Recensioni

Il gruppo come cura di Claudio Neri

Recensione di Stefania Marinelli

Già nella scrittura della sua prima monografia sul Gruppo (Roma: Borla, 1995) Neri nella sua elaborazione di nuovi paradigmi ricordava le teorie originali di W.R. Bion sul gruppo, e al contempo si differenziava da quelle, con l’esigenza di costruire una teoria specifica e puntuale relativa al funzionamento complesso dei gruppi e al processo analitico di gruppo. In questo secondo libro invece l’Autore sottolinea con maggiore decisione di essersi del tutto, per quanto una separazione possa essere completa, separato da Bion e di essersi immesso nel flusso post-bioniano moderno che tenendo conto della ricerca fondativa, la orienta verso la valutazione delle nuove richieste del nuovo campo sociale, culturale e delle nuove sofferenze psichiche. Fra i due libri notiamo anche una seconda differenza, importante per riflettere. Il confronto con lo “psicoanalista” della seduta duale, che nel primo libro era distanziato, a favore di una costruzione epistemologica specifica del dispositivo di lavoro multiplo, in questo secondo libro 25 anni dopo, l’analista della tradizione individuale classica è ancora in penombra sì, ma, al tempostesso è meglio delineato mediante un confronto indiretto ma più circostanziato, come in un prismache contiene un numero maggiore di piani e facce.

Ma ricominciamo dall’inizio, in particolare dalla scrittura, che in questa seconda opera è cambiata in modo significativo. Come nel modo di scrivere il libro Gruppo, la scrittura anche nel libro “Il gruppo come cura” è ciò che contiene. E’ una scrittura più esplicita, dettagliata e in certo senso semplificata, che segue in modo aderente, direi quasi passo passo come una voce narrante fuori campo, le orme dell’oggetto trattato, cioè la molteplicità dell’accadere psichico nel gruppo. Nel primo libro Neri fondava in termini organici l’idea di una psicoanalisi di gruppo. Qui invece i due (s)oggetti (del setting individuale e plurale) sono meglio separati e distinti, e i loro spessori, profondità, stili, sono investigati più insistentemente e meglio discriminati. L’andamento espositivo non è a spirale; semmai a raggera, a stella. Come in un orologio che mostra l’immagine del quadrante con (quasi tutti) i suoi ingranaggi, l’Autore mostra meglio che nel passato il lavoro del gruppo, e dell’analista insieme al gruppo, seguendo in dettaglio fasi, atmosfere, conversazioni, sequenze, scambi e rimandi fra i partecipanti al gruppo, eco involge il lettore a guardare attraverso, ad alloggiare in sé contenuti, a volgere l’attenzione insieme alle trasformazioni illustrate. Per ottenere questo effetto di accompagnamento del lettore mediante latrasparenza dei diversi piani di lavorazione, Neri fa ricorso a una serie di mezzi. Ad esempio alla frequente esplicitazione e descrizione dei suoi propri pensieri e immaginazioni durante le sedute, e del controtransfert; a paragoni e metafore per esprimere contenuti latenti; alle citazioni da poeti, da autori pluridisciplinari, psicoanalitici, e da saperi religiosi e sciamanici: infine, dai campi più disparati, ma che hanno in comune la capacità di illuminare e rappresentare segmenti o insiemi di rappresentazioni di funzionamenti del campo esplorato, creando una rappresentazione puntuale anche mediante una condizione di eco e trasmissione a distanza. Il lettore va a far parte di un processo e di una trama, latrama della buona socialità del gruppo e della sua ricerca. La trama contiene un allenamento a sostenere, evolvere, trasformare i sentimenti, anche quelli violenti e distruttivi, riuscendo a farli emergere senza che il timore li elimini. La trama, nel produrre pensieri propri, dà consistenza all’esperienza di partecipazione e condivisione: di “essere umani fra umani”, di sentirsi rispecchiati e rafforzati dalla coinonìa, la comunanza. Più che nel libro Gruppo, l’Autore coinvolge il suo lettore nel sentirsi parte di un processo. In Il Gruppo come cura (nel titolo non è esplicito se cura ha valore sostantivale o verbale) la scrittura mediante resoconti di sedute e sequenze cliniche è molto più ampia.Ritengo che si possa dire, senza andare troppo lontani dal vero, che lo sviluppo più ampio della rendicontazione clinica abbia una funzione di appoggio per esemplificare, oltre al modello di lavoro e l’intimità del legame analitico, anche, e forse soprattutto, il modello teorico.
