Dentro la violenza

Le diverse configurazioni della violenza alle donne: quale prevenzione?

Mentre mi accingevo alla scrittura della relazione per la presentazione alla giornata odierna, si affollavano nella mia mente le molte raffigurazioni femminili presenti nei miti: Pandora, Demetra e Persefone, il mito del Paradiso ed altre ancora. Il denominatore comune di queste narrazioni è la celebrazione di un femminile depauperato, svilito, silenzioso, poiché deprivato culturalmente della parola dall’imposizione di un codice patriarcale, che non le ha dato voce ed ha costruito rappresentazioni maschili dell’esperienza femminile.
Vivere la sofferenza in silenzio è stato, per lungo tempo, un modo per le donne di essere al mondo; d’altra parte esse nascono e si sviluppano in un ordine simbolico maschile che ha reso arduo e per secoli impossibile, l’accesso al mondo della conoscenza deprivato, in tal modo, del contributo creativo femminile.
Le propaggini culturali di queste rappresentazioni si allungano fino al presente, traducendosi in condotte aggressive, distruttive e violente perpetrate sulle donne. Basti pensare al fenomeno delle ‘spose bambine’ ancora diffuso nell’Asia meridionale e nell’Africa subsahariana, una tradizione che le costringe ad interrompere anzitempo il ciclo di studi e le espone al rischio di gravidanze precoci. Una consuetudine che non può non evocare nel nostro immaginario il destino di Kore, fanciulla pubere divenuta Persefone in seguito al rapimento da parte di Ade. Nel mito Kore è sopraffatta dalla complicità dell’ordine maschile, rappresentato da Zeus e da Ade, e non tutelata da una madre incapace di ascoltare i desideri ed i bisogni della figlia adolescente, e di conferire ad essi una rappresentazione attraverso la parola.
La sua stessa nascita è frutto di un rapporto incestuoso subito da Demetra ad opera del fratello Zeus. Kore non si trasformerà in una donna desiderante dotata di una propria identità autonoma,  ma rimarrà una figlia soggetta ad una madre grandiosa, potente e generatrice alla quale può sottrarsi soltanto in quanto regina degli Inferi, identificandosi con il potere maschile di Ade.
Nel mito s’impone l’assenza di una sessualità femminile vitale e consapevole, Kore ricapitola nella sua storia la trasmissione psichica transgenerazionale di uno stupro inelaborato e la mancanza della figura paterna, del terzo nella sua funzione protettiva e differenziante.
In ognuna di queste realtà, l’esercizio del potere maschile si consuma sul corpo femminile, anche con il controllo della maternità; l’uomo infierisce su questo corpo collocandovi la propria debolezza, il proprio senso del limite e d’incompiutezza ontologica.                                                        Il rigetto di questi elementi intollerabili è favorito e sostenuto dalle disuguaglianze sociali, storicamente e culturalmente presenti, che soltanto un lento e relativamente recente processo di emancipazione femminile e di trasformazione sociale sta modificando; all’interno di questo rinnovamento l’uomo vive, spesso, sé stesso come il dominus umiliato e spodestato del suo ruolo patriarcale e della sua identità maschile .
Le diverse ideologie religiose poggiano, a loro volta, le fondamenta della loro dottrina sulla discriminazione sociale e psicologica tra i generi maschile e femminile.                                                                                                                                Nell’islam fondamentalista il femminile viene occultato ed imprigionato in una condizione esistenziale che priva la donna delle più elementari forme di autonomia ed impedisce lo sviluppo del loro potenziale umano; mentre in occidente il femminile soffre di altre modalità di svalutazione e di screditamento attraverso la trasformazione della donna nell’immaginario collettivo in un oggetto sessuale, da usare secondo le leggi del mercato economico o come un oggetto da esibire a sostegno ed estensione del narcisismo maschile. La donna, nella sua veste di soggetto professionale, continua ad essere discriminata dalla non equiparazione economica nel mondo del lavoro, a parità di posizione e competenze. Accanto a queste esistono antiche ed inaccettabili forme di violenza fisica esercitate sul corpo femminile, quali le mutilazioni dei genitali femminili praticate in varie regioni dell’Africa; di cui ricordiamo l’escissione della clitoride e l’infibulazione. Queste pratiche finalizzate ad un controllo della sessualità femminile comportano spesso, per le conseguenti infezioni, uno stato di infertilità aggiungendo al controllo sessuale quello sulla capacità riproduttiva della donna e su un’ eventuale maternità; a tal riguardo desidero ricordare che, in queste culture, la donna sterile è ritenuta  responsabile della propria sterilità e per questo considerata un essere incompleto, privo del ruolo biologico e sociale                                                                                                                                                              Nell’Occidente, la donna impegnata nella conquista e difesa dell’autonomia e dell’autosufficienza, protesa all’affermazione professionale, politica e sociale, ha potuto svincolarsi dal destino biologico e sociale della maternità, di cui alla fine dello scorso secolo sembrava potesse deciderne i tempi e le modalità. Quello che si presentava come un’importante risultato dell’emancipazione femminile si è rivelato un fenomeno illusorio soggiacente alle leggi economiche in base alle quali la ‘scelta’ della maternità, è scivolata temporalmente sulla soglia dei limiti biologi per la procreazione; una condizione che spinge la donna a dover intraprendere il difficile e doloroso percorso della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).
