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Introduzione a “Edipo di gruppo e scena primaria nell’epoca della rete”

La nostra epoca, che dopo Lyotard in molti indicano come post-moderna e che oggi alcuni preferiscono individuare come “iperstoria”, ci sta avviando rapidamente verso un mondo che non conosciamo, l’“infosfera”, un mondo in cui le tecnologie interagiscono con altre tecnologie, rendendo l’essere umano sempre più marginale e meno partecipe dei processi (Floridi, 2104).

In questo mondo che peso ha la famiglia? Quali capacità di filtro ha mantenuto e potrà mantenere dinanzi agli straordinari assalti dei cambiamenti imposti dalla cosiddetta quarta rivoluzione, legata allo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT)? La rivoluzione copernicana, ci ha spiazzato dal centro dell’universo, la rivoluzione darwiniana, ci ha messo fuori dal centro del regno biologico, la rivoluzione freudiana ci ha fatto perdere l’illusione di essere totalmente trasparenti a noi stessi, la quarta rivoluzione ci spiazzerà dal centro della famiglia? La relazione o meglio la qualità della relazione umana, è forse destinata a diventare una delle grandi narrazioni al suo tramonto? In un mondo in cui ormai 2 bambini su 10, a un anno, e 6 su 10, a due anni, usano abitualmente strumenti touch screen, come tablet o smartphone, in cui i genitori cominciano ad essere sostituiti da strumenti elettronici per narrare fiabe, giocare, interagire, quanto conta la relazione? E soprattutto quanto siamo ancora in grado di relazionarci in modo empatico, trasmettere tenerezza, pazienza, senso di presenza e capacità di prestare attenzione?

Michel Serres (2015) nel suo elogio del virtuale afferma che dopo l’epoca “dura” legata ai manufatti, siamo entrati in una “epoca dolce”, che annuncia l’avvento di un mondo nuovo, di un’epoca in cui siamo liberi di vivere virtualmente, in cui ognuno può connettersi con chi vuole, pensare finalmente per conto proprio, senza che nessuno ci dica chi siamo, perché la rete ci rende tutti “co-agitanti, cogitanti”, attori di una epoca di democrazia di massa, in cui ognuno può essere al vertice, anzi in cui non esiste più alcun vertice. Il virtuale per Serres è la nostra virtù, apre a tutte le metamorfosi, e dunque alle novità del pensiero. Insomma nella rete ideale, ormai reale, per Serres ogni individuo può entrare in contatto con uno o più altri indipendentemente dalla lontananza e dalla estraneità: “svaniscono i padri: capitano, re, presidente, presentatore, insomma svanisce l’intermediario universale…da pecore siamo diventati pastori” (ibidem, p.267). Nel suo inno al dio tecnologico Serres sembra però dimenticare il prezzo che l’uomo deve pagare per questa “leggerezza” legata all’età dolce.

Curiosamente sono soprattutto i neuroscienziati che ci ricordano che ogni volta che affidiamo a una macchina una funzione umana, stiamo rimuovendo qualcosa dalla nostra vita e dal nostro cervello (Merzenich, 2019). Affidare la memoria, la capacità di orientamento, di organizzazione, di calcolo, evitare la complessità e la durezza del reale, vivere nel virtuale, dipendere dai like, pensare con risposte programmate da algoritmi, e mille altre questioni legate al controllo e al condizionamento programmato non sembrano proprio favorire la crescita e la creatività. In poche parole questi meravigliosi strumenti che teniamo in mano e in tasca e che tendono a sostituire il nostro cervello ci facilitano la vita, ma oltre un certo livello ci fanno regredire in maniera distruttiva e secondo molti abbiamo già oltrepassato questa linea. Oggi le ricerche ci dicono che lo smartphone è diventato un oggetto transizionale, una estensione corporea, e talvolta una protesi, di cui siamo sempre più dipendenti. Difficile negare la comodità che questo strumento ci fornisce, ma quali le conseguenze? Mi limito a riportare delle evidenze (Riva, 2014).

Analfabetismo emozionale. Il soggetto diventa sempre più disincarnato disembodied, la fisicità del corpo viene sostituita da quella del medium. Il soggetto non può usare il corpo, la mimica e lo sguardo dell’altro per comprendere le emozioni e ciò lo priva di un importante punto di riferimento nel processo di apprendimento e comprensione delle emozioni proprie e altrui, favorendo l’analfabetismo emozionale.

Separazione tra corpo virtuale e identità. Il corpo virtuale si separa dall’identità del soggetto e diventa strumento espressivo e comunicativo utilizzabile in maniera strategica per trasmettere una certa immagine di sé. I soggetti riceventi possono costruire l’identità dell’altro solo in maniera indiretta, interpretando le immagini e i messaggi che questi condivide. Il corpo virtuale quindi si separa dal soggetto e acquisisce una propria autonomia e stabilità. Questo da una parte può aiutare una persona introversa e timida a costruirsi una identità fittizia più sicura, dall’altra rende il soggetto prigioniero di questa identità fittizia, che resta nella rete.