È un modello che valorizza la “fusionalità” del legame di analisi con stati psichici precoci, che si presentano (o non si presentano) più indistinti e informi, e dunque richiedono una maggiore attenzione e un clima di lavoro o temperatura adatta perché emergano e sia possibile enuclearli. Tali stati e funzionamenti precedono la formazione psichica stessa e l’azione psichica, anche degli stati tradizionalmente considerati dalle concettualizzazioni di maggiore riferimento (un esempio potrebbe essere dato dal paradigma della identificazione proiettiva, che prevede l’esistenza di un soggetto psichico capace di svolgereun’azione psichica). Dunque quella esemplificata nelle frequenti sequenze di sedute di gruppo riportate, anche mediante l’uso di linguaggi misti, tratti da diversi ambiti, corrisponde alla qualità fusionale del legame analitico con l’(s)oggetto/gruppo e con le sue parti meno accessibili e visibili (v. il cap. sul gruppo come oggetto-sé). La fusionalità del legame analitico è declinata nell’assetto di lavoro multiplo, nelcampo espanso e polidimensionale del gruppo. La concettualizzazione della “fusionalità” è statatrattata in più contesti dall’Autore, anche precedenti alla sua prima formulazione articolata con quelle degli altri autori del libro del 1990, Fusionalità, pubblicato da Borla, e recentemente riproposto e aggiornato in un ambito ampliato (Fusionalità. Attualità del concetto, a cura di A.Lombardozzi e GF.Meterangelis, Cortina, 2021).L’esemplificazione clinica e la voce narrante del contesto polifonico del gruppo appaionoparticolarmente idonee a esaminare in maniera più chiara questa concettualizzazione.
Il legame che l’analista intrattiene con il gruppo (inteso come campo mentale condiviso) e con i singoli sembra in tal modo svolgere un ruolo di mimesis: capacità di trasformazione, puntuale e complessa, del processo di “reciprocizzazione”, anche incrociata, dei contenuti che sono in corso di scambio all’interno del campo comune. Gli scambi all’interno del gruppo sono multipli e simultanei eavvengono su livelli diversi. La loro esplorazione non valorizza questa volta le dimensionidell’accadere psichico plurale mirato alla costituzione del soggetto gruppo o del gruppo comesoggetto, come il primo libro metteva in evidenza. Piuttosto sembra che la scrittura, che appare meno concettualizzante e più tendente alla esplicitazione dei percorsi seguiti e delle tecniche utilizzate, tenda a illuminare la possibilità che il contesto di gruppo ha, o non, di costruire un ordine condiviso, metabolizzando i sentimenti negativi e favorendo la permanenza nella buona socialità, o allegria condivisa. In particolare quest’ultima è presentata come una tonalità vitalizzante degli scambi verbali all’interno del gruppo, ed è invocata dall’Autore come stimolo all’incoraggiamento verso l’uscita dagli stati di stallo o disorientamento o crisi o conformismo di gruppo. L’analista del gruppo mediante il suo allenamento e la sua capacità negativa, è garante e promotore di tale buona socialità, e può contare sull’alleanza della parte del gruppo più capace di collaborare. Avremmo forse desiderato una trattazione ulteriore della “allegria” come tonalità tonica e socievole del gruppo (ad es. come valutare la differenza fra allegria e euforia, o fra eccitamento e vitalità? O se possa crearsi un divario fra l’esperienza all’interno del gruppo di uno stato ‘tonico’ che diventa distintivo e la capacità di collegarsi, all’esterno, con il dolore?)
