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L’adolescent et sa musique. D’une violence l’autre, a cura di Vincent Cornalba. Éditions in press, Paris, 2019. Prossima pubblicazione dell’edizione italiana, L’adolescente e la sua musica. Da una violenza, l’altra. Borla. Roma 2021

Recensione di Chloé Bachère

L’adolescent et sa musique. D’une violence l’autre, è un libro ben lontano dal non indirizzarsi che ai melomani, o ai professionisti che nella loro attività clinica abbiano a che fare direttamente con la questione della musica in adolescenza. E’ un’opera collettiva, che offre per la diversità delle riflessioni e proposte contenute, uno sguardo sull’investimento che un adolescente può fare su un genere di musica. L’opera difende l’idea che l’incontro con un supporto culturale particolare possa prender parte, per l’adolescente in un periodo di intensi rimaneggiamenti psichici, alla sua soggettivazione, e assicurargli l’assoggettamento necessario alla sua integrazione sociale.

La violenza di certe musiche, ben lontana dal divenire la causa di un possibile deposito soggiacente, si offre all’adolescente come riflesso di quella [violenza] che lo agisce suo malgrado. Essa gli procura per questa via la possibilità di farne un uso, di simbolizzarla. La musica assume così quella funzione invece di accantonarla, e questo dato è indispensabile per qualsiasi elaborazione futura.

Il libro si articola in due parti: una comprende le risonanze cliniche, l’altra approccia le configurazioni musicali della violenza pubertaria.

La prima parte è introdotta da un articolo di François Marty, comparso la prima volta nel 1997 (1). Tratta la questione del sonoro di cui l’adolescente si circonda e che, in quanto involucro contenitivo, partecipa alla sua costruzione come fattore insieme di identificazione gruppale e anche supporto delle proiezioni. L’autore sviluppa l’idea che il “narcisismo vocale” che si plasma in adolescenza è la manifestazione del cammino percorso fra autoerotismo e investimento genitale dell’oggetto. In questo primo capitolo appare anche la questione della funzione rivestita dalla musica nel costituire una barriera contro l’incesto, e assicurarle una presenza riconfortante. Fra costruzione e distruzione, la musica accompagna finalmente l’adolescente in quel movimento di bilanciamento che consente un’articolazione fra pulsione e cultura.

Di seguito, mediante resoconti clinici Vincent Cornalba illustra la problematica narcisistica e oggettuale pubertaria, che il sentimento di minaccia provato in questo periodo – minaccia interna e esterna – accompagna. Il processo di soggettivazione incontra necessariamente nel suo cammino certi squilibri. Se questi sono inerenti ai rimaneggiamenti in corso, partecipano alla formazione di un funzionamento dell’apparato psichico, ma potrebbero anche per alcuni rappresentare una minaccia al loro “slancio vitale”, al punto che l’esito rimane incerto.

Anthony Brault e Èdith Lecourt nel capitolo che conclude questa prima parte sul posto occupato dal sonoro e dalla musica nello spazio psichico degli adolescenti abbordano in un duo, le modalità singolari con le quali il gruppo familiare modula il sonoro, e come questo partecipi alla costruzione identitaria di tutti gli individui in evoluzione che ne fanno parte. Secondo gli autori la musica adolescente altro non è se non una manifestazione assordante del vissuto sensoriale e pulsionale dell’adolescente, che gli consente in particolare di abitare e padroneggiare il suo ambiente. Portandoci nel cuore di una seduta di musicoterapia in un ospedale diurno per adolescenti, gli autori ci fanno percepire da un lato la violenza pulsionale operante al momento della pubertà, e dall’altro l’alternanza fra “omofonia (l’unisono)” e eterofonia, fra ricerca dello stesso e di una identità propria. Il capitolo si conclude con la presentazione di diverse pratiche di musicoterapia e la pertinenza nella clinica adolescenziale.