Il mondo reale off-line e il mondo virtuale on-line tendono a fondersi e confondersi. Il risultato è la cosiddetta interrealtà, in cui il mondo digitale influenza quello reale e viceversa, basti pensare al fenomeno del tagging, etichettare, una persona, anche se lei non lo vuole.

Massificazione del pensiero, dei desideri e dell’identità. La tendenza del bambino a riempire ogni momento vuoto di contenuti digitali impedisce di apprendere e sviluppare contemplazione, solitudine e silenzio, processi essenziali per stimolare la capacità creativa, l’autonomia di pensiero e quindi l’identità e il Sé. Non ci sentiamo più soli, ma di fatto siamo sempre più soli, anche quando siamo insieme agli altri. Le relazioni intime diventano più difficili, superficiali e confuse, mentre la tensione al narcisismo di massa è dilagante. La nostra è la società del selfie. Non si va ai musei o si contempla un paesaggio per viverne la bellezza, ma per farci un selfie.

Alterazione dei ritmi sonno veglia. Molti adolescenti, e non solo, passano gran parte della notte sulla rete, alterando profondamente il ritmo sonno-veglia.

 

La capacità di pensare, ultima vera difesa contro la barbarie e segno specifico del nostro posto eccezionale nel cosmo, non sembra quindi più godere di quella stima che molti pensatori le avevano accordato e comunque non gode di buona salute. “L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa” (v.377) -scriveva Blaise Pascal – che nella capacità di pensare collocava tutta la nostra “dignità” di esseri umani. È ancora così? La cosiddetta quarta rivoluzione ha evidenziato la natura intrinsecamente informazionale della identità umana, per cui dobbiamo ammettere che le ICT e l’intelligenza artificiale non sono mere tecnologie, ma “forze” che modificano il mondo stesso in cui viviamo, che creano e ricostruiscono la realtà. L’umanità sta quindi passando dallo spazio newtoniano al nuovo ambiente dell’infosfera, il virtuale fa parte ormai del reale e il reale del virtuale, e tutto questo conduce ad una trasformazione radicale dell’ambiente in cui viviamo, che implica un ripensamento della concezione stessa di cosa sia un essere umano. Di fronte a questi cambiamenti è importante interrogarci su come i nuovi media stanno cambiando la trama del reale e trasformando la nostra società e i nostri comportamenti. Come conciliare il reale e il virtuale, il chiuso e l’aperto, la ripetizione e la singolarità, il metodo e la creatività, l’invarianza e l’emergenza, in un mondo in cui fatichiamo a riconoscerci e a riconoscere?

Questo numero di Funzione Gamma naturalmente non ha la pretesa di rispondere a queste complesse domande, sarebbe già abbastanza se riuscisse a formulare le domande giuste. Questa raccolta di saggi del resto non è una ricerca di antropologia, anche se non vuole chiudere il suo orizzonte nelle anguste stanze di analisi; non è una ricerca sui nativi digitali, e neppure sulle nuove patologie legate alle dipendenze tecnologiche, anche se ne subisce il contraccolpo. Su queste tematiche fortunatamente esistono ricerche specifiche a cui rinvio e che faranno da sfondo a questo nostro lavoro che invece intende seguire un percorso inverso. Non da una visione filosofica della nostra epoca, né dalle psicopatologie conclamate ad essa collegate, come le dipendenze tecnologiche, né tantomeno da nuove teorie psicoanalitiche. La nostra ricerca parte dalla clinica dei gruppi, dei piccoli gruppi terapeutici, ove l’Edipo ha da sempre una connotazione speciale, che Bion legava alla Sfinge, quale chimera “mostruosa”, simbolo stesso dell’enigma, che mette insieme cose impossibili. È a partire da questo vertice che cerchiamo di vedere cosa è rimasto della situazione edipica e se e come questa sia andata incontro a cambiamenti. Questo perché riteniamo che il piccolo gruppo sia un osservatorio speciale dei cambiamenti sociali e del modo di relazionarsi, il luogo privilegiato in cui famiglia, società, intrapsichico, intergenerazionale, coabitano e interagiscono con i fantasmi del passato e le paure del futuro. Non solo, il piccolo gruppo è un luogo in cui il rapporto tra famiglia e gruppo sembra oscillare come quello tra figura e sfondo, per cui la famiglia è ora contenitore protettivo, ora gruppo “mostruoso”. Nel piccolo gruppo lo stesso dramma edipico appare “scomposto” nelle sue varie componenti, che appaiono “disseminate” e in risonanza con l’esterno, un Edipo di gruppo, frammentato, disseminato, che ruota intorno ad una scena primaria composita, criptica, inquietante, il cui fantasma oscilla continuamente tra esternalizzazione e internalizzazione, tra violenza familiare e violenza sociale.

