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Vecchie famiglie per donne nuove

Intervista con Manuela Fraire
di Sabrina Di Cioccio

Domanda. Dr.ssa Fraire, la ringrazio di aver accolto la possibilità di questa intervista in occasione della pubblicazione del n°29 su esperienze di gruppi al femminile.
A più di quarant’anni dall’avvento dell’autonomia del movimento femminista, la politica e l’ordinamento capitalistico della società interrogano le conquiste e al contempo, i limiti di un’azione storica dalla portata rivoluzionaria di cui le donne si sono rese protagoniste, operando una critica radicale della famiglia, e sancendo la differenza tra emancipazione e liberazione femminile.
Cosa è cambiato dal tempo della contestazione, nella lotta delle donne per sentire riconosciuto il proprio diritto ad avere un posto? 

Manuela Fraire. Dunque, cos’è cambiato? La struttura della famiglia, e i ruoli. La famiglia edipica, triangolare- madre, padre e bambino-, è al tramonto. Difficile è distinguere tra le generazioni. I genitori che oggi hanno tra i 35 e i 40 anni sono alle prese col fallimento della propria generazione intanto perché non sono sicuri di dare un futuro lavorativo e non solo, ai propri figli.  La confusione e delusione dei genitori che oggi hanno 40 anni si lega tra l’altro ad una diversa distanza dai propri genitori, meno netta io credo, di quella che c’è stata per esempio tra me e i miei genitori. I quarantenni di oggi sono spesso rimasti in una posizione filiale, e la crisi economica dell’occidente certo non aiuta ad emanciparsi dai propri genitori. Inoltre la “famiglia” virtuale, quella fornita dalla rete, illude di entrare in contatto con il mondo come dire che si allucina una famiglia larga come il mondo. Facebook che chiede l’amicizia, la da, e la toglie, funziona identicamente per gli adulti e gli adolescenti cosicché un genitore non ha più una vita segreta, ciò che mette in crisi i rapporti che permettono ai piccoli di crescere: i genitori d’altra parte sono troppo depressi per immaginare per loro, un futuro. La borghesia è la classe che maggiormente ha la responsabilità di non aver garantito il futuro ai propri figli. Una specie di suicidio della classe che ha detenuto il potere per due secoli?

Domanda. Tra gli interessi della sua ricerca teorico-clinica, il telescopage introduce il tema della trasmissione generazionale e la rilevanza del conflitto come modalità di rapporto all’altro attraverso cui l’autorità può essere messa in questione e risignificata. Nel XXI secolo in cui vivono gli effetti segregativi prodotti da quella “evaporazione del padre” che Lacan annota nel 1968, qual è oggi l’attualità della psicoanalisi nel trattare il disordine che abita sempre più le relazioni uomo-donna?

Manuela Fraire. Il telescopage è una categoria di lettura del rapporto tra le generazioni, che viene dalla clinica. Si comprende solo se si riconosce l’esistenza dell’inconscio. Il concetto di telescopage delle generazioni affonda le sue radici nell’intuizione che Lacan ebbe quando scrisse I complessi familiari (1938). Tema sviluppato successivamente da Kaës, Faimberg, Aulagnier. Il padre è evaporato già con Freud poiché si è disincarnato, poiché è diventato principalmente il garante del processo di simbolizzazione. In definitiva quello che è evaporato è il padre incarnato, il padre della realtà, l’uomo che è nostro padre, quello che impone il limite con la presenza e non solo con l’esercizio della funzione paterna. La contemporaneità è segnata infatti dalla desessualizzazione dei sessi, dalla sostituzione del contatto dei corpi con l’immagine virtuale, dalle tecniche di riproduzione che possono avvenire tramite la banca del seme, senza che i corpi di un uomo e una donna si siano mai incontrati. Nella contemporaneità si tratta dell’evaporazione del principio dell’invalicabilità dei corpi. Derrida parla di reti relazionali organizzate intorno alla procreazione, espressione che rimanda alla necessità di ancorare ai corpi, la differenza sessuale. Nella clinica si tratta di trovare il modo di dialogare senza abbandonare l’ascolto anche se mi sembra utopistico un ascolto senza memoria e senza storia per dirla con Bion. Lo sforzo dell’analista dovrebbe essere quello di prestare ascolto al romanzo familiare del paziente rispettandolo ma senza caderci dentro, senza cioè identificarsi con uno o più dei suoi protagonisti.

Domanda. Chiama in causa la questione del controtransfert?

Manuela Fraire. Si tratta piuttosto di autoanalisi poiché l’incontro avviene tra due immaginari ma il compito e la funzione dell’analista consiste proprio nell’andare al di là del proprio immaginario, e questo è possibile solo attraverso un continuo esercizio dell’autoanalisi. L’incontro di due immaginari che ha luogo nella relazione analitica produce spesso disorientamento, e la scommessa è come trasformarlo in curiosità e cioè in ascolto.

Domanda. La psicoanalisi come può operare affinché tale dimensione possa essere recuperata?