Una volta divenuta madre si trova a far fronte ad un duplice impegno: quello della costruzione e del mantenimento di una posizione professionale, e quello di madre capace di accogliere e gestire i bisogni evolutivi di un figlio nel suo percorso di crescita. Ingaggiata su questo doppio registro accade che finisca per offrire una maternità organizzatrice e fattuale piuttosto che delle cure rivolte ai bisogni sensoriali ed emotivi dei propri figli.                                                                                          A questo punto, possiamo riconoscere l’esistenza di diverse forme di manipolazione della maternità, che variano a seconda della cultura in cui tale controllo si esercita.                                                                                                                               Nella società globalizzata ci troviamo ad assistere a nuove manifestazioni di aggressività che si celano dietro l’anonimato della rete, considerata un garante per chi viola l’intimità dell’altro.
I social network sono i luoghi dove, spesso, si consuma l’attacco aggressivo e screditante alle donne. Molti eventi di cronaca vedono protagonisti di vicende drammatiche giovani donne, coppie di adolescenti e giovani adulti. Sono proprio gli adolescenti ed i giovani adulti che si cimentano con il processo di soggettivazione e di riqualificazione simbolica ad essere, per via di questa esperienza rifondazione identitaria, a profondo contatto con i limiti culturali e le trasformazioni sociali in atto nella società.
La transizione tra il precedente sistema di rappresentazioni di sé e dell’altro, e quello in via di elaborazione li costringe a fronteggiare profonde angosce di annientamento e di perdita.                                                                                                 Winnicott sosteneva che la più grande sofferenza psicologica avviene quando si perde la rappresentazione dell’oggetto piuttosto che l’oggetto stesso; l‘unica realtà dell’oggetto diviene, allora, la sua mancanza e quindi per alcuni soggetti, la sofferenza viene riconosciuta come unica reale.
Per fronteggiare l’angoscia generata dal sentimento di non esistere e di perdita di sé, accade che questi giovani si ancorino al negativo: provare dolore, soffrire ed essere distruttivo divengono, dunque, modi di essere.
Nel tentativo di far fronte alle angosce depressive e paranoidi, in questa condizione di depersonalizzazione, essi si trovano a transitare tra diverse aree psichiche rappresentate dalla famiglia, dalla comunità adulta, dal gruppo e dall’isolamento. Si tratta di soggetti che non hanno potuto vedersi e trovarsi nello sguardo riflettente materno e a cui è venuto a mancare l’apporto normativo, simbolico del padre. Il venir meno dell’apporto nutritivo del genitore, quale oggetto stabile e differenziante in cui rispecchiarsi, ha ingenerato una confusione tra sé e l’altro e tra le generazioni.
In questi casi il fallimento rappresentazionale ed il processo di soggettivazione incompiuti comportano il ricorso a difese di tipo narcisistico che influenzano il corpo e la condotta (droghe, anoressia, tendenza all’acting). Questi giovani cercano altrove un sostegno per costruire un’identità, un’immagine di Sé ed i social network divengono luoghi dove collocare i diversi Sé, protesi del Sé mancante; luoghi dove si può apparire anziché essere, in cui l’apparire diviene una forma spuria di esistere.  Comunicare nello spazio virtuale può divenire un modo per evadere, difensivamente, il dolore mentale che accompagna la rappresentazione psichica dell’esperienza del proprio Sé incarnato. Lo spazio virtuale si costituisce come un luogo ideale, avvincente e facilitante che favorisce il diniego e la scissione degli aspetti corporei e dell’identità sessuale, affidandone l’espressione e l’esistenza ai diversi Sé virtuali.
