N.15 - Il gruppo degli dei tra psicoterapia di gruppo e antropologia

Introduzione, il gruppo degli dei tra psicoterapia di gruppo e antropologia

                                                           “Qualunque sia la fede che professano,                                                                                tutti i poeti in quanto tali,                                                                                                   sono politeisti”                                                                                                           Auden

                                                         “Un uomo onesto è un uomo mescolato”
Montaigne

 

La nota canzone Acquarello del cantautore brasiliano Toquinho che recita così: “Sopra un foglio di carta lo vedi chi viaggia in un treno… sono tre buoni amici che mangiano e parlano piano… da un’america all’altra è uno scherzo ci vuole un secondo… basta fare un bel cerchio ed ecco che hai tutto il mondo…”  attiene ad un clima di incontro su un progetto di lavoro e di ricerca. In una terrazza romana, mentre dal mondo dell’informazione piovevano notizie drammatiche di conflitti ideologici, interetnici, ‘di civiltà’, come qualcuno pretende dire, si sono incontrati in una cena estiva gli autori di questa introduzione: il tono era quello della pacatezza, dello scambio e della curiosità per il pensiero dell’altro. Lo spunto della riflessione è stato di tipo autobiografico: il racconto di Enzo Scotto Lavina della sua conoscenza personale con Pierre Fatumbi Verger in Africa negli anni 60’, ricordo suscitato dalla ricorrenza del centenario della nascita del noto etnologo e fotografo francese. Si è così pensato di costruire un numero di Funzione Gamma, rivista telematica dell’Università La Sapienza di Roma, a partire da una riflessione sui temi e le realtà culturali affrontate da Pierre Verger, che sono oggi di grande attualità. Di qui il discorso si è orientato sulla natura della scelta di Pierre Verger di lavorare in Brasile, invitato da Jorge Amado. L’amicizia con il noto scrittore è documentata nel contributo di Antonella Rita Roscilli, presente nel numero, su Zelia Gattai, moglie di Amado e scrittrice a sua volta, che fornisce importanti notizie sulla biografia e la personalità di Verger. In Brasile Pierre Verger è entrato in contatto con la cultura popolare autoctona, in particolare a San Salvador de Bahia, che non solo ha osservato come etno-fotografo, ma che ha acquisito soprattutto nella sua componente africana e sincretistica, come testimonia l’attribuzione del nome Fatumbi. Enzo Scotto Lavina ha curato nel numero l’edizione italiana degli archetipi elaborati da Pierre Fatumbi Verger per Il gruppo degli dei yorouba, con una breve introduzione storica e un ricordo personale del grande studioso conosciuto in Dahomey nel 1966, oggi repubblica del Benin. La nostra riflessione ci ha portato a considerare quanto in epoca di scontri tra varie forme di integralismo può essere utile analizzare quei contesti culturali che, pur nella drammaticità dei conflitti storico-sociali che li caratterizzano, hanno potuto condurre o ‘inventare’ strategie culturali in grado di dinamicizzare e rappresentare il ‘dramma sociale’ nel senso  che gli ha attribuito Victor Turner,,antropologo britannico, nelle sue accurate analisi sul rito. Per Turner, infatti, il rituale ha l’importante funzione di integrare le istanze conflittuali del gruppo sociale, particolarmente intense in momenti di trasformazione che evidenziano gli aspetti precari dell’esistenza, in una performance rappresentativa (Turner V., 1966). La riflessione di Turner ci avvicina anche a concetti più noti agli studiosi italiani come quello demartiniano di crisi della presenza, qualcosa di simile ad una perdita delle coordinate dell’identità culturale che ‘decontestualizza’, (destoricizza, direbbe de Martino) il soggetto, ponendolo transitoriamente al di fuori di una dimensione culturale condivisa, nelle situazioni drammatiche dell’esistenza. Crisi che trova una modalità di risoluzione nella riattivazione da parte del gruppo sociale di un processo di significazione e di contenimento attraverso la rappresentazione drammatica e sacrale del rito magico-religioso. A questo riguardo sostiene de Martino: “Infatti il semplice crollo della presenza, la indiscriminata coinonia, lo scatenarsi di impulsi incontrollati, rappresentano solo uno dei poli del dramma magico: l’altro polo è costituito dal momento del riscatto della presenza che vuole esserci al mondo”  (de Martino E., 1973, pp. 73-74). La realtà del Brasile e delle sue culture multiple ci è sembrata molto adatta a cogliere il senso profondo della capacità sociale di ibridazione e meticciamento di forme religiose e culturali. Il carattere di queste relazioni tra gruppi ci ha portato a pensare che la natura fortemente politeistica ed ‘elastica’ dei fenomeni religiosi sia importante in contrasto con quella estremamente rigida che hanno assunto nei diversi contesti storici, ed anche attualmente, i monoteismi. A questo riguardo Francesco Remotti ha sottolineato la maggiore apertura del politeismo allo scambio con l’altro, mentre il monoteismo preferisce definizioni dure dell’identità. Per quest’autore “…il politeismo – così connessionista, possibilista e pluralista… – non sarebbe niente male per la ‘modernità’ e la voglia di ‘modernizzazione’” (Remotti F., 1996, p. 43). Ci è