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Presentazione al numero Il gruppo per le adozioni

Il termine adozione fa riferimento a eventi sociali dove la legge “crea” nuovi contesti familiari e ratifica nuove affiliazioni, secondo gli usi, anche molto differenti, in tempi e latitudini eterogenei. Troppo spesso le storie che precedono l’adozione sono confuse, anche quando non vi siano intoppi o rotture di legami clamorosi, restano comunque dei rebus da districare (Cyrulnik, 2009). Ciascuno degli attori coinvolti in questa avventura potrà conferire un significato ben differente alla propria esperienza.
In questo lavoro il nostro sforzo è stato quello di lasciar emergere diverse prospettive con lo scopo di sviluppare nuove idee e delineare nuovi percorsi teorici e clinici per poter approfondire criticamente il tema dell’adozione.
Il nostro sguardo ha cercato essere ampio e circolare, abbiamo considerato più vertici di osservazione nel tentativo di riproporre un’esperienza gruppale, per attivare un dialogo creativo tra i diversi approcci intorno al tema dell’adozione.

Nella cura dell’adozione il gruppo omogeneo è fortemente connotato dal mito della nascita e si dimostra un ambiente privilegiato per nutrire la dimensione simbolica dell’essere genitori adottivi, «un luogo di accomunamento psichico» dove ci si forma un’identità sociale di genitore (Saottini in Corbella, Girelli, Marinelli, 2004).
Usando le parole di Antonino Ferro (in Artoni Schlesinger, 2006) potremmo dire che adottare vuol dire, da parte chi adotta, avere la capacità di accogliere e trasformare gli elementi di “non pensabilità”. Poiché il bambino adottato «proviene da un altrove dove noi non c’eravamo quando ci sarebbe stato bisogno che qualcuno ci fosse. Che qualcuno ci fosse per farsi carico di questi grovigli di sensorialità non pensata/non pensabile che urgevano in attesa della mente disponibile dell’altro» (p. 5), ci si dovrà far carico dei “reperti” del passato, di quegli elementi alfabetizzati solo in parte e che, come “buchi neri”, non fanno permeare alcun barlume.
Ci si chiede, allora, se i legami mal costituiti possano in qualche modo essere riparati. Il desiderio di adottare nasce proprio con questa vocazione riparativa. Tuttavia, quando gli stessi genitori si trovano in uno stato di disagio, non sono capaci di fornire risposte adeguate alle esigenze dei figli adottivi. Questi ultimi hanno appreso, dalle esperienze primarie, modalità di legame problematiche (seppur adattive), che li hanno resi come impermeabili alle emozioni, capaci di porsi con «un sentimento di grande freddezza» (Cyrulnik, 2009 p.191).
In presenza di simili manifestazioni alcuni genitori si scoraggiano, o forse ignorano che il bambino adottato possiede risorse sue proprie. La fortuna dell’adozione si mette in gioco nel saper oltrepassare ciò che è proprio e ciò che è altrui, rendendoli familiari; è compito specifico della famiglia adottiva realizzare un “nostro” capace di contenerli entrambi. È significativo il modo con cui figli e genitori si raccontano: «indicatore prezioso della forma – di dialogo o di monologo – con cui prende le mosse la relazione adottiva è la narrazione del primo incontro tra genitori adottivi e figlio, come metafora della costruzione stessa della relazione» (Greco, 2006 pp. 153-154)

Anne Loncan apre la rassegna dei lavori che presentiamo e sottolinea che «In assenza di legami biologici, il legame di filiazione si costruisce solamente sulla base delle funzioni simboliche, pienamente richieste affinché si attuino i necessari processi di affiliazione». L’autrice analizza gli effetti dannosi della falsificazione e della mistificazione. Queste deformazioni alimentano fantasmi e rappresentazioni nascoste, ostacolano inoltre il sentimento di appartenenza e la formazione di nuovi legami. La Terapia familiare Psicoanalitica [TFP] «concorre alle ricostruzioni psichiche nello spazio dell’involucro familiare che si va formando. In questo quadro terapeutico nel quale si mette in opera un grande cantiere psichico, le difese potranno ammorbidirsi per lasciare spazio a un’illusione gruppale più coesa» (Loncan).

Evelyn Granjon introduce il concetto di affiliazione-filiativa: il legame con la nuova famiglia si fonda su un processo simbolico e narcisistico, «affinché l’adozione non sia un esilio ma permetta una sintonizzazione tra la vita psichica nascente (o stabilita) e l’ambiente familiare e sociale che lo accoglie». Eppure dalla nuova alleanza il bambino eredita aspetti familiari inconsci del «patto denegativo», la sua presenza rievoca i «resti non elaborati del passato» e la parte non-conosciuta delle sue origini risveglia ombre misteriose della storia familiare. L’alleanza di adozione si stabilisce in modo coercitivo su questo duplice mistero. Il progetto terapeutico indicato dall’autrice, una TPF, propone «di spostare e recuperare nel neo-gruppo, ciò che è fuori dalla portata nella famiglia e ne aliena i membri» (Granjon).

