ignoto, all’incontro clinico.
Rugi esplora tutti i vertici: storico, antropologico, spirituale, antipsichiatrico, funzionalista e strutturalista, filosofico, organico, genetico, medico. E tutti i vertici convergono sull’oggetto scientifico “diagnosi”, in una “molteplicità prospettica” ricca di senso (p. 155); egli ricompone creativamente i punti di vista, seguendo una logica combinata, ricostruendo un’epistemologia della complessità. Così, leggendo, si viaggia tra molteplici saperi relativi e contingenti, da cui emerge la notazione seguente: la diagnosi è un’ipotesi provvisoria. Essa fornisce non altro che una cornice in cui collocare i vari pezzi, i vari mattoncini.
Infine, segue un passo importante, una teoresi clinica, che organizza il sapere diagnostico bioniano, visto che “l’intensità del soffrire non sempre è proporzionata alla gravità del disturbo” (p.78, Bion, 1963 citato da Rugi). Difatti, tutti gli straordinari strumenti psicoanalitici (…) riescono a darci un quadro raffinato e complesso del paziente, la struttura di personalità, il suo funzionamento mentale, i vissuti soggettivi dei sintomi (…), ma nessuno di essi propone delle diagnosi relazionali, che includano la relazione paziente terapeuta” (p. 176). Rugi ripensa alcune idee euristiche di Bion, che a partire dalla Griglia, sperava di poter dare una sistematizzazione al caos delle sedute. Il suo modello trasformazionale, del contenitore/contenuto, nonché le funzioni della mente del clinico, parlano di un modo nuovo di stare con il paziente, permettendosi di sostare tra invarianti e trasformazioni, tra modelli e singolarità.

Diagnosi e Disturbi Mentali, Percorsi e livelli di conoscenza tra modelli e singolarità
di Goriano Rugi.
FrancoAngeli, 2019, Milano.

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