sembrato, allora, attinente a questa tematica denominare il numero ‘Il gruppo degli dei, tra antropologia e psicoterapia di gruppo” per poter meglio  definire in questo modo un’area comune e complessa dove i fenomeni  dinamici e polivalenti relativi al gruppo a funzione analitica ed ai rituali tradizionali potessero essere confrontati proficuamente. A questo punto della riflessione il gruppo di lavoro si è allargato con la partecipazione di Ginevra De Bellis, inglese di origine italiana, oggi in Italia per completare gli studi in psicologia e per questo interessata alla ricerca sulla funzione del sogno considerata in chiave antropologica e psicodinamica. Ginevra, preziosa per la sua conoscenza dell’inglese, ha segnalato al gruppo l’importante intervista-dialogo del 1996 tra Pierre Fatumbi Verger e Gilberto Gil, quest’ultimo grande musicista e oggi ministro della cultura del Brasile, pubblicata nel numero,  proponendo altresì un  contributo approfondito riguardante i risultati della sua ricerca . La formazione in campo antropologico di Alfredo Lombardozzi ha, poi, ispirato l’incontro con Vittorio Lanternari, uno tra i maggiori etnologi e storici della religione in Italia. Con lui il nostro gruppo ha organizzato un’intervista sul suo ultimo libro ‘Ecoantropologia’, (Lanternari V., 2003) che sarà pubblicata in un successivo numero di Funzione Gamma. Alcuni temi dell’intervista e del libro hanno, comunque, contribuito ad allargare la riflessione sui fenomeni del gruppo e sulle analogie e differenze con i contesti terapeutici tradizionali. Questi temi sono stati discussi anche con Massimo Canevacci, antropologo che si è occupato del Brasile e di tematiche sulla comunicazione culturale, il quale partecipa con un suo contributo al numero e che ha messo in evidenza anche gli aspetti contraddittori e conflittuali dei processi sincretistici. Alfredo Lombardozzi ha scritto per il numero un lavoro che tenta una sintesi ed una riflessione sulle analogie e differenze tra i contesti terapeutici del piccolo gruppo a funzione analitica e i rituali tradizionali. Questa riflessione è importante in quanto ha l’intento di mettere a confronto non solo le teorie antropologiche e di psicoanalisi di gruppo, ma anche le rispettive pratiche nella ricerca e nella clinica. L’idea del numero ha poi trovato una sua forma più concreta e definita grazie all’incontro di Claudio Neri a San Salvador di Bahia con Balbino Daniel de Paula, capo del terriero Ax ê Opò Aganju, ovvero pai de santo, colui che si fa intermediario tra la figura divina del santo e le persone che richiedono un intervento di cura e che è investito anche di poteri divinatori. Il terreiro costituisce lo spazio fisico dove si svolgono i riti del Candomblè, cerimonia di lontana origine africana sincretizzata con elementi del cristianesimo e che oggi alcune personalità tendono a riportare agli aspetti originali valorizzandoli. Il Candomblè, va, però, anche distinto da altri costumi di tipo tradizionale presenti in area culturale brasiliana, ed anche centro-americana, come il voodo e l’Umbanda, che si divide in macuba bianca e nera, che costituiscono risposte di tipo sociale differenti nella complessa realtà brasiliana, ma che afferiscono, comunque, al contesto dei culti magico-religiosi. La posizione di Verger rispetto a questa realtà ed ai fenomeni ad essa relativi non era solamente di approfondimento ed analisi scientifica, ma di partecipazione attiva a tal punto da avere attribuita la funzione di Ogan, cioè a dire, di consigliere laico del terriero, maturando negli anni uno stretto rapporto di scambio con quella cultura e anche personalmente con Balbino. L’intervista di Claudio Neri a Balbino, pensata e condotta in forma dialogica, è importante in quanto non solo fornisce alcune significative informazioni sul rito terapeutico ma, soprattutto, perché mostra il confronto-incontro tra due modalità culturali di pensare, ad esempio riguardo la funzione dei sogni nelle relazioni umane e le possibilità interpretative. L’incontro sembra costruirsi sul un filo sottilmente umoristico, quell’umorismo che aiuta ad accettare l’altro e superare non solo le ‘differenze’, ma anche le ‘diffidenze’, che ben conosciamo nella pratica psicoanalitica ed è tutt’altro dall’ironia liquidatoria. Un incontro è questo che permette anche di mantenere le ‘differenze’, ma scambiandosi le ‘forme mentali’ di differenti ‘saperi’: insomma un contesto di ‘meticciato’ che, a dire di François Laplantine “è un processo senza fine di bricolage”. Questo autore riflette sulla tendenza rischiosa all’eccesso da parte dell’identità differenzialista “… che non supporta per nulla la mescolanza e il meticciato, la contraddizione e il cambiamento. Essa cerca di isolare dei fenomeni allo stato puro, non meticciati, per esempio puramente biologici, puramente psicologici, puramente economici. Una tale concezione sottrattiva dell’identità, che conduce alla negazione del carattere composto, composito e polifonico degli esseri e delle culture, è costruita a partire da una funzione mutilante: quella dell’individuo che per restare <corretto> dovrebbe riassorbire la propria duplicità, triplicità, ecc…” (Laplantine F., 1999, p. 42). Temi questi che hanno, per chi si interessa di psicoanalisi di gruppo, una risonanza, che evoca il pensiero di Francesco Corrao il quale più volte ha sottolineato le complesse logiche dei processi gruppali, caratterizzati da