Bion (1961) aveva intuito questo garbuglio inestricabile, e aveva accettato un compromesso tra modello familiare e modello emozione/lavoro, quando nella Revisione ritratta la natura primaria degli assunti di base e postula che essi siano una formazione secondaria ad una scena primaria “estremamente primitiva”, che si svolge a livello di conflitti edipici primitivi. Questa posizione gli permise di evitare un eccessivo antagonismo rispetto alle ipotesi di Freud, e di mantenere una stretta contiguità con le idee kleiniane sulle posizioni schizo-paranoide e depressiva. Bion riconosce che il gruppo familiare possa fungere da modello di base per tutti i gruppi, ma mantiene la convinzione che la fonte principale dei comportamenti di gruppo sia da ricercare nelle ansie psicotiche. Oggi possiamo affermare che in quella posizione “ibrida” si nasconde un “nodo” epistemologico formidabile, una “chimera”, un “garbuglio”, tra natura e cultura, mito e realtà, arcaico e attuale, individuo/gruppo, gruppo/massa, famiglia/società, soggetto/oggetto, emozione/pensiero…che possiamo appena cominciare a sciogliere, e a condizione di riuscire a prospettarlo nel suo sviluppo storico. Chapelier (1993) nel suo lavoro con i gruppi di adolescenti, osserva che è difficile sapere “se i gruppi vanno visti come una ripetizione fantasmatica familiare o, al contrario, se la famiglia si organizza secondo fenomeni che appaiono nei gruppi in generale”. In ogni caso è proprio lo studio del piccolo gruppo che consente di vedere la comparsa di meccanismi specifici per il funzionamento delle società e insieme gli elementi dei meccanismi psichici individuali nei legami che li uniscono all’intero gruppo (Chapelier 2019). D’altra parte la dimensione transpersonale del gruppo affonda in quella stessa matrice poliadica della famiglia che partecipa in modo complesso di livelli multipli, biologici, proto-mentali, culturali, e perfino mitici, che configurano la scena su cui si stagliano le figure dei vari membri e loro relazioni. È forse questo il motivo per cui Bion associa i fenomeni di gruppo alla Sfinge e li collega ai problemi di conoscenza e al metodo scientifico? Bettini (2014), ricorrendo al linguaggio di Seneca, ricorda che l’enigma si fonda su intrecci e garbugli, per cui tra incesto ed enigma ci sono analogie strettissime. Edipo solutore di enigmi, diventa enigma egli stesso. Unione di cose impossibili, nata da un incesto, la Sfinge è l’essenza stessa dell’enigma, e quando con la sua risposta Edipo ne segna la morte, quell’enigma si trasferisce su di lui. “Chi sei tu? […] Io non so, forse Edipo, forse la Sfinge. Fammi andare!” -scrive Nietzsche- mostrando come la riposta chiara e univoca che mette a morte la Sfinge, non fa scomparire il mistero, piuttosto lo trasferisce su Edipo stesso, che ora deve assumersi la necessità tragica di scoprire la verità. Chi è l’uomo? Ora la Sfinge è lui.

Ringrazio quindi Stefania Marinelli senza il cui aiuto e sostegno questo numero non avrebbe potuto vedere la luce, la sua pazienza e lungimiranza non sono mai venute meno in questo difficile percorso, e il suo contributo personale al tema resta un saggio di esemplare coerenza e lucidità anche in virtù del fatto che ci parla di queste problematiche a partire da una terapia individuale, mostrando come la nostra capacità interpretativa sia ormai radicata nella complessità della realtà. Ringrazio quindi gli autori stranieri, a partire da Jean-Bernard Chapelier e Bernard Duez che hanno prodotto due lavori particolarmente generosi e originali. Ringrazio quindi R. D. Hinshelwood per la sua piccola perla, e naturalmente tutti gli autori italiani, Silvia Corbella, Maurizio Gentile, Ronny Jaffè, Alfredo Lombardozzi, che hanno prodotto lavori originali e complessi che non mi sento di riassumere in poche righe perché meritano una attenzione profonda.

Riferimenti bibliografici

Serres M. (2015), Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente, Bollati Boringhieri, Torino, 2016.

Riva G. (2019), Nativi digitali. Crescere e apprendere nel mondo dei nuovi media, Il Mulino, Bologna.

Floridi L. (2014), La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano, 2017.

Pascal B., Pensieri, Einaudi, Torino, 1962.

Chapelier J. B. (2013), Les groupes des frères et le syndrome des Dalton, Adolescence, II:327-343.

Chapelier J. B. (2019), La loi des pairs, Les psychothérapies de groupe à l’adolescence, èrès, Toulouse.

Bion, W.R. (1961), Esperienze nei Gruppi, Armando, Roma, 1979.

Merzenich M. (2019), Tecnologia contro complessità, ecco il prezzo che il cervello paga alla semplificazione, www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/tecnologia-contro-complessità-ecco-il-prezzo-che-il-cervello-paga-alla-semplificazione/

Bettini M. (2014), “I mostri sono buoni per pensare”, Mostri. Creature fantastiche della paura e del mito, a cura di R. Paris, E. Setari, N. Giustozzi, Mondadori Electa, Milano.

Note

Cit. in Tonelli, La caduta della Sfinge, 1984, Longo Editore, Ravenna p.39.

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