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LA FORMA DELLA PSICHIATRIA

recensione di Giorgio Cavallari

Siamo di fronte ad un testo la cui lettura è indubbiamente una esperienza “forte” per chi vi si voglia addentrare: per la ricchezza dei suoi contenuti, e ancora di più per la loro articolazione, per la presenza di un “filo rosso” che lega fra loro articoli che vedono impegnati diversi autori, e diverse tematiche che sono affrontate, esposte, discusse criticamente.

Anzi, più che di un filo nel volume si parla di sinopie, che letteralmente altro non sono che i disegni preparatori che gli artisti seguivano per la realizzazione di pitture a fresco, o anche di mosaici. Le sinopie erano tracce destinate a guidare l’opera compiuta.

L’”opera” a cui gli autori hanno messo mano nello scrivere i loro capitoli ha un nome: la psichiatria, o meglio come dice il titolo le forme della psichiatria. Se il termine “rivoluzione” viene spesso utilizzato per descrivere con una certa retorica fenomeni che se ben considerati hanno poco di veramente rivoluzionario, dobbiamo invece dire che ciò che investì la psichiatra nel mondo, ma possiamo dire con un certo orgoglio in particolare nel nostro paese, a partire dagli anni settanta del secolo trascorso fu una vera rivoluzione.

Il termine più usato per descrivere ciò che accadde, e che si sostanziò nel 1978 con la legge di riforma dell’assistenza psichiatrica, da molti definita “legge Basaglia” dal nome dello psichiatra che ne fu il promotore principale, insieme a molti altri medici, operatori sanitari e sociali, normali cittadini e soprattutto pazienti, fu quello a tutti noto di de-istituzionalizzazione. Con tale termine si concepì, e si realizzò progressivamente, il passaggio da una psichiatria praticata nel chiuso dei manicomi ad una condotta nella dimensione aperta dei servizi territoriali e domiciliari, negli ospedali generali, soprattutto nel territorio e nella società.

Se il vecchio ospedale psichiatrico “separava” il dramma della malattia mentale all’interno di istituzioni chiuse, dove il controllo e la sorveglianza finivano con l’avere la priorità nella definizione delle strategie terapeutiche, la nuova concezione e pratica della psichiatria faceva dell’inserimento, del re-inserimento, della partecipazione dei malati ai luoghi, alle vicende, alla vita della società umana il suo obiettivo principale.

Non sfuggirà al lettore che il titolo “La forma della psichiatria” sia seguito dal sottotitolo Passione e Pratiche. La psichiatria è prima di tutto pratica clinica che mira a lenire, ma anche a dare senso e dignità alla sofferenza mentale. E’ prima di tutto clinica nel senso etimologico del termine, dove con tale parola si evoca il gesto del medico che si piega in modo sollecito e premuroso sul paziente, per comprendere, per fare diagnosi, ma prima di tutto per porre in atto la propensione presente in ogni essere umano a mettere in campo attenzione e ascolto empatici quando si trova di fronte alla sofferenza di un suo simile. Propensione che la tradizione junghiana ci insegna a considerare come originaria cifra dell’umano, cioè possibilità universale, archetipica, che si declina in forme plurime ma è presente in ogni cultura.

La terapia, letteralmente intesa come “mettersi al servizio” dell’uomo malato, prima di operare con una tecnica finalizzata a lenire il dolore deve mettere in campo la attenzione, l’ascolto, l’accoglimento delle parole, dei gesti, del volto del paziente che si rivolge al terapeuta, che è presente di fronte a lui come uomo prima che come detentore di una tecnica specifica.

Per fare questo la pratica clinica deve essere nutrita da una autentica passione, dove tale termine possiede tutta la ambivalenza creativa di una parola che rimanda al concetto di  pathos inteso come patologia, sofferenza, ma anche come  “passione”, slancio ed energia creativa da porre coraggiosamente nell’azione della cura.

La passione guidò sicuramente la svolta che portò la psichiatria nella seconda metà del secolo scorso ad un approccio umanizzante alla sofferenza mentale, contro la discriminazione e la emarginazione e a favore della restituzione di dignità, libertà e possibilità di vita autenticamente vissuta ai malati di mente. Guidò le azioni, le sperimentazioni coraggiose, le iniziative creative di psichiatri, psicologi, infermieri, educatori, operatori sociali, coinvolse la società civile, diede voce ai malati e ai loro familiari.

La passione fu preziosa allora, ma leggere il libro ci aiuta a pensare quanto sia oltremodo necessaria oggi, nei servizi psichiatrici, nei consultori, nelle scuole di psicoterapia, nelle società analitiche, ovunque si pratichi o ci si formi per essere clinici e terapeuti. Su questo tema non si può non nominare una “passione” che attraversa il volume, e testimonia quanto sia centrale in esso la profonda impronta del pensiero junghiano nella pratica della psichiatria e della psicoterapia. Si tratta della passione per la comprensione simbolica dell’uomo, delle sue vicende e della sua sofferenza, psichica, somatica relazionale.

Se la sofferenza mentale nel secolo scorso correva il rischio di essere discriminata, emarginata e reclusa nelle istituzioni totali, oggi corre quello, apparentemente meno violento ma non meno pericoloso, di essere banalizzata, impropriamente semplificata, privata del suo spessore di esperienza dolorosa ma anche dotata di valore simbolico.

Scrive in modo incisivo, nelle prime pagine del libro, in un saggio dal titolo fughe verso la semplificazione, Angelo Malinconico: “..è avvilente constatare l’espulsione assoluta del pensare simbolico, netti viraggi verso la semplificazione delle dinamiche inconsce, l’irrigidimento in atti ‘terapeutici’ che andrebbero bene per chiunque, l’ossessione delle ‘valutazioni’ presunto-oggettive..”.

Hanna Arendt disse che l’essenza del male consiste fra l’altro nell’assenza del pensiero, e dopo avere letto il libro viene spontanea questa riflessione: curare il “male”, quando questo si presenta a noi sotto forma di sofferenza psichica, richiede il coraggio di emanciparsi da semplificazioni e banalizzazioni per mettere in campo la pur a volte rischiosa ricchezza del pensare simbolico. In questo, la rilettura in chiave junghiana della pratica psichiatrica, come si fa in questo volume, può essere di aiuto ed ispirazione. Soprattutto, è bene aggiungere, per i colleghi giovani che accettano oggi la sfida di misurarsi con la cura della malattia mentale.

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