una forma di comunicazione, che ampia il campo del significato verso la dimensione della polisemia. Descrivendo le modalità del pensiero di gruppo Corrao sostiene che: “L’uso della struttura analogica del discorso e l’uso della struttura metaforologica può essere definito come il tentativo di mettere in attività un pensiero multiplo, un pensiero multifocale, plurifocale o polivalente, per cui in gruppo quello che abitualmente consideriamo un detto cretino ha lo stesso valore di un detto intelligente” (Corrao F., 1995, p. 205) Sembra molto attinente questo genere di sguardo proprio rispetto alla necessità, nell’incontro con contesti culturali diversi, di rimettere in discussione i propri schemi di comprensione. Gli importanti temi trattati nella suggestiva intervista a Balbino sono ripresi nel numero nell’interessante commento di Réné Kaës, che ci aiuta a riflettere alle tematiche oniriche in diversi contesti culturali. Kaes invita a considerare i diversi contesti interpretativi del sogno nella cultura tradizionale e nella teoria psicoanalitica. A suo avviso Balbino inserisce il sogno ed il sognare  nella concezione più generale della trance e di conseguenza nella sua funzione di premonizione nella rete dei rapporti sociali nella complessa realtà brasiliana. Il lavoro di Emilio Rodigue Incontro con Santo Mestre Didi è molto significativo e allarga il campo della  riflessione mettendo in relazione l’esperienza soggettiva dell’incontro con l’altro attraverso il confronto tra sistemi di credenze. Riflessione incentivata anche dal ricco e suggestivo contributo di Michael Hauseman ‘Il rosso e il nero: un esperimento pratico per pensare al rito’, che ci invita a valutare le dinamiche di un processo rituale per così dire in ‘vivo’. La riflessione sui temi di base del numero (identità, meticciato, politeismo) è molto importante per lo sviluppo della psicoterapia di gruppo ad orientamento psicoanalitico in quanto aiuta a rivolgere lo sguardo verso le figure, per così dire ‘sociali’, della ‘differenza’. Questo riguarda in particolare la ‘differenza’ che si evince, come abbiamo accennato prima,  dall’incontro con l’Altro in termini di cultura diversa, che in forma analoga, anche se non identica, ritroviamo in vari aspetti del gruppo analitico. Ciò avviene, ad esempio,  quando il gruppo si trova ad elaborare elementi significativi di discrepanza, ovvero percepisce se stesso come ‘diverso’ dall’Altro esterno, oppure nei momenti in cui la forte disomogeneità dei vissuti dei diversi membri richiede che il gruppo ritrovi o scopra un discorso comune e condiviso, che assume spesso la consistenza dell’esperienza del rito e la forma della narrazione mitica. E’ importante sottolineare questo tipo di processualità in quanto Freud stesso aveva affrontato temi attinenti, giungendo, però,  a conclusioni pessimistiche, parlando di narcisismo delle piccole differenze. Sembra attinente riportare la riflessione di Sudir Kakar, psicoanalista indiano interessato agli aspetti terapeutici dei rituali tradizionali della sua cultura: “Ma, forse, ogni cultura al mondo è una sorta di specchio magico per le altre. A volte sembra un comune pezzo di vetro vestito d’argento sul fondo, che riflette fedelmente i profili, le superfici e i dettagli dei nostri volti familiari. Altre volte mostra volti oscuri e minacciosi, potenti manifestazioni dei nostri Io ripudiati, che credevamo non esistessero più” (Kakar, 1989, p. 18). Le parole di Kakar ci fanno riflettere, appunto, sul tema fondamentale del rapporto del complesso rapporto tra culture diverse e dei processi di rispecchiamento tra le ‘alterità’. E’ importante, per chi opera nel campo della psicoterapia psicoanalitica di gruppo, confrontarsi con le modalità sociali messe in atto attraverso l’istituzione culturale del rito ed i suoi fondamenti mitologici al fine di risolvere le inevitabili crisi destrutturanti l’identità a livello individuale e di gruppo. La sofferenza psichica e la malattia in generale, ad esempio, sono tra gli aspetti dell’esistenza che più necessitano di un passaggio da una dimensione individuale ad una gruppale, che sul piano sociale di realizza nell’attivazione del processo rituale e nel piccolo gruppo analitico in una modalità di incontro e dialogo nel setting, che favorisce lo scambio emotivo e lo sviluppo di un pensiero più ampio e profondo, che pone l’individuo e il gruppo nel complesso in un insieme condiviso di significati, metafore, mitologie e logiche polivalenti. Forse si potrebbe accogliere l’invito che Mauro Ceruti propone in un suo recente lavoro ad approfondire il dialogo transculturale. Sostiene Ceruti: “Ma il potenziale creativo di questa opportunità che è data all’umanità contemporanea viene a dipendere in modo essenziale dalla nostra capacità di ascolto, dalla nostra capacità di staccarsi [dai …] modelli orientati dalla contrapposizione tra verità e errore per immergerci in uno spazio multidimensionale di dialogo, simile a un tessuto multicolore i cui fili si intrecciano, o simile a un’articolata costruzione musicale i cui temi si rincorrono e riecheggiano” (Ceruti, 2004, p. 23). Lo spirito del numero, perciò, è quello di costituire un ‘progetto’ di pensiero di cui è forse solo un iniziale e limitato movimento, un suggerimento ad aprirsi a nuove possibilità di sviluppo. Alla origine, il pensiero multidimensionale, multiplo e polifonico è politeista, è ritorno degli dei nel pensiero.