Ivana De Bono dà testimonianza della voce dei bambini incontrati presso alcuni istituti ucraini, commentando le conseguenze del trauma dell’abbandono. L’autrice mette in evidenza la necessità di ricercare e mantenere «il filo della continuità fra il prima e il poi, fra le radici e i suoi frutti, fra le emozioni indicibili e la possibilità di renderle comunicabili e dotate di senso». Possiamo considerare il senso di continuità come un elemento cerniera, che dà la possibilità di integrare l’esperienza passata con quella presente. Il bambino adottato necessita di mantenere uno spazio vivo, anche solo a livello simbolico, delle proprie origini. Il recupero del nucleo originario delle memorie sensoriali ed emotive, rappresenta per gli adottati un punto di partenza per recuperare il senso autentico della propria storia, del proprio Sé. La famiglia adottiva, in continuo divenire, svolge una funzione fondamentale e durevole nel tempo, verso la riparazione dei vissuti traumatici. Il gruppo del post adozione, caratterizzato dall’essere ambiente facilitante di riflessione e confronto, è «una palestra in cui si esercita la capacità di tollerare la frustrazione e l’incertezza […] e la capacità di coltivare aspettative positive anche in assenza di risultati immediati».

Fiorenza Milano presenta un caso nel quale l’adozione si inserisce in una storia di violenza misconosciuta caratterizzata da maltrattamento, abuso e abbandono. L’autrice evidenzia come il piccolo paziente rappresenti l’emergente «per la sua famiglia d’origine di un mito familiare tragico dove i sospetti di incesto si intrecciano con i traumi di morti violente. Ma nell’adozione… continua ad essere emergente per la famiglia adottiva di un segreto familiare… vissuto come colpa e vergogna pesantemente segregato e profondamente attivo ed influenzante il processo dell’adozione e di affiliazione». Diventa quindi fondamentale nel percorso terapeutico l’elaborazione delle motivazioni all’allontanamento e l’elaborazione del fantasma delle origini. Si tratta quindi di capovolgere lo stereotipo violento dell’adozione intesa come cancellazione di identità, come frattura traumatica con un passato comunque costitutivo del bambino. Piuttosto è necessario, secondo la terapeuta, che nella storia della famiglia adottiva e all’interno della rete familiare allargata vi sia la capacità di trasformare l’ostilità e la persecutorietà attraverso l’elaborazione dei passaggi della vita con i loro aspetti traumatici.
La prospettiva dell’attaccamento ha messo in luce l’importanza delle relazioni di attaccamento infantili nel determinare gli schemi mentali che organizzano le esperienze, comportamenti e le emozioni dell’individuo nel tempo (Modelli Operativi Interni MOI). Il contributo di Giulio Cesare Zavattini, Ester D’Onofrio, Cecilia serena Pace, Viviana Guerriero, e Alessandra Santona, attraverso la presentazione e discussione di un caso, mette in evidenza l’importanza della qualità del parenting, del caregiving e della capacità riflessiva della madre adottiva. L’adozione può rappresentare una esperienza relazionale positiva che può favorire il passaggio da un pattern ‘insicuro’ dell’attaccamento (caratterizzato da sentimenti di timore e paura dell’altro), ad un pattern ‘sicuro’ (caratterizzato da una capacità di fidarsi e di affidarsi all’altro), riconoscendo i propri bisogni di cura e di accudimento. Secondo gli autori, sembra che un modello di attaccamento ‘sicuro’ e una buona Funzione Riflessiva nella madre adottiva possano stare alla base di una capacità genitoriale in grado di instaurare interazioni positive e di comprendere gli stati mentali che posso essere all’origine di atteggiamenti infantili aggressivi e di rifiuto dei bambini late adopted.

L’intervento di Laura Dallanegra e Lidia Vitalini si focalizza sullo studio della relazione di coppia. Le autrici ritengono centrale, per un buon funzionamento, che entrambi i partner abbiano raggiunto la capacità di oscillare tra una posizione narcisistica (non necessariamente patologica) e una posizione di investimento oggettuale, verso un oggetto a sua volta in grado di rimettere in moto l’oscillazione. Attraverso un’esemplificazione clinica, approfondiscono come si esplicano e si intrecciano nella coppia adottiva le dinamiche intrapsichiche e relazionali individuali condeterminando e condizionando il funzionamento della coppia.