Manuela Fraire. Si tratta di un paradosso: l’analisi aiuta ad accostare tale dimensione paradossale. La famiglia contemporanea è già un frattale. La famiglia disordinata di oggi testimonia di un enorme cambiamento nella relazione di filiazione. Quale è dunque il modo attraverso cui operare? La disidentificazione dai propri genitori. Sono confusi, diseredati, sbalzati fuori da un ordine simbolico che non li rappresenta più. Genitori e figli non si possono rappresentare nella differenza tra le generazioni. Parliamo di crisi economica ma in realtà ad andare in crisi è spesso il patto interumano. D’altra parte è pur vero che senza crisi la psicoanalisi non avrebbe senso di esistere. Nei fondamenti della psicoanalisi, Rapaport riprende l’importanza dell’interrogazione talmudica che Freud pone alla base della relazione analitica e che dice: “Che cosa egli desidera farmi udire?”. Già Freud comprese dunque che il motore della relazione analitica è la domanda rivolta all’Altro- l’analista-, che in tanto e’ possibile in quanto si è attivato un transfert e più precisamente un desiderio di trovare nell’altro/analista, la risposta alla domanda che guida la relazione tra le persone e che suona, “cosa vuole egli da me?”.

Domanda. Nella metà degli anni 70’, in Italia molte femministe si formarono attraverso la pratica dell’autocoscienza. Potrebbe declinare la storia e gli aspetti più significativi di questa esperienza di gruppo, non solo dal carattere politico?

Manuela Fraire. La pratica dell’autocoscienza è innanzitutto un’esperienza di formazione: una specie di training che ha permesso e insegnato a molte donne a pensare in proprio. I suoi effetti possono quindi essere considerati a tutt’oggi come un potente antidiscorso del padrone realizzato attraverso la presenza di corpi parlanti. L’autocoscienza è una pratica in grado di attivare in ognuna le capacità pensanti in rapporto alla gruppalità e di conseguenza, di fare esperienza di nuove forme di simbolizzazione dell’interazione tra individuo e gruppo, in particolare piccolo gruppo, che e’ avvenuta attraverso una complessa trama di proiezioni incrociate e conseguenti transfert multipli che in alcuni casi hanno attivato meccanismi paranoici. Nel complesso tuttavia questa interazione è anche quella che ha favorito il costituirsi di tanti piccoli gruppi all’interno dei quali la singola donna ha avuto la possibilità di mettere a fuoco i nessi intercorrenti tra la propria singolarità e le leggi complesse che regolano le relazioni sociali. Soprattutto l’autocoscienza ha permesso alla singola donna di comprendere il legame spesso perverso che si stabilisce tra famiglia e società- la prima riconosciuta come luogo di formazione e permanenza dell’obbedienza al discorso del padrone inteso in senso lato-, tanto da poter essere considerata con una categoria in voga oggi, un frattale della più vasta comunità a cui appartiene. Ecco per tornare al presente, il nuovo femminismo manca di questa pratica, e sinceramente non credo che la pratica dell’autocoscienza ovvero del partire da sé, possa essere proficuamente evitata.

Domanda. In conclusione di questa intervista, di cui la ringrazio per l’opportunità che ha realizzato di un dialogo pieno e spontaneo, Lei ha posto l’accento su una parola che appartiene alla tradizione storica del nostro paese e sempre preserva la sua duplice ed ambivalente essenza: “resistenza”.

Manuela Fraire. Vuol dire da una parte resistere al cambiamento e dall’altra però anche consistere. Il femminismo è stato mi sembra più dalla parte della consistenza, e per questo ha operato un cambiamento irreversibile che ha riguardato e riguarda con le dovute differenze, donne e uomini. Un cambiamento registrato più dall’inconscio che dalla coscienza, che oggi permette ad una donna come è lei, di comunicare con sua madre sapendo che per molti versi non vi somigliate e tuttavia potete prestarvi ascolto vicendevolmente. Per la mia generazione questa esperienza conteneva qualcosa di traumatico sia per le figlie che per le madri. Oggi mi sembra o forse lo spero, che conflitto e trauma non siano sinonimi e che la differenza tra le donne sia invece un grande motore di ricerca.

Bibliografia:

Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando, 1996.
Derrida, J. (1972). La disseminazione. Milano: Jaca Book, 1989.
Freud, S. Introduzione alla psicoanalisi. Torino: Boringhieri, 1969.
Kaës, R., Faimberg, H., Enriquez, M., Baranes, J. J. (1993). Trasmissione della vita psichica tra generazioni. Roma: Borla, 1995.
Lacan, J. (1938). I complessi familiari nella formazione dell’individuo. Torino: Einaudi, 2005.
Lacan, J. (1968). Nota sul Padre e l’Universalismo, in La psicoanalisi, 33: pp. 9-10. Roma: Astrolabio, 2003.
Rapaport, D. (1959). Struttura della teoria psicoanalitica. Torino: Boringhieri, 1977.

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