Viene meno, in questo sistema, il nesso temporale che collega il presente ed il passato nella storia personale del soggetto ancorato al proprio corpo, da cui trae significato l’esperienza personale e di relazione nel percorso di costruzione identitaria.
In questi luoghi virtuali vengono postati video che propongono la visione di atti reali di violenza di ogni tipo: fisica, sessuale…. queste foto e video offrono, a volte, la testimonianza del loro essere adulti nel negativo. La sessualità stessa è agita senza alcuna capacità di riconoscere l’altro come soggetto differenziato, di cui si fa un uso narcisistico, autoerotico e masturbatorio.
La società stessa non offre loro alcun tipo di contenimento, pensiamo alla pornografia dilagante e all’esposizione iperbolica e costante a stimoli sessuali e messaggi eccitatori che questi giovani non possono mentalizzare, i quali sfociano frequentemente in un surplus psichico integrativo che s’impone alla mente.
I social network si costituiscono come comunità virtuali dove questi giovani esibiscono la loro intimità nel tentativo di ricevere approvazione e commenti dal gruppo oppure provando a prendere in modo voyeristico dall’intimità dell’altro. Viene meno il limite tra privato e pubblico, tra sé e l’altro, e l’intimità viene assorbita dalla comunicazione del gruppo.
L’appartenenza al gruppo, da esperienza facilitante l’acquisizione di un’identità definita, si trasforma in un’esperienza fusionale in cui il soggetto si con-fonde con l’altro da sè. Questo, tuttavia, non è sempre tollerato ed il gruppo finisce per tradire il patto, come nel caso di Tiziana Cantone, in cui l’accordo originario, è venuto meno, mettendo a nudo, la partecipazione sessuale della ragazza scelta come vittima dal branco perché percepita culturalmente e socialmente aggredibile, un soggetto debole da trasformare nel proprio oggetto sadico, collettore degli aspetti incompiuti e distruttivi espulsi dal gruppo.
Ricordiamo che Tiziana si suicidò dopo che fu pubblicato su Internet, in forma anonima, un video che divenuto virale ebbe una larghissima diffusione e visualizzazione. Tiziana si rivolse alle autorità competenti alla ricerca di tutela e protezione, ma l’assenza di una risposta di sostegno e di assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni finì per relegarla in una condizione di isolamento sociale; il suo fu un tentativo di sottrarsi al giudizio colpevolizzante della comunità, che la trasformò in una blaming victim.
I responsabili della sua morte non sono ancora stati identificati, la sua storia e la sua vita interrotte cadranno nell’oblio insieme a quelle di molte altre.
Gli stessi mezzi di comunicazione promuovono e pubblicizzano la notizia di queste tragiche storie femminili nel momento in cui accadono con una connotazione sensazionalistica per poi spostare prontamente la loro attenzione all’evento di cronaca successivo.
Il riconoscimento dell’identità del singolo quale risultato non solo di un processo individuale, ma anche dell’influenza strutturante della cultura di un gruppo (che sia quello dei pari, della famiglia o della società allargata) può favorire attraverso il lavoro collaborativo dei media e di studiosi esperti, una comprensione esaustiva degli accadimenti ed un’elaborazione collettiva in termini individuali, sociali ed istituzionali. Lo stesso Z. Bauman individua l’origine dell’istanza etica originaria nel riconoscimento dell’altro che chiama il soggetto alla responsabilità; è nel rispondere di ‘qualcosa’ e a ‘qualcuno’ che ha bisogno e ci convoca che diveniamo soggetti morali, etici ed in quanto tali sociali.
Vi sono altre storie di violenza tristemente conosciute alla cronaca: che vanno dalle molestie sessuali nei luoghi di lavoro, alle violenze famigliari di tipo fisico, allo stupro perpetrato dal partner o da estranei ed altre ancora…. .
Altre meno evidenti forme di violenza, ma non per questo meno gravi, sono legate al maltrattamento e alla violenza psicologica nell’ambito dei rapporti di coppia ed intra familiari.  In questi casi la donna si trova, talvolta, a vivere una relazione di tipo perverso in cui tra i soggetti esiste una collusione patologica ed una identificazione proiettiva con l’altro, a cui si affidano parti di Sé, che finiscono per costituire la struttura del legame.