Il contributo di Jenny Sprince si focalizza sul mondo interno dei bambini late-adopted e sullo sviluppo della formazione delle figure interne. Secondo l’autrice, il compito richiesto ai genitori di un’adozione tardiva sarà quello di portare in ‘famiglia’ non soltanto i bambini adottati ma anche le figure che abitano il mondo interno dei bambini stessi, figure invisibili che esercitano una influenza potente. Attraverso lo studio di casi clinici vengono esplorate le difficoltà che questo processo di integrazione può incontrare.
Da un altro vertice, partendo cioè dall’esperienza con gruppi di genitori adottivi, il lavoro di Giuliana Mozzon si focalizza sulla difficile accettazione di un’identità parentale caratterizzata da assenza di radici biologiche, incertezza riguardo l’attaccamento affettivo del figlio e minaccia del fantasma dei genitori naturali.
Entrambe le autrici riportano in modo approfondito la loro esperienza clinica. Per Jenny Sprince il gruppo di operatori del setting residenziale può offrire una opportunità di uno spazio di pensiero e riflessione, sostenuto da supervisioni cliniche.
Per Giuliana Mozzon l’utilizzo dello spazio gruppale permette di dare voce, rispondere alle domande mute dei genitori adottivi e di creare uno spazio mentale che favorisca l’accesso a una dinamica interna di rappresentazione e elaborazione.
Susanna Messeca racconta il percorso di recupero della capacità di narrare la propria storia da parte di una bambina adottata, con tratti autistici, che respingeva ogni tipo di narrazione. I bambini adottati, spiega l’autrice, durante l’infanzia vivono una frattura della continuità dell’esistere, che è fortemente legata alle cure materne ricevute e che fornisce gli involucri sensoriali primari. Nessuno è capace di restituire a questi bimbi le piccole storie della primissima infanzia o del periodo prenatale. Tale furto produce uno strappo nella mente, una carenza che alimenta dei vuoti angoscianti, a cui non si trova un senso. Nel caso riportato, gli stessi genitori adottivi non erano stati capaci di raccontare la verità dell’adozione. Solo lungo una faticosa elaborazione inconscia, la protagonista inizierà a contattare la propria verità emotiva. Con l’aiuto della terapeuta e di un ambiente favorevole inizierà il suo recupero del senso di continuità, aprendosi anche alla capacità di narrare le sue fantasie, il suo sentire.
Continuando sul versante narrativo, Ondina Greco nel suo lavoro parla della doppia origine dell’adottato e della sua persistente connessione con il mondo originario. Il dolore dell’abbandono è indicibile e l’oscuramento o la rimozione sono favoriti dal gruppo familiare adottante. Il sentimento resta confinato in spazi segreti, potremmo dire incistato, insieme alla storia passata, mentre la visione del quadro familiare si riduce in una dimensione monocromatica. L’autrice presenta due casi significativi, di due giovani adottati che trovano, attraverso il segno sulla pelle, una via per contattare quella traccia segreta: il tatuaggio rappresenta per loro il segno indelebile dell’affetto «ufficialmente assente». L’articolo suggerisce un necessario lavoro psichico, intenso e faticoso, che possa favorire l’apertura di uno spazio meta familiare, atto a costruire una rappresentazione familiare comprendente entrambi i nuclei genitoriali (il nuovo e quello originario). L’esclusione del terzo elemento si rivela, prima o poi, con tutta la sua forza dirompente e mette alla prova i legami adottivi vacillanti.
Analogamente, Ermanno Margutti e Fiorenza Milano esaminano l’aumento delle crisi di famiglie con adolescenti adottivi. La tesi è che la famiglia adottiva si costituisca su un legame sincretico, chiamato dagli autori “vincolo di estraneità”, un aspetto legato alla familiarità. Inconsciamente le famiglie adottive, in cambio di un affrettato e precario rapporto di parentela, rinnegano l’originalità e l’autenticità che le caratterizza, mettendo in scena un processo che gli autori chiamano di “inglobazione dell’alieno”. Se in un primo momento questo fenomeno ha lo scopo di compattare la coppia e la famiglia, nelle fasi transitorie e nell’adolescenza del figlio si rivela come un boomerang, che mette in crisi il senso di appartenenza e l’identità familiare. La famiglia adottiva potrà attraversare passaggi critici e fasi transitorie di sviluppo, vere dis-organizzazioni e ri-organizzazioni strutturali; da qui nasce l’ipotesi della in-terminabilità dell’adozione. Descritta similmente da Brodzinsky e coll. (1993) come un’esperienza che attraversa l’intero corso di vita.
Come Andrea Sabbadini nel numero 28 di Funzione Gamma osserva che «alcuni film sono particolarmente adatti ad una lettura psicoanalitica e a fornire ai terapeuti osservazioni e intuizioni utili nel loro lavoro clinico», così Maria Teresa Palladino propone alcune riflessioni attraverso l’analisi di tre film. La narrazione filmica ci può aiutare a comprendere le possibili realtà familiari da cui spesso provengono i bambini adottati. Sono storie di adolescenti, le cui gravidanze esprimono, in modi differenti, uno stesso disagio nel dover crescere e diventare donne, che pare legato al desiderio di superare le difficoltà relazionali con le proprie madri. La pancia sembra allora una sorta di oggetto transizionale, una dichiarazione di emancipazione dalle relazioni familiari fortemente problematiche. La clinica purtroppo ci insegna che i bambini nati inconsciamente “per colmare un vuoto”, si trovano molto spesso coinvolti, come le loro madri, nelle medesime carenze di accudimento. L’autrice affronta anche la “latitanza” delle figure maschili (padri e compagni) nelle situazioni di invischiamento relazionale e sottolinea la rilevanza del ruolo paterno nel processo di separazione della coppia madre figlia.
Vittorio Lingiardi e Nicola Carone affrontano un tema molto complesso e delicato, cioè si chiedono se l’essere adottato da genitori dello stesso sesso comporti ulteriori difficoltà al processo evolutivo di in bambino con una precedente storia di abbandono. In questo modo ci stimolano a studiare criticamente nuove narrative famigliari e ci avvicinano al problema dell’accettazione psicosociale delle molteplici costruzioni familiari e delle loro necessarie possibilità di elaborazione.  A tal fine gli autori danno una lettura della questione adottiva nell’ottica del mito di Edipo, che parla di abbandono e adozione, valutando gli aspetti del complesso edipico nelle esperienze di genitorialità di persone gay e lesbiche.
Trattando il tema dell’adozione abbiamo ritenuto importante includere anche una ricerca sulla procreazione medicalmente assistita. Infatti le coppie con difficoltà di concepimento, possono decidere, tra le tante alternative, di ricorrere alla tecnica della PMA. Il lavoro di Laura Volpini e Manuela Melis si pone l’obiettivo di indagare le rappresentazioni della procreazione assistita e del rischio drop-out nelle coppie, in un campione generale, nello specifico studenti universitari di psicologia, attraverso l’utilizzo del focus group. Infatti si fa sempre più evidente, per poter sostenere nel modo migliore le coppie, la profonda necessità di capire sul perché del tasso elevato del drop-out e sul come poter intervenire o almeno restringere questo fenomeno. L’argomento della PMA è molto peculiare e poco trattato, persino nella scienza è ancora poco noto ed esistono delle grandi lacune. Per le coppie il contesto è caratterizzato da una forte incertezza e una particolare carenza di informazione. Da questa ricerca emerge l’esigenza di maggiore approfondimento a livello sociale e psicologico dei problemi connessi all’infertilità e alla legge 40 del 2004; non esiste infatti una corretta informazione sulla prevenzione della infertilità e sulle modalità di intervento precoce e possibile, né una sufficiente formazione degli operatori centrata sui bisogni della coppia.