Dunque, dicevamo sopra, le sequenze di gruppo, riportate a più riprese con diverse significazioni, sonoritenute dall’Autore maggiormente capaci di “essere” il modello teorico, più che rappresentarlo. E’ unmodello che contiene la risposta data dalle moderne psicologie relazionali al modello topico di Freud, che lasciava irrisolta la questione della relazione. Ed è una risposta che prende le distanze dalla topica ma vuole includere la profondità intrapsichica (verticale), nella molteplicità relazionale (orizzontale) e chiama in causa l’interpsichico, come molti autori francesi studiosi del gruppo hanno fatto (Kaës). Uno sviluppo analogo è stato forse necessario all’Autore, che gli consentisse di declinare un modello di lavoro relazionale di gruppo: includere la profondità intrapsichica nel campo comune del gruppo e nel suo processo (anche confrontandolo a tratti con il processo psicoanalitico classico) significa comprendere le aree piùinformi, fusionali, quelle che Bion aveva chiamato “protopsichiche”, e collocato nello psicosoma indistinto della mente individuale e nella base indifferenziata del gruppo. Aree del funzionamento psichico che richiamano il tempo evolutivo originario nel quale la mente stava sviluppandosi – o non aveva avuto le condizioni per farlo. Si tratta di condizioni psichiche primordiali difficili da snidare sia nell’analisi individuale sia nel lavoro di gruppo per la loro natura di esperienze di sviluppo mancato, non rappresentabili mediante le lorotracce; o esperienze che sono andate perdute nell’intreccio con le altre aree, comunque sviluppate in parallelo. Nel gruppo si tratta allora di valorizzare gli elementi psichici maggiormente indifferenziati e la tendenza naturale del gruppo a teatralizzarli, a ri-attualizzarli mediante il sistema della concatenazione associativa e della sua “risonanza”, in una narrazione comune. Dunque l’analista, vòlto in alcune circostanze a ri-evocaree ri-rappresentare tali esperienze “mancate” o negative, e a rappresentarne le ragioni per la prima volta dalla prospettiva del loro non avere mai avuto luogo, appare (non senza fatica) favorito dal settingplurale, la cui narrazione si estende simultaneamente a vari piani di ampiezza e profondità temporale.
Il lavoro di analisi di gruppo contiene, come è noto a chi è interessato al suo studio, alcune dimensionalità specifiche che si sviluppano maggiormente rispetto al setting di cura classico – ad esempio un valore aumentato delle dimensioni sensoriali e affettivizzate; e dei fenomeni di diffusione e rifrazione dei sentimenti trasferali (Kaës; Vacheret). Dunque l’analista può contare su questa risorsa, ma deve anche modulare la tendenza alla propagazione, all’agglutinamento e accelerazione, se vuole salvaguardare la chiarezza del processo. Inoltre vediamo chiaramente nel testo come il gruppo richieda all’analista in modo più pressante rispetto alla seduta duale, di poterlo includere nel lavoro comune come un “compagno di viaggio”: per il fatto specifico di essere un soggetto plurale, nel quale nessun soggetto singolo deve troppo emergere senza timore di tutti gli altri, gli richiede una presenza “paritaria” con quella deipartecipanti. Questo tipo di rapporto indispensabile alla difesa ma anche alla produttività, sembra favorire il sentimento di coinonia. Esso rende più tollerabile il timore dell’indistinzione, e aumenta la sensazione di contribuire a formare un soggetto comune, soprattutto nelle fasi iniziali, forte. Nei transiti più difficili però l’analista dovrà dimostrare, anche, di avere preservato la sua libertà di pensiero e la sua indipendenza analitica, per dare possibilità ai sentimenti originari di comparire ed essere rielaborati. Su questi aspetti l’Autore sottolinea come, a fronte del riemergere di traumi precoci nel gruppo, l’analista riesca meglio a esprimere il suo commento da una posizione maggiormente ombreggiata (non troppo idealizzata) per valorizzare il suo pensiero, e per restituire al gruppo quelle dimensionalità relative all’evento emerso (trauma, sentimenti, memorie) utili alla sua elaborazione. Si tratta di dimensioni psichiche spesso, come abbiamo annotato, non ancora formate, indirette, embrionali, che però stanno risuonando in un dato momento nel campo del gruppo e non sono di facile verbalizzazione. L’analista dunque da una posizione “paritaria” può meglio accompagnare e stimolareil gruppo, a un piano condiviso; ma fa affermazioni più indipendenti e “autorevoli” più efficaci, se le elabora con la sua mente più interna, o eclissata, perché il gruppo possa accoglierle nella sua esperienza.