Il contratto inconscio sadomasochistico tra le parti costituisce una garanzia di non abbandono e di non separatezza e diviene una via di soddisfazione di pulsioni inaccettabili. Si tratta, spesso, di persone con nuclei patologici o con storie personali pregresse di relazioni abusanti, in cui hanno assistito o subito situazioni di violenza familiare. Il trauma psichico inelaborato, in queste famiglie, si trasmette attraverso le generazioni con l’adozione di modelli di regolazione affettiva di tipo violento, che predispongono all’assunzione di ruolo vittima/persecutore.
La donna stessa si trova prigioniera di un confitto tra il bisogno di negare esperienze spaventose, sostenuto dalla vergogna di essersi resa vittima di abusi, e quello di denunciarle sciogliendo i vincoli di un patto d’obbligazione opprimente.
Nella stanza d’analisi ci confrontiamo con le situazioni più diverse che vedono la donna sottoposta ad ogni sorta di svalutazione e disconferme del Sé. Queste possono essere presenti in modo manifesto con comunicazioni, atteggiamenti ed imposizioni costanti oppure attraverso un lento e continuo flusso di comunicazioni allusive ed insinuanti che possiamo definire, clinicamente, dei veri e propri traumi cumulativi. “In cui l’oggetto impone il legame nel non legame…e soprattutto introduce un senso di invalidante perdita di sé, uno stato perdurante di mortificazione, una perdita di attribuzione di valore verso la propria realtà psichica e di resa alla realtà psichica altrui” (Botella e Botella, 2004, pag. 161). Queste donne appaiono disorientate, impotenti dinanzi ai comportamenti violenti del maltrattatore agiti, a volte, in modo improvviso perturbante ed inaspettato, in cui un elemento estraneo si insinua nel familiare, lo sconosciuto irrompe nel conosciuto dell’affetto e della relazione.
Ad alcune di esse l’accesso al mondo del lavoro conferisce una maggiore indipendenza economica e la possibilità di uscire da una condizione d’isolamento sociale confinato, precipuamente, nell’ambiente domestico e famigliare. Questi cambiamenti esitano, di frequente, in un lavoro terapeutico sul proprio mondo interno quale rinforzo narcisistico identitario; la costruzione di una nuova rappresentazione di sé stessa può portarle ad attivare dei progetti di vita che investono gli equilibri interni alla relazione di coppia.
In taluni casi le richieste di cambiamento possono scatenare nel partner una escalation di atti violenti, che nella sua forma estrema conduce ad un rischio per la vita stessa della donna e talvolta dei figli.
E ’nel momento in cui provano a sottrarsi alla relazione che l’altro agisce in modo violento l’impossibilità a lasciarle andare, a perdere un oggetto-Sé percepito come vitale per la propria economia psichica.
L’efferatezza dell’atto è accompagnata da indifferenza ed insensibilità al dolore fisico, psicologico e morale della vittima.  In questi casi s’impone, il progetto delirante e perverso di negazione dell’umanità della vittima, la cui stessa esistenza è vissuta come una provocazione, che spinge l’aggressore verso l’atto crudele e spietato.
Le loro richieste di aiuto spesso reiterate non ottengono delle risposte istituzionali tempestive ed adeguate, queste stesse donne sono lasciate sole e nei casi di condanna le pene sono esigue, non commisurate alla gravità del reato e accade che i colpevoli beneficino di riduzioni del periodo di reclusione per buona condotta. C. Bollas, nella relazione presentata al 49th Congress IPA 2015, ci ricorda: “La distruttività attivanon è difficile da individuare, tuttavia la forma più pervasiva della distruttività umana è quella passiva quando i sé, i gruppi o le istituzioni rimangono inattivi, mentre un loro intervento arresterebbe il processo distruttivo.” Sono sempre stata fermamente convinta della necessità d’intervenire su queste sacche di disagio sociale e di smarrimento psichico diffuso specifici della nostra contemporaneità, con una politica sociale che veda la realizzazione di Servizi di sostegno alla persona, rivolti nell’ottica della prevenzione innanzitutto al mondo dell’infanzia, dei giovani e delle donne.
Con la volontà di rendere attuabile questa progettualità, ho collaborato con il dipartimento di Scienze Aziendali della facoltà di Economia di Roma 3, alla realizzazione di un progetto pilota: un Servizio di Consultazione per gli Studenti.   All’interno di questo spazio riservato, al riparo da connessioni esterne, il soggetto che vi accede può essere agevolato a costruire legami dentro e fuori di sé, facilitando una maggiore e funzionale transitabilità tra le aree della propria mente e riuscendo a dare rappresentazione ad immagini, fantasie e bisogni fino a quel momento espressi, maggiormente, in forma di disagio o di sintomo.

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