See, they return; ah, see the
tentative
Movements, and the slow feet,
The trouble in the pace and the
uncertain
Wavering!

See, they return, one, and by one,
With fear, as half-awakened;
As if the snow should hesitate
And murmur in the wind,
and half turn back
[…] [1]

Ezra Pound

 

Bibliografia

Ceruti M., Tra scienza, mito e spiritualità: contaminazioni tra le esperienze umane, in Psiche, 1-2004, pp. 13-24

Corrao F., (1995) Ti koinon: per una metateoria generale del gruppo a funzione analitica, in Orme vol.2.Milano: Cortina, 1998

de Martino Ernesto (1973), Il mondo magico.Torino: Boringhieri, 2003

Kakar S., (1989), Sesso e amore in India .Parma: Pratiche ed., 1995

Lanternari V., Ecoantropologia, Dall’ingerenza ecologica alla svolta etico-Culturale, Dedalo, Bari, 2003

Laplantine F., (1999), Identità e Métissage, umani al di là delle apparenze, Milano: Elèuthera, 2004

Pound, E. (1912). Ripostes. In Poems and Translations. Library of America. 2003

Remotti F., Contro l’identità. Bari: Laterza, 1996

Turner V., Il processo rituale. Brescia: Morcelliana, 1972



[1] “Vedi, tornano./ Saggiano il cammino, lento è il piede./ Malessere nell’andatura./ Incerti, irresoluti./ Vedi, tornano;/ Con paura, svegli a metà/ Come se la neve esitasse/ E il bisbiglio indistinto nel vento/ A metà tornasse indietro.”

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