L’esemplificazione clinica sfaccettata, dettagliata e ripetuta, consente al lettore di rendersi contoappieno di questo gioco delle parti, che sembra svolgersi fra tre soggetti: a) la mente dell’analistacompagno, che condivide con un legame paritario l’esperienza del gruppo favorendo la fiducia nella socialità e condivisione; b) la funzione mentale dell’analista che resta più eclissata sullo sfondo e assume  responsabilità profonde e autonome, ponendosi come salvaguardia dai sentimenti idealizzanti, passivi e dipendenti del gruppo; c) la funzione dei partecipanti più sintonici e collaborativi del gruppo. Su quest’ultimo punto è interessante la figurazione del genius loci, mantenuta dal libro precedente, che corrisponde ad una funzione interna al gruppo, impersonata solitamente da un partecipante, o più, che si fa carico di assicurare la continuità identitaria soprattutto affettiva del gruppo, come indicato dal nome del Genius loci latino – figura semidivina incaricata di presiedere alla stabilità dei luoghi (fonti, boschi, o altri da preservare o ritenuti sacri). Queste figure più socievoli e in contatto più diretto con il gruppo possono diventare alleati preziosi per l’analista rispetto ad altri partecipanti che in dati momenti possono invece essere contrapposti, o isolati, o in difficoltà.
Infine per rendere più chiaro il percorso, è utile accennare alla sequenza dei temi trattati, teorici e clinici, in cui il formalismo è molto ridotto – la scrittura non è paludata ed è ancora meno “didattica” per così dire, rispetto al libro precedente, pur trasmettendo varie nuove nozioni e paradigmi e una presentazione particolarmente viva dei concetti elaborati. La divisione in sei parti consente all’Autore di suddividere le fasi di vita del processo gruppale, andando dalla descrizione iniziale dei pazienti (visti prima in seduta individuale), alla formazione del gruppo, del setting, del sentimento sociale e di appartenenza, alla presenza e funzione dell’analista; per entrare poi nel merito del progetto vitale dei singoli e del gruppo, con particolare riferimento alla fiducia, alla vitalità, e alla “autenticità”. Sono poi trattati i fattori e processi terapeutici (terza parte), connessi alla visione della malattia e della cura; alla concettualizzazione del campo di gruppo come fattore terapeutico; al pensiero di gruppo; al sogno (parte quinta); fino alla costruzione della fine dell’analisi: le difficoltà, le specificità dell’uscita dal gruppo (parte sesta). Manca purtroppo, o magari non sarebbe stata sintonica con lo stile “sorgivo” della comunicazione e delle proposizioni, l’aggiornamento sulla letteratura della ricerca psicoanalitica di gruppo, invece rendicontata nel primo libro Gruppo.
Auguro che questa lettura di Il gruppo come cura ci faccia tutti sentire in grado di preservare una buona socialità e tollerare caos, mancanza e dolore, mediante una comunicazione creativa con i nostri gruppi, che siano quelli molteplici delle nostre appartenenze, o quelli che conduciamo nel nostro lavoro con varie finalità di cura, formazione, o altre.

 

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