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Nota di lettura : “Chemins d’écrits entre voix” Autrement dit, autrement voix. Sous la direction de Claire Gillie. 2020. éd. La Geste (lett. Percorsi di scritture tra voci. Detto in altre parole, in altre parole voce. A cura di Claire Gilli)

Chloé Blachère – qui per la versione francese

La pubblicazione di un’opera collettiva che riunisce diciannove contributi sul tema della voce, ha connotato la fine dell’anno 2020. Vi si trovano autori, dal percorso vario – dal musicista professionale allo psicoanalista, passando per il maestro di coro e il medico – riuniti attorno alla voce e al suo studio nel campo psicoanalitico. Durante un’annata accademica svolta nell’ambito del Diploma Universitario “Voci e Sintomi; psicopatologia e clinica della voce” istituito dall’Università di Parigi 7, Diderot, questo progetto è nato dal fiorire di pensieri singoli, con il desiderio comune di dare loro voce. Nella sua costruzione, pensata da Claire Gillie che ha orchestrato il lavoro, l’opera esplora la voce attraverso cinque parti principali. La prima sulle orme di Marie-Laure Ciboulet-Lehmann e Véronique Truffot si propone di abbordare il grido come prima forma di appello all’altro. La seconda, introdotta dalle proposizioni di Laure Guilbot, approccia la questione del corpo mutilato e della perdita vocale. Qui si tratta di laringectomia, quando l’apparato fonatorio è danneggiato e implica di dover reinventare il rapporto con la voce. Nel contributo successivo, Eva Arnaud stabilisce un legame fra endometriosi e voce attraverso l’idea di violenze sessuali taciute, di cui il corpo rimarrebbe erede e portatore. Qui ella ipotizza che in alcuni casi l’endometriosi intervenga come sintomo del traumatismo da violenze sessuali subite o trasmesse silenziosamente da una  generazione all’altra, con il quale una identificazione possibile starebbe nella pratica vocale, il canto, proprio là dove le parole non hanno (ancora ?) saputo o potuto liberare una possibile via.

Poco oltre Loni Inguanez propone uno studio della balbuzie e delle sfide psichiche che questo comporta, specialmente attraverso quello che ella indica come « balbettìo », cioè la balbuzie in quanto costitutiva di un disturbo non isolato, e considerato in una dinamica pulsionale. Ella ci invita ad approcciare la balbuzie come una parola disturbata e non una condizione stabilita dello stare al mondo. L’ultimo contributo di questo capitolo tratta i fallimenti della muta nel momento della pubertà. Qui Chloé Blachère è interessata ai legami che possono esistere tra la voce e la vita psichica di un essere, tra la sua voce e il suo corpo sessuato. Alla luce della vita adulta, l’autrice qui esplora gli inciampi vocali che rivelano tanto quanto velano la relazione di un essere con il suo desiderio.
Il terzo capitolo esplora le voci che si trovano vaganti, tra l’esilio nel corpo e l’esilio nel linguaggio. Il tema è introdotto, in continuità con il precedente, da un interrogarsi sulla muta, ma questa volta specificamente rivolto alla ragazza. Odile Amossé propone una schematizzazione della natura impercettibile della muta della ragazza, che lei chiama “capsula sonora” e che è presentata come richiamo. Il testo che segue, proposto da Manon Trichard, verte sullo psicodramma e la possibilità che questa terapia offre a certe voci di essere ascoltate, proprio per il dispositivo stesso, che include terapeuta e co-terapeuti, laddove per altri potrebbe invece cristallizzare difficoltà a far sentire la propria voce, al punto da risultare resistente a qualsiasi progresso terapeutico. Si continua con un contributo intitolato “Avec leur(s) voix d’avant. Voix, langue(s) et lieux” (Prima con le loro voci. Voci, linguaggi e luoghi), testo scritto da Estelle Figeon, che esplora la voce degli esiliati. Il capitolo si conclude con un caso di studio proposto da Béatrice Foucault, attraverso il quale ella esplora l’investimento vocale di cui un uomo fa esperienza nel follow-up terapeutico con lei. La quarta parte dell’opera si propone di ripercorrere le vie terapeutiche della voce ritrovata che hanno permesso di riaccordare discordanze, delle quali ci si è vergognati. Questa nuova parte si apre con una proposta di Dominique Vallanet-Delage sulla possibilità di “sollevare il velo” su quello che attraverso la voce si dice. In questa prospettiva rientra il contributo che segue, in cui Deborah Bellevy esplora ciò che, per la vergogna, può rimanere nascosto a lungo finché, appoggiato alla voce, emerge. Più avanti, Yael Raanan-Vandor discute della follia isterica e del suo rapporto con la voce, in particolare attraverso lo studio del caso di un paziente di J.-C. Maleval presentato nel suo libro Folies hystériques et psychoses dissociatives (Follie isteriche e psicosi dissociative) (1). Infine, questo capitolo è arricchito dal testo di Véronique Deschamps, che esplora con finezza e attraverso molteplici illustrazioni cliniche “La “piccola musica” del paziente e l’ascolto dello psicoanalista”, che esplora le relazioni tra voce e linguaggio.

L’ultimo capitolo dell’opera è un invito al dialogo fra musica, sociale e misticismo, tra “in-versione musicale, di-versione sociale e re-gressione mistica”. Si tratta delle “iscrizioni della voce nel cuore dell’anthropos”. Fabien Deleurme esplora qui la fonazione ingressiva, che consiste nell’uso della voce al contrario, che può essere reclamata -– ad esempio in campo artistico – o sintomatica. Il capitolo è scandito dalla proposta di Dimitri Repérant, che concentra la sua attenzione sulla voce e sulla parola che non si dice, e sul “potere” che la prima acquisisce per essere finalmente ascoltata. Qui non è tanto il silenzio scomparso che si osserva, quanto la voce “che vuole dire” e viene taciuta. L’autore studia queste possibili trasformazioni attraverso un dispositivo predisposto in quanto coach vocale.

Infine l’opera si conclude con una affermazione originale di Martin Le Dref, che assume la forma di una lettera immaginaria di Rabindranath Tagore a Sigmund Freud, che intesse un dialogo fra voce sacra e voce soggettiva.

Lungo tutte queste variazioni tematiche sulla voce, la ricchezza delle traiettorie degli autori che hanno contribuito offre una lettura multipla della clinica della voce e della moltitudine delle sue espressioni, normali o patologiche che siano, medicalizzate o rieducative, artistiche o funzionali.

 

  1. Maleval, J.-C., Folies hystériques et psychoses dissociatives, Paris, Payot, 1981.
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