Questa voce è stata pubblicata in N.47 - Polifonia del corpo in psicoanalisi. Il corpo nella ricerca psicoanalitica. Nuove patologie e clinica psicoanalitica. Contrassegna il permalink.

La vita psichica delle équipes, di Denis Mellier. Borla, Roma.

La vie psychique des équipes. Dunod, Paris 2019.

Edizione italiana a cura di Stefania Marinelli

Recensione

Stefania Marinelli

Quando ebbi in mano per la prima volta il libro francese di Denis Mellier intitolato La vie psychique des équipes confusi per un momento la parola vie, vita, con voie, via. Mi sembrò per un momento che avrei curato l’edizione italiana di La via psichica delle équipes. Lo ricordo qui per rivivere l’emozione che si presentò poco dopo la scoperta: non era la via. Era la vita delle équipes! E dunque mi misi al lavoro con rispetto e curiosità maggiori. Il titolo era insolitamente non accademico, diretto e vivo e mi incuriosiva. In effetti nel seguito il testo mi ha accompagnata con molti valori inattesi. L’équipe è descritta da prospettive molteplici, teoriche e cliniche che racchiudono la complessità della dimensione di lavoro insieme individuale e gruppale, soggettiva e intersoggettiva, all’interno del contenitore istituzionale. La costruzione della capacità contenitiva dell’équipe attraverso il lavoro dell’Apparato Psichico d’Équipe (APE), è presentata come elaborazione della sua vita conscia e inconscia, e come relazione multipla con il lavoro dell’istituzione. Come annota Claudio Neri nella Introduzione alla lettura dell’edizione italiana, l’autore non offre soluzioni alle questioni trattate – come l’invocazione della supervisione istituzionale esterna o altra configurazione di lavoro formativo sui casi. Piuttosto accumula osservazioni e analisi teoriche e cliniche via via più penetranti e ampie, che rendono conto dei molteplici punti di intersezione dello psichico con il relazionale e il sociale, e della necessità di contenerli proprio là dove si incontrano: “Gli “specialisti” dell’assistenza psichica condividono la loro funzione in un punto con gli altri curanti o educatori, come una linea tangente condivide un punto con un cerchio.

Tuttavia l’autore interpella anche un fattore specifico relativo alla “vita delle équipes” e dunque allo stato di inevitabile sofferenza dei curanti, spinti dal bisogno soggettivo di prendersi cura del dolore mentale, e di realizzare il loro compito; ma sottoposti al doppio registro, delicato e complesso, della dinamica di gruppo e istituzionale, che ostacola o frustra il desiderio soggettivo di realizzazione, e la tendenza a evitare la frustrazione quando le difficoltà sono imponenti. E’ proprio nelle difficoltà e nel rischio di crisi che l’autore individua la migliore occasione per l’équipe di elaborare le reazioni (soggettive, intersoggettive e di gruppo) sviluppate a fronte dei casi più difficili, quelli (più frammentati e frammentanti) che tendono a contagiare l’abbandono, il conflitto e la perdita dei limiti e del contenimento (v. in particolare nel cap.7 sulla “rabbia” e nel cap. 6 sulla “precarietà psichica” la trattazione dei casi interistituzionali, che attraversano più équipes (sociali, mediche, legali, psichiatriche ecc.). Il “ritorno” alle emozioni giudicate inaffrontabili, e che avevano scatenato la difesa (ricorso ai protocolli e alle ragioni di gruppo e/o istituzionali), spesso porta l’équipe a diventare consapevole dei propri limiti e vulnerabilità, e a vedere nella persona accolta e/o paziente giudicato inadatto e da espellere, un soggetto umanizzato, che spera di incontrare un altro che resiste alla sua violenza…. “[…] perché la rabbia è davvero “un appello all’oggetto” a seguito di una mancanza di contenimento. Se i professionisti scambiano tra loro e, quando possibile, con la famiglia, saranno in grado di associare i loro punti di vista e fare ipotesi sul possibile significato di quella violenza”.

La descrizione del patrimonio dei valori emozionali, sociali, professionali, accumulato storicamente dalle équipes istituzionali concerne prevalentemente il campo dell’età evolutiva (asili, casefamiglia), ma investe anche quello di altre strutture: psichiatriche, territoriali, familiari e mediche ospedaliere (v. la sensibile analisi di esperienze con le équipes di sala-rianimazione). L’indicazione delle qualità e spessore delle esperienze sedimentate nella “vita psichca” delle équipes, è anche usata dall’autore brevemente per mettere in guardia dalle difficoltà che le nuove culture basate sul valore della misurazione obiettiva e sull’organizzazione della cura maggiormente tecnica e distanziante, potrebbero creare, nel solco di una tradizione basata invece sul legame intersoggettivo e di gruppo, nell’ambito della ‘vita’ istituzionale.

Nella Postfazione, l’intervista all’autore realizzata da Susanna Piermattei in occasione dell’edizione italiana, riesce a sintetizzare e aggiornare le dimensioni maggiormente investigate nei vari capitoli del libro e ad approfondire il tema delle condizioni psichiche “trasversali”, connesse con la ‘precarietà’ psichica (e materiale), multipla e interistituzionale. Le domande rivolte dall’intervistatrice anche in relazione agli eventi sociali e sanitari prodotti dal Covid19, danno occasione all’autore di collegarsi al tema della moderna filosofia culturale e al diverso orientamento delle nuove generazioni di curanti nei confronti delle culture psi.

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