Come premesso e come si può ricavare da questa breve sintesi, gli interventi di questo numero, attraverso stili differenti, coprono una vasta gamma di problematiche e di approcci terapeutici al tema dell’adozione. Abbiamo cercato di fare in modo che ogni autore potesse dare il suo apporto nel modo più personale e originale, così da comporre una vivace e stimolante occasione di riflessione.

Bibliografia

Artoni Schlesinger, C. (2006). Adozione e oltre. Roma: Borla.
Brodzinsky, D.M., Schechter, M.D. & Henig, R.M. (1992). Being Adopted. The Lifelong Search for Self. New York: Anchor Books.
Cyrulnik, B. (2009). Autobiografia di uno spaventapasseri. Milano: Raffaello Cortina
Greco, O. (2006). Il lavoro clinico con le famiglie complesse. Milano: F. Angeli.
Sabbadini, A. (2012). Introduzione al numero di Psicoanalisi e Cinema: “Come in uno specchio”. Funzione Gamma n. 28. Reperito in https://www.funzionegamma.it/
Saottini, C. (2004). L’intimo straniero: filiazione e affiliazione in un gruppo omoge­neo di genitori nell’adozione internazionale. In S. Corbella, R. Girelli, S. Marinelli (a cura di), Gruppi omogenei. Roma: Borla.

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