Nella seconda parte si presenta la questione delle configurazioni musicali proprie della violenza pubertaria. Questa parte dà il via alla questione dei testi musicali, particolarmente il rap. Philippe Givre ne individua la componente aggressiva e pone in luce la risonanza che essa comporta con il mondo interno degli attuali adolescenti. La musica rap appare come una illustrazione della lotta intrapsichica che anima l’essere in questa fase della vita. Givre vi identifica una isterizzazione utile a produrre un effetto catartico nel quale è rigiocata la relazione con gli oggetti cattivi, isterizzazione che consente anche alle componenti pulsionali e superegoiche dell’adolescente di trovare una possibile articolazione. Nel capitolo l’autore abborda anche il rapporto di assoggettamento incondizionato alla madre fallica che può vedersi nell’investimento delle diverse figure femminili dei testi rap. Compare altrettanto la questione dell’oscillazione, in certi rappers, da una virilità ostentata a una femminilizzazione assunta a testimonianza della decadenza di una possibile identità maschile. Con un parallelo fra il “flow” del rap – secondo lo stile personale di ciascuno – e il discorso dell’adolescente in terapia, Givre rivela infine l’importanza della narratività nella costituzione di una continuità temporale in adolescenza.

Il capitolo successivo poggia sull’esperienza e il percorso dell’autrice, Laetitia Petit, che intesse una analogia fra la crisi adolescente e la crisi del linguaggio musicale che conobbe il XX secolo. La sua idea poggia in particolare su Il canto degli adolescenti di Stockhausen. Partendo dalla constatazione che non esista una musica specificamente adolescente, ella ci invita piuttosto a considerare la musica come una compagna privilegiata di quest’epoca della vita. Conclude la sua proposta sulla prossimità della musica – a differenza delle altre arti – con il problema dell’impossibilità della morte e di trattarla; problemi  che stanno alla base del processo adolescente.

Il libro si conclude con un capitolo dedicato al Rock’n’Roll che l’autrice, Emmanuelle Calandra, approccia come possibile istituzione di puntellamento in adolescenza. Sviluppa l’idea che il rocker, figura di semi-uomo semi-dio, costituisca per l’adolescente il supporto identificativo per eccellenza. Esso incarna il nucleo immaginario inconscio che il pubblico si aspetta e che vede in gioco nella sua vita – fisica e psichica – senza che ne venga minacciata la sua. Si ritrova in questo punto l’idea di una madre ideale incarnata in questo genere musicale, una madre sufficientemente accogliente, contenitiva, sostenitiva, paraeccitante in grado di accompagnare i rimaneggiamenti psichici che agitano l’adolescente. Un confronto viene ancora svolto fra il fenomeno Rock e certi tratti psicopatologici della configurazione stati-limite, che porta all’idea che – anche se il Rock può supportare qualunque struttura psichica –la sua istituzione faciliti l’evitamento di una relazione duale pericolosa per lo stato-limite, e permetta l’innesco di un lavoro di figurazione, dove quello del fantasma originario non è possibile. Questo articolo, infine, mette in evidenza il ruolo giocato dai gruppi e dalle istituzioni verso la possibilità di una fertile elaborazione delle crisi esistenziali. Il Rock’n’Roll, come istituzione e oggetto culturale, gioca questo ruolo in particolare nel periodo dell’adolescenza.

La lettura di questo libro ha una grande ricchezza per la diversità delle tesi sostenute e insieme per i diversi angoli visuali attraverso i quali musica e adolescenti vanno a incontrarsi. L’opera, di cui Vincent Cornalba si lamenta che non sia esaustiva, offre al lettore la possibilità di tracciare una propria lettura dell’articolazione musica/adolescente. E non è forse questo il proposito difeso da tutto il testo? Quello di una trama di fondo che per la sua consistenza offre la possibilità di una elaborazione propria, autenticamente soggettiva?

 

 

  1. Marty, F. « Figures sonores de la violence à l’adolescence ». Adolescence, 1997, T.15 n°2, pp.308-324.
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