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Forme della fusionalità. Attualità del concetto

A cura di Alfredo Lombardozzi e Gianfranco Meterangelis

Prefazione di Anna Maria Nicolò
Franco Angeli, 2021.

Recensione di Stefania Marinelli

Già negli anni ’70 (!) uno degli Autori del libro e ispiratore del gruppo di lavoro, GC.Soavi, si chiedeva se fosse plausibile affermare che le emozioni hanno una funzione indipendente e un linguaggio dotato di un codice proprio(“Sono pensieri le emozioni?”, 1977). Lo scritto auspicavala prosecuzione degli studi nell’area, e preconizzava che l’attenzione alla comunicazione extraverbale nella seduta di analisi e nella relazione fra analista e paziente sarebbepresto divenuta un’esigenza essenziale. La comunicazione “corporea”, che può essere in alcuni casi la principale, se non a volte esclusiva prende così consistenza, ad esempio nella sofferenza psicosomatica. Cioè non può essere tenuta fuori dal linguaggio verbale e dagli scambi razionalmente comprensibili della relazione di analisi e deve far parte della comunicazione che l’analista fa nella sua comunità.L’attenzione alle emozioni del sé e alle sue espressioni in analisi mediante canali di comunicazione primigeni e corporei, è stata anche nel seguito studiata dall’autore e messa in correlazione con diversi livelli di sofferenza primitiva. Per fare un esempio significativo di questa ricerca, in uno scritto presentato al Centro di Psicoanalisi Romano nel 1992, Deficit della struttura del “sé” e nevrosi ossessiva (il termine sé richiedeva le virgolette)GC.Soavi individuava una relazione fra la difesa ossesssiva e la qualità delle prime esperienze postnatali del bambino in una realtà impropria. Nel momento originario egli era stato esposto all’incontro con i movimenti psichici disordinati delle prime reazioni della madre e del padre all’evento della nascita (ad esempio la necessità di accettare la separazione; il sesso del figlio/a legato alla riattivazione dei sentimenti di gelosia; il sentimento di non essere più figli ma essere sotituiti dal nuovo bambino; la perdita di un proprio spazio esclusivo; o addirittura eventuali lutti). Il nuovo nato, dotato eventualmente di aspettative proprie, disconfermate dalle primissime esperienze e nel periodo della dipendenza, svilupperebbe una reazione di ricerca perenne di quell’oggetto perduto e mancato: il deficit fusionale con le sue aspettative di un incontro (accogliente, caldo, rassicurante) che l’ambiente non ha fornito, creerebbe fin dallorigine della venuta al mondo vuoti e perdite incommensurabili. Il ripetersi di quella frustrazione potrebbe farlo nel seguito sentire indegno, ed egli farebbe ricorso alla sedazione di quell’ansia mediante la ricerca ripetitiva e compulsivadell’oggetto mancante/mancato, spostandolo e compensandolo con l’investimento ossessivo della curiosità epistemofilica sostitutiva (con la precisione della nominazione, qualificazione, elencazione, ecc) e la tendenza all’indecisione sulla scelta dell’oggetto, posto continuamente in dubbio perché confrontato con quello mancato.

Questa premessa storica sull’origine appena accennata del nuovo paradigma presentato in questo libro, quello della fusionalità e dell’area di fenomeni osservati all’origine della vita psichica e della relazione fra soggetto non ancora formato e ambiente non ancora rappresentato, ponel’esigenza di comprendere come lo psichismo possasvilupparsi a partire da nuclei originari differenti, che sono e restano durante lo sviluppo coesistenti e paralleli: i nuclei psichici (o pre-psichici) disturbati precocemente, nei quali la rottura dell’unità del sé e del suo valore “incubante” (Tagliacozzo) produce stati permanenti di perdita di sé con tendenza alle angosce di disintegrazione; e stati originari che sono frattanto evoluti, la cui forza di sviluppo biologico e psichico “nonostante”, è intrecciatacon i primi mediante innumerevoli legami, generalmente altamente conflittivi, o meno. Lo studio delle aree “fusionali” del soggetto e soprattutto delle sue relazioni con (se stesso, il proprio corpo, il proprio ambiente, l’analista), fornisce un impulso vitalizzante alla relazione analitica e al paziente discontinuo; e riguarda anche il tipo di disturbi più diffusi nella attuale società per molti aspetti progredita. E’ una concettualizzazione che rivesteun’importanza profonda nel campo dell’evoluzione della psicoanalisi italiana; e corrisponde anche con l’esigenza condivisa dalla psicoanalisi più in generale nelle diverse società, di affrontare con nuove capacità di ascolto sintonico e attivo le richieste prodotte dalla nuova filosofia sociale e i bisogni psicopatologici collegati alle nuove organizzazioni “globali”. Nella sua Prefazione al libro Anna Nicolò sottolinea questo legame, che rimpiange non essere stato più esplicitato nella comunità internazionale edifferenziato da ricerche parallele americane (v.Ogden). Il paradigma avrebbe potuto fare da “ponte” fra le esigenze poste dalle psicologie del sé e relazionali americane e gli studi europei della tradizione freudiana, le loro evoluzionirecenti, passate frattanto attraverso l’apporto britannico della psicoanalisi oggettuale e quello della continuità freudiana francese. Riprendendo dall’autrice la sua espressivacitazione dell’immagine proposta daA.Lombardozzi, dello “stormo di uccelli che si muove all’unisono in quanto gruppo..in modo..fusionale…mantenendo però integre le individualità dei singoli uccelli” vorrei sottolineare con lei le sue parole conclusive “[…] dopo molti decenni di clinica con pazienti difficili…mi è molto più chiaro quanto queste osservazioni siano preziose…e quanto sia lungo il percorso per arrivarci”. Sono parole che sembrano contenere anche una risposta: il mondo globalizzato e concentrato sulla temporalità appiattita dell’urgenza, contrasta fortemente con la temporalità della comprensione inconscia, pur avendone particolarmente bisogno. La considerazione della profondità “fusionale” di quei bisogni può aiutare le generazioni, i gruppi e gli individui, a collegarsi, presagendo che l’altro sia una parte di sé, e che gli eventi che accadono nell’ambito della relazione con l’altroabbiano in tutti i casi un valore bidirezionale.

Questo libro così, che ricapitola in parte un libro precedente (1990) risalente al gruppo di lavoro originario, contiene anche un suo frutto saliente, quello del collegamento. Il nucleo del pensiero iniziale sulle dimensioni “fusionali” del legame infantile originarioinfatti, in questi ultimi decenni si è ampliato nel campo della psicoanalisi italiana, e incardinato con diversericerche e prospettive, portando la sua voce anche nel campo internazionale, e indicando a molti che l’inclusione nella visione analitica del punto di vista “fusionale” può ricreare nell’attualizzazione del legame analitico un analista che sa anche “essere” l’altro, e riesce a valorizzare la presenza della “fusionalità” nella mente adulta e nelle sue articolazioni ludiche – da quella dell’innamoramento a quella della creatività come alleanza produttiva favorevole alla trasformazione evolutiva, sostenendo il possibile ritorno nel contesto attuale più capace di riconoscimento, dell’esperienza mancata all’origine. Anche senza entrare nel merito teorico delle singole trattazioni che vari apparati di sostegno alla lettura di cui si fregia il libro presentano, e senza approfondire qui tutti i i differenti apporti e punti di vista, è sufficiente dare uno sguardo ai testi e alle notizie degli autori, ai loro vari orientamenti e diverse formazioni, per comprendere che il punto di vista maturato con lenta incubazione ha attecchito profondamente in un campo allargato, e ha dato risposte a molti quesiti irrisolti di un lungo dibattito teorico. Dal“difficile viaggio alla scoperta della fusionalità” (Bonfiglio); alle angosce fusionali (Tagliacozzo) della “fusionalità contro fusionalità” (Soavi), e della relazione con claustrofobia e agorafobia (Pallier); dal contenimento fusionale di Neri al confronto di “fusionalità e interpsichico di Bolognini, fino alla “svolta relazionale” della fusionalità (Meterangelis) e l’incontro con l’infant research (Speranza), “La fusionalità” (Fonda) e l’analisi delle “fantasie fusionali” (Petacchi) ha come “Certi pensieri antichi una vita piena di avventure” (Bonanome). Il lettore si senti accompagnato a comprenderlo dall’importante lavoro di tessitura editoriale e teoresica degli elementi storici con quelli attuali, svolto attentamente dai curatori Meterangelis e Lombardozzi. Diventa così più chiaro, nel percorso storico, come il nuovo paradigma e modo di stare nella relazione analiticapossano essere utili a transitare da un’epoca psicoanalitica che rischiava di essere obsoleta prima di avere svolto tutto il suo compito tradizionale, o troppo esposta alla perdita della idealizzazione e controidealizzazione verso una nuova epoca. Un’epoca che chiede prossimità ma ha timore di avvicinarsi, o non dispone dell’allenamento a riconoscere il bisogno e la fiduciosa attesa che esso possa essere corrisposto, perché è spinta da nuove urgenze.Essere fusionale consente alla coppia analitica dispaventarsi solo quel tanto che è necessario e che può essere sostenuto: fino a che il timore si attenui e la mancanza sia invece accolta e possibilmente riempita, o trasformata.

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