Questa voce è stata pubblicata in N.47 - Polifonia del corpo in psicoanalisi. Il corpo nella ricerca psicoanalitica. Nuove patologie e clinica psicoanalitica. Contrassegna il permalink.

Presentazione: Polifonia del corpo in psicoanalisi

La cura reale di questa edizione è iniziata a un anno di distanza da quando era stata proposta alla redazione. Per un intero anno non vi era stata alcuna risposta dagli autori. Arrivò il Coronavirus. E arrivò una pioggia di contributi, si animò un entusiasmo diffuso: temi, stili, modelli, lessici originali e di valore si moltiplicarono con varie prospettive tematiche. Non sapevamo cosa avesse dato il via all’improvviso: a volte il motore va, ma non il motorino d’avviamento, a volte succede il contrario. Quella volta erano partiti bene entrambi dopo un tempo vuoto. A volte l’inconscio o comune o singolo, si situa nei posti più impensati e difficili da vedere, e si palesa con un movimento di emersione vitale.
Questa edizione sul corpo dunque è necessariamente vasta viva e varia. Abbiamo cercato di leggerla e di restituirla con un ordine formale, ma crediamo che i confini dei contributi siano così vibranti e attuali che debordino da qualsivoglia cornice, come certi quadri futuristi che continuano il disegno sulla cornice.
In fondo in questo momento tutti facciamo l’esperienza del corpo de-privato e improvvisamente sottratto. Costretti come curanti, docenti, operatori, allievi, psicoanalisti, a migrare dal vivo multisensoriale della presenza, assistiamo via via alla riduzione dei sensi, alla bi-sensorialità del setting online che si dispiega in immagini e audio soggetti a fluttuazioni connettive autonome e indipendenti dalla nostra volontà. Non siamo più garanti diretti del setting, delle sue componenti materiali e sensoriali, alle quali eravamo abituati ad assegnare significato – fra tutti, primo, la distanza. Questo altrove che è qui, davanti a noi, è un luogo perturbante, così familiare ed estraneo allo stesso tempo. È capace di generare l’illusione di movimento, salvo poi costituirsi come una fotografia immobile o precipitare nel baratro dello schermo nero. Altri scelgono l’holding uni-sensoriale dell’ascolto telefonico. Contatto a distanza, sì, ma in che modo? Tutti compiamo uno sforzo fisico e mentale “da remoto”. Dunque, chissà se questa nostra pioggia di contributi non sia arrivata proprio dalla forza del legame psicosomatico, dallo slancio del corpo che una volta uscito dalla porta della pandemia rientra dalla finestra? Sicuramente ascoltiamo di più oggi i destini e la memoria del corpo, che porta la vita e tramanda l’esperienza remota.
Auguriamo a tutti i lettori una buona lettura e li ringraziamo insieme agli autori per la loro